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Centro Don Bosco a Goma PDF Stampa E-mail
“Aspetti un po’ che
Monsieur Manuc arriva tra
quindici minuti”, mi dice la
signorina del Tribunale.
Passano 2 ore e mezza ed
ancora nulla. Alla fine mi
reco direttamente nell’ufficio
del Presidente per parlare
del caso di un minore
che era bambino soldato.
Il Presidente del Tribunale,
con la sua giacca ed il suo
cellulare che non utilizza
mai...mi addolora”. È l’inizio
di una mail di Alejandro
Ortuño, uno dei 4 volontari
del VIS in servizio a Goma.
Alejandro è laureato in
legge. Oltre ad occuparsi
delle varie attività del Centro
Don Bosco di Ngangi,
dove insegna matematica e
inglese, è attivo nel recupero
dei bambini soldato.
“La settimana scorsa siamo
andati a fare una visita alla
prigione di Munzenze, la
prigione centrale di Goma”,
ci racconta. “Facevano impressione
i corpi dimagriti,
i vestiti rotti e soprattutto
gli occhi dei prigionieri.
Uno di loro ha parlato di
torture. Un altro ci ha detto
che i militari gli avevano
chiesto 15 dollari per uscire,
ma lui non aveva niente.
L’arbitrarietà è la regola di
questa giustizia…
Poi siamo andati in Tribunale
per studiare i dossier
di dieci bambini soldato…
Qui tutto si può risolvere
con i soldi, ma noi vogliamo
solo accogliere questi
minori nel Centro Don Bosco
Ngangi perché possano
vivere, mangiare, imparare
un mestiere, ridere con altri
ragazzi e ragazze, giocare a
calcio, ballare, cantare...
Siamo andati in Tribunale
per tre giorni.
Bizimana Zirarusha, 15 anni,
è stato liberato. È venuto
al Centro. Ha mangiato,
si è lavato. Rimarrà con noi
fino a che non ritroverà la
sua famiglia. Ma ancora
questa notte dormiranno in
prigione, senza mangiare
(la Caritas porta loro del cibo
solo una volta a settimana)
Bahatti Masumbuko,
Munguiko Sebakara e
Baganzi Samson”.
La prima cosa che ti colpisce
è il nero e la polvere.
Il nero della lava.
Man mano che ti allontani
dal paese delle mille colline,
il Ruanda, il paesaggio
si fa sempre più scuro.
Sembra di entrare in una
cappa. Terra e cenere.
Polvere. Ed un gigantesco
vulcano fumante che si
staglia all’orizzonte come
un dio severo che vigila
sulla città. È il Niyragongo.
Sul lago Kivu, Giseny, cittadina
ruandese di frontiera,
diventa Goma dall’altra
parte del confine. Siamo in
Congo.
 
 
Tra cumuli di macerie
si vede la cattedrale distrutta
dall’eruzione del
Niyragongo di alcuni anni
prima. La lava ha inghiottito
le case e i poveri sono diventati
ancora più poveri.
Sembra di essere in una
discarica. Tra le macerie
spuntano baracche di lamiera.
Sono i blindé costruiti
provvisoriamente
per gli sfollati che hanno
perso la casa a causa dell’eruzione.
“Sembra di essere
all’inferno” dice sottovoce
Sandro mentre attraversiamo
le macerie disseminate
di blindé. “Siamo vicini a
casa”, risponde padre Mario.
Due colpi di clacson ed
il cancello viene aperto
dall’interno. Ed è come essere
sommersi da un’ondata
improvvisa, inaspettata
che ti investe lasciandoti
per interminabili istanti
senza respiro. Come cavalloni
spumeggianti una folla
di bambini polverosi, colorati,
corre urlando di
gioia, facendo festa attorno
a noi. Sono ex bambini
soldato, dispersi dalla guerra,
orfani, ragazzi di strada…
Sono ex bambini.
Vengono da padre Mario.

 
Qui imparano ad essere
bambini. Siamo circondati,
avvolti, inondati dalle loro
grida di gioia. Cantano,
battono le mani e ci guardano
sorridendo. In un luogo
dove ti aspetteresti solo
buio, miseria, angoscia e
tristezza siamo avvolti da
una folata di gioia. Abbiamo
gli occhi pieni di lacrime.
 

Come ci può essere
tanta gioia in così tanta
povertà? Eppure sono felici,
ridono, danzano, giocano.
Sono vivi. Loro sono vivi.
Qui a Goma lo straordinario
entra nella vita quotidiana
come tempo ordinario.
Lo straordinario dell’eruzione
di un vulcano, lo
straordinario della povertà,
dello sporco, della polvere,
della mancanza di acqua e
delle storie incredibili.
Ho avuto l’occasione di fare
il bagno a Carmina,
bambina di pochi mesi trovata
viva accanto ai genitori
massacrati in mezzo ad
un villaggio distrutto.
C’è Emanuele che ha un
anno ed ha ripreso a sorridere.
È vivace, ci chiama
“mamà” e quando mi ha
visto che facevo il bagno a
Carmina in una bacinella
con dell’acqua fredda, si è
spogliato ed ha preteso che
facessi lo stesso anche a lui.
Non ho mai visto bambini
così assetati d’affetto.
Arrivano al Centro con il
cuore ferito dai grandi, di
tutte le sozzure che solo i
grandi sanno fare. Ci sono
bambini soldato, addestrati
per uccidere, portati nelle
foreste perché potessero
servire da ‘donne’ ai soldati
uomini.
A soli 12, 14 o 16 anni hanno
il foglio di congedo senza
il quale sarebbero considerati
dei disertori.
Ci sono bambini di strada,
cacciati via dalle loro stesse
famiglie perché accusati
di essere ‘stregoni’ portatori
di malocchio. Ci sono
bambini solo di passaggio.
Una volta arrivati al Centro
si iniziano le indagini con
l’aiuto del Comitato Internazionale
della Croce Rossa
(CICR). Si cercano i genitori
o perlomeno uno zio o
un lontano parente.
Allora dopo mesi o anni o
sole poche settimane partono
per Kinshasa, Kigali, Lubumbashi,
Kisangani, Bukavu,
Uvira, Kindu o Nairobi…
per il ricongiungimento
familiare. Spesso si ricongiungono
con parenti mai
conosciuti, che forse saranno
in grado di offrire loro
molto meno di ciò che hanno
trovato nel Centro. Ma si
predilige sempre la riunificazione
con la famiglia.
Al Centro Don Bosco di
Ngangi attualmente sono
accolti più di 1.500 bambini.
 
 
Orfani, sfollati di guerra
rifugiati, ex bambini soldato,
bambini di strada, bambini
malnutriti, bambini
ammalati di AIDS, bambini
provenienti dal carcere trovano
qui rifugio, assistenza,
scuola, cure mediche.
Il Centro offre corsi gratuiti
di alfabetizzazione primaria,
corsi di formazione
professionale in falegnameria,
saldatura, muratura,
sartoria e informatica, attività
sportive e culturali,
perché l’attività ludica è
considerata un elemento
essenziale nel processo rieducativo
dei ragazzi.

 
Cento al mese sono i bambini
profughi ‘in transito’
che sono inseriti nel programma
di ricongiungimento
con le loro famiglie
da cui sono stati separati
durante la guerra; duecento
al giorno sono i bambini
malnutriti provenienti dalle
famiglie molto povere
della zona che vengono assistiti
con cure e cibo; cinquecento
sono i bambini
che dormono ogni notte
nel Centro, alcuni ospiti per
poco tempo, altri per anni,
poiché non hanno più una
famiglia che possa riprenderli
con sé. Cinquanta fra
loro sono neonati e bambini
piccolissimi.
Il Centro Don Bosco Ngangi
è portato avanti dal lavoro
della comunità salesiana: 5
religiosi, 4 volontari VIS sul
posto e tanti giovani educatori
locali.
Insieme ad Alejandro prestano
servizio al Don Bosco di
Ngangi Anna, Monica e Lara.
Lara, infermiera professionale,
si occupa dell’attività
sanitaria del Centro, dove
presta servizio al dispensario.
Anna e Monica, le prime ad
arrivare a Goma tra i volontari
VIS, sono due educatrici
di strada e si occupano di re per questa donna che ci
parla, che non ha nulla e che
ci ringrazia per aver preso in
carico suo figlio. La verità è
che dopo due anni non mi
sono ancora abituata alla
miseria ed è sempre uno
schiaffo dritto in faccia.
Non è solo una statistica.
È tangibile, respira, vive…”.
“Molti si sorprendono, ci dice
Alejandro, ma come può
funzionare tutto questo?
Come può funzionare un
Centro dove ogni giorno
convivono centinaia e centinaia
di ragazzi in situazioni
difficili? A parte i coordinatori
e gli animatori ufficiali,
sono gli stessi bambini che
si organizzano in gruppi, e
sottogruppi, ognuno con il
proprio responsabile. Gruppi
piccoli per mangiare, per
svolgere le attività di pulizia,
per studiare e dipanare gli
altri molteplici lavori del
Centro. I più grandi si prendono
cura dei più piccoli e
tutto si converte in una meravigliosa
catena di reciproca
solidarietà”.
“Per le mie lezioni di inglese,
segue Alejandro, utilizzo
un libro i cui dialoghi sono
occidentali e mi ritrovo
continuamente a doverne
spiegare i contenuti.
Per esempio: ‘lettura di annunci
sul quotidiano’, ma
‘che cos’è un quotidiano?’,
mi chiedono i ragazzi, oppure
‘orario pasti’, (che significa?,
qui si mangia
quando si può e chi può),
oppure ‘distribuzione dell’abitazione’
(ma la maggior
parte vive in baracche con il
tutte le attività del Centro
‘24 ore su 24’, dice padre
Mario. Anna contatta i ragazzi
direttamente sulle
strade di Goma, nei luoghi
maggiormente frequentati
della città.
Qui, in collaborazione con i
Padri Maristi e l’Associazione
Mungano, sono stati aperti
dei piccoli centri di accoglienza
dove i ragazzi di
strada possono dormire, lavarsi,
ricevere un pasto e seguire
corsi di alfabetizzazione.
“L’altro giorno, ci racconta
Anna, mi viene incontro
una donna magra, con
un bambino in braccio. ‘Io
sono la mamma di Byamungu’,
mi dice.
L’ascolto, mi guardo in giro e
mi chiedo che possiamo fapavimento
di fango). Infine
l’altro giorno in un esercizio
uscì la parola ‘sandwich’.
“Che cos’è un sandwich?
Non potresti disegnarcene
uno?”.
Il VIS garantisce il cibo quotidiano
a tutti questi bambini:
ogni mese € 20.000.
Per questi bambini è stata
costruita la cucina e il refettorio.
Sono state costruite
42 case di legno per
gli sfollati a causa dell’eruzione
del vulcano Niyragongo.
Ogni casa costa € 1.500.
sarebbero necessarie altre
200 case.
 

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