| Diario del Viaggio a Mweso |
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 Note di diario del viaggio a Mweso (aprile-maggio 2007)
Martedì 24 aprile. L’arrivo a Goma Arriviamo a Kigali verso l’ora di pranzo. Un bell’aeroporto. Fuori ci accoglie Mujogo, il nostro partner che ha organizzato il corso di formazione di base finanziato dall’Ucsei (Ufficio centrale studenti esteri in Italia) e che è responsabile della nostra accoglienza. Ci sono anche la madre e i parenti di Leonie, la studentessa ruandese che fa parte del nostro gruppo. La famiglia di Leonie abita a Kigali. Il padre è stato ucciso nel ’94, nei mesi folli del genocidio. Leonie ha 9 fratelli e sorelle. Uno di loro è prete. Ci offrono da bere in un elegante locale vicino all’aeroporto. Poi partiamo con due auto alla volta di Goma. La strada è buona, asfaltata, persino con il guard-rail. Ma appena fuori della città – anzi già poco fuori dalla zona dell’aeroporto - vediamo le case basse lungo la strada, fatte di terra. E tanta gente che cammina a piedi ai bordi della strada.
Una delle nostre due auto ha un problema tecnico e l’autista si ferma in uno spiazzo di fronte ad un gruppo di case e botteghe. Bambini e adulti si avvicinano incuriositi. Dalle due macchine in sosta escono solo gli autisti e Mujogo che ci accompagna. Vedo i miei amici che guardano con qualche apprensione la scena e non scendono dalle vetture. Io scendo. Scambio qualche cenno di saluto e qualche parola con i giovani che ci guardano e seguono i movimenti dell’autista sdraiato a terra a tentare di riparare il guasto della macchina. Ci sono molti bambini e gente di tutte le età . Le case e le botteghe sono molto povere. Una bancarella vende poche cose. A parte Rosetta Pellegrini, che in Africa ci è già stata tre volte, nessun altro scende dall’auto; ma i finestrini cominciano ad aprirsi. Si scambia qualche sorriso. Si scatta qualche foto. Ma il clima di apprensione resta. Passa più di un’ora. L’autista non riesce a riparare il guasto. Così, dopo un po’, arriva un’altra auto e ripartiamo con quella.
Arriviamo prima che faccia buio, dopo un viaggio di quasi cinque ore. Goma ci appare una città derelitta. Le strade non sono asfaltate; sono grigie, sassose. Molte sono ricoperte di scaglie di lava del vulcano. L’eruzione del 2003 ha distrutto più di metà dell’abitato e ha ricoperto di lava il terreno. La casa di Luisa e Tonina – le due laiche missionarie italiane che vivono qui da molti anni e che ci ospitano -, è in una zona semidistrutta, grigia, vicino a quel che resta della cattedrale: un alto muro di pietra scura. La casa, però, è accogliente, ben protetta da un cancello e da un guardiano. La cena è all’italiana.
Mercoledì 25 aprile. L’incontro all’Unicef e al Centro don Bosco
Messa alle 6.10. Luisa e Tonina sono al primo banco e, verso la fine, servono all’altare. La liturgia è molto curata. Ci sono sei chierichetti, con i paramenti. C’è una folta corale. Il sacerdote è un uomo di poco più di circa sessant’anni, con un portamento autorevole, la voce piana, il viso espressivo, i modi semplici ma intensi. La chiesa è quasi piena. Ci saranno più di duecento persone. Luisa mi spiega che la chiesa (un salone in muratura, largo, un po’ grezzo, senza ornamenti) è stata costruita sul terreno del Centre des Handicapes, dopo l’eruzione del vulcano e la distruzione della cattedrale. Il prete che celebra è padre Charles. Verrà a cena la sera a casa di Luisa e Tonina. Il nostro primo incontro è all’Unicef, alle nove. Del nostro gruppo manca solo Leonie che ci raggiungerà a Goma l’indomani. E c’è Lino, un ex operaio emiliano che da alcuni anni vive in una casa accanto a Luisa e Tonina; ha sposato una congolese, madre di un bimbo, e si occupa di bambini di strada in collaborazione con l’Unicef. Ci ricevono Francesca Morandini, un’italiana che lavora lì da 5 anni, e un certo John, funzionario locale dell’Ocha (il Dipartimento delle Nazioni Unite che si occupa della sicurezza). Sediamo in una piccola sala ben attrezzata, con una carta geografica alla parete.
John ci illustra la situazione della sicurezz a a Goma e nella provincia del Nord Kivu. Dice che da dopo il 1990 la situazione è sempre stata instabile. All’origine ci sono stati dei conflitti interni, nel territorio di Masisi. Poi nel 1994, con la tragedia ruandese, vi è stato un grande afflusso di rifugiati ruandesi e, insieme a loro, l’arrivo delle milizie interhamwe. Successivamente, nel 1996 e poi nel 1998 si sono avute le due guerre (cosiddette) di liberazione: la prima ha portato alla caduta del presidente Mobutu e all’avvento al potere di Kabila padre, con l’aiuto degli eserciti del Rwanda e dell’Uganda; la seconda ha visto rompersi l’alleanza tra Kabila e gli alleati ruandesi e ugandesi ed è divenuta uno scontro tra Kabila e i suoi nuovi alleati (Angola, Namibia), da una parte, e Uganda e Rwanda, dall’altra. John sottolinea il fatto che dal 1998 al 2003 il Nord Kivu è stato controllato da un movimento politico, il Rally pour la Democrazie en Congo (RDC), influenzato dal Rwanda. La popolazione locale – ha spiegato John - è diffidente verso i ruandesi e verso i numerosi congolesi ruandofoni presenti nella provincia.
Sono, perciò, sorti dei movimenti contrari al RDC, formati da altri gruppi etnici: in particolare i Mai Mai. Nel 2003 si è arrivati ad un governo di transizione: il ramo politico del RDC è entrato nel governo nazionale, ma non quello militare. Il Governo ha tentato di unificare tutte le milizie in conflitto tra loro, integrandole nell’Esercito nazionale congolese. Questo processo di riunificazione, chiamato “brassageâ€, è riuscito in tutte le province, tranne che nel Nord Kivu. Il “brassage†consisteva, appunto, nel riunire i diversi gruppi armati in alcuni luoghi, avviare un percorso di formazione di alcuni mesi, costituire nuovi battaglioni dell’Esercito nazionale disgregando la composizione delle milizie precedenti e inserendo i membri in battaglioni diversi. Ma i militari del RDC non hanno accettato di lasciare le loro postazioni nel Nord Kivu, sostenendo di voler proteggere le famiglie ruandofone minacciate soprattutto dagli hutu interhamwe ruandesi rifugiatisi nelle foreste del Kivu. In realtà , dice John, nel Nord Kivu ci sono milizie pronte ad attaccare i circa 60.000 rifugiati ruandesi che sono in questo territorio dal 1994. Dunque, nel Nord Kivu è oggi in atto non il “brassage†ma bensì il “mixageâ€, cioè una riunificazione delle milizie presenti sul territorio, ma senza la loro scomposizione interna: cioè, si vuole mantenere distinta l’appartenenza etnica di ciascuna milizia.
La decisione di attuare questo “mixage†è stata presa pochi mesi fa da Kabila figlio, presidente della Repubblica dal 2001 (dopo l’uccisione del padre), e da Laurent Nkunda, generale del RDC. Attualmente il Nord Kivu è sotto il comando di Nkunda. Non è chiaro quali siano stati i reali accordi tra Kabila e Nkunda. Si sa soltanto che l’obiettivo principale dovrebbe essere quello di cacciare gli interhamwe. Ma la cosa grave è che questi militari non hanno un salario regolare, e dunque rubano e opprimono la popolazione. Anche i soldati dell’Esercito nazionale non ricevono la paga, perché i 20 dollari al mese stabiliti dal governo di Kinshasa non arrivano a destinazione. Questo è il principale motivo di insicurezza della provincia.
Il livello di banditismo della zona – dice John – è inquietante. E’ assolutamente sconsigliato uscire dopo le 18.00, quando fa buio. Dopo quell’ora è bene rientrare nella propria casa e chiudere la porta a chiave. E possibilmente dotarsi di un guardiano notturno. Quanto alla strada che da Goma va a Mweso, la situazione è abbastanza tranquilla. Si deve passare per Kitchanga, che è il quartier generale di Nkunda. Si può andare, perché oggi le relazioni tra governo nazionale e Kunda sono buone. Ma è pur sempre meglio avvisare gli uomini di Nkunda dell’intenzione di transitare per quella strada.
Fin qui il funzionario dell’Ocha. Poi è la volta di Francesca Morandini. E’ a Goma dal 2001. Si sta occupando soprattutto delle violenze sessuali, degli abusi perpetrati contro le donne e i bambini. Per due terzi, dice, si tratta di abusi commessi dai militari o da persone che si spacciano per militari.
Anche lei si sofferma sulla storia recente del Congo. Punta sul fatto che Uganda e Rwanda hanno aiutato Kabila padre nella sua rivolta contro il presidente Mobutu. Dice che non si sa che cosa Kabila abbia promesso ai due stati in cambio del loro aiuto. Probabilmente la ricompensa è sul piano economico: cioè il libero accesso alle ricchezze minerarie della Repubblica democratica del Congo, ad iniziare dalla parte orientale del Paese. Più difficile che si tratti della concessione di parte del territorio, cioè della promessa di lasciare che si arrivi ad un’annessione di tipo politico delle regioni orientali confinanti con Uganda e Rwanda. Una prova che gli accordi sono stati a livello economico – osserva Francesca – è quella che oggi Kigali è diventato un potente centro commerciale di minerali (e i minerali sono quelli del Congo).
Poi il discorso torna su Laurent Nkunda. E’ il capo delle milizie che controllano il Nord Kivu. Con lui dovremo fare i conti se vogliamo arrivare a Mweso senza temere aggressioni. E’ un tutsi congolese, dice Francesca. Di tutsi ruandofoni (che parlano il kinyarwanda) pare che, nel territorio di Rutchuru, ce ne siano a partire dal XVII secolo. Poi, nel periodo che va dal 1923 al 1955, i belgi ne hanno portati qui in zona molte decine di migliaia, provenienti dal Rwanda e dal Burundi. Sembra che nelle truppe di Nkunda non vi siano, però, solo tutsi; ci sono anche hutu e bahunde. Francesca attribuisce ai belgi la responsabilità di aver attizzato la conflittualità tra hutu e tutsi: per esempio obbligando le popolazioni locali a scrivere sulla carta d’ identità l’etnia di appartenenza; e poi anche per aver scelto la minoranza tutsi, per lungo tempo, come il loro principale interlocutore nella regione, salvo affidarsi agli hutu negli anni conclusivi del loro dominio coloniale. Il che portò, già nel 1959, al massacro dei tutsi perpetrato dagli hutu, i quali andarono al potere nel ’62, dopo l’indipendenza; e determinò anche la diaspora di migliaia di tutsi in Uganda. Francesca, poi, rispondendo alle nostre domande, spiega gli attacchi condotti negli anni scorsi dall’esercito ruandese nei campi profughi presenti in territorio congolese (come a Bukavu, nel Sud Kivu, nel 2004) per il fatto che vi si nascondono milizie interhamwe, responsabili del genocidio del ’94. Di Laurent Nkunda, che è accusato di essere il responsabile dell’eccidio di civili a Bukavu, Francesca dice ancora che la maggioranza della popolazione del Kivu lo considera un nemico (di fatto egli è stato deferito alla Corte internazionale dell’Aja per crimini di guerra).
Il dialogo con Francesca prosegue sugli attuali problemi umanitari del Kivu. In primo luogo la situazione delle molte decine di “sfollati†(circa 200.000) che si trovano nella regione: è gente che è stata costretta spostarsi dalle proprie terre per sottrarsi agli attacchi delle varie milizie. Le loro condizioni di vita sono davvero difficili. Il colera è molto diffuso.
Le organizzazioni della Nazioni Unite, presenti massicciamente, nel Kivu non trovano nel governo locale un interlocutore credibile e si appoggiano piuttosto alle Ong. Gli impegni umanitari sono numerosi. In primo luogo c’è la riabilitazione delle scuole elementari. Gli insegnanti della zona – dice Francesca – sono ben preparati, parlano un buon francese, ma non sono pagati. Le famiglie difficilmente riescono a pagare il necessario per mandare i figli a scuola. I bambini hanno bisogno di tutto: banchi, quaderni, abiti. Un 20% di loro abbandona la scuola elementare (soprattutto le bambine). Poi c’è la questione dei bambini-soldato. Sono stati presi, spesso con la forza, dalle varie milizie; altre volte sono stati loro stessi ad unirsi alle milizie per poter mangiare e guadagnare qualcosa. Nel Congo ci sono 5 centri di raccolta e riabilitazione per questi ragazzi. Ne sono stati ospitati, finora, 29.000. Di questi ben 22.000 solo nella regione orientale del paese, e buona parte proprio nella provincia del Nord Kivu. Probabilmente ce ne sono ancora 2.000 nelle file delle diverse fazioni militari. L’obiettivo, naturalmente, è di recuperali psicologicamente e di reinserirli nelle loro famiglie e nei loro villaggi. Ma sono bambini che in molti casi hanno ucciso, hanno violentato; ed è difficile farli riaccettare dalle loro stesse famiglie e dalle loro comunità . In realtà , spesso, sono un pericolo, perché hanno acquisito comportamenti violenti ai quali non riescono a sottrarsi. Di fatto, in non pochi casi, avviene che bambini recuperati e reinseriti ritornino poi nei ranghi delle milizie.
Molte bambine sono state prese dalle milizie per farne delle schiave sessuali: le loro condizioni fisiche e psicologiche sono terribili. Le violenze sessuali sono usate come armi di guerra. Nella cultura prevalente c’è una forte sottovalutazione della dignità della donna, che non è considerata di pari valore dell’uomo. Nel solo 2006 sono state 18.000 le donne abusate sessualmente nelle sole regioni orientali. Il lavoro di recupero svolto dall’Unicef consiste soprattutto nella individuazione di donne del posto, le “mamanâ€, che hanno il compito di affiancare le donne vittime di violenza, di dialogare con loro, di ascoltarle (del resto, gli psicologi presenti in zona sono assai pochi). Alle “maman†l’Unicef offre un compenso di 40 dollari al mese (che non è poco, dice Francesca, perché qui un insegnante è pagato 50 dollari, e non sempre riceve la paga…).
Il racconto di Francesca prosegue. Le violenze sui bambini – dice – sono spesso fatte dagli stessi genitori. C’è molta violenza fisica nelle famiglie. C’è molta ignoranza e superstizione. Racconta casi terribili di credenza cieca nella stregoneria o nel vampirismo. Parla di bambini bruciati vivi perché accusati di stregoneria. O di adulti linciati per strada perché ritenuti “vampiriâ€. Descrive le cosiddette “chiese del risveglio†che nascono come funghi nella regione. Sono delle specie di sette religiose animate da singoli individui che si ritengono chiamati dagli spiriti a fondare delle “chieseâ€. In questo ambito vengono organizzate quelle che qui chiamano le “camere di preghieraâ€, cioè dei luoghi dove curare e salvare persone che si ritiene siano possedute dal demonio (mentre magari si tratta semplicemente di malaria…). In queste camere le persone restano giorni e giorni senza mangiare, sottoposte a riti di purificazione che spesso somigliano a vere e proprie torture. Nella città di Kisangani, di recente, una cinquantina di bambini sono stati rinchiusi in queste camere perché considerati indemoniati.
A subire violenza sono anche i bambini di strada. Non sempre si tratta di orfani. Alle volte, racconta Francesca, sono i genitori a dire ai ragazzi di andarsi a trovare da vivere sulla strada. Alcuni nella strada ci vivono durante il giorno, e la sera ritornano a casa a dormire. Altri vivono in strada giorno e notte. Ne sono stati censiti 480 soltanto a Goma, che è il capoluogo del Nord Kivu. Sulla strada non vivono solo bambini. Ci sono anche giovani dai 17 ai 25 anni, organizzati in bande criminali che spesso sfruttano i più piccoli. E fanno uso di droghe povere (colla o erbe); oppure comprano in farmacia una pasticca o due di valium, a 50 franchi a pasticca (cioè un decimo di dollaro), e si drogano con quelle. L’Unicef interviene a favore di questi ragazzi finanziando l’operato di molte piccole associazioni locali, o Ong europee, che lavorano in questo settore. Quanto all’infezione da Hiv, qui nel Kivu la situazione è pesante ma meno grave che in altre realtà dell’Africa: la malattia colpisce circa il 5% della popolazione.
Lino racconta che Goma è diventata una città molto insicura, con un numero crescente di bambini di strada; ma la gente la percepisce pur sempre come più sicura rispetto alle zone rurali (e non a torto). Difatti, in circa vent’anni la città è cresciuta di due volte e mezzo. La città è praticamente ingovernata. Qui vale la regola (già sostenuta, del resto, dal presidente Mobuto per decenni) dell’arrangiarsi: “debruillez vous!â€. Ognuno si arrangi come può. Anche il sistema giuridico è allo sfascio. Bisogna pagare sia per ottenere la condanna di qualcuno sia per riuscire a farlo uscire di prigione. Bisogna pagare giudici, avvocati, guardie… Lo vedremo meglio qualche giorno dopo, visitando il carcere di Goma.
Il lungo colloquio con Francesca Morandini si conclude con alcune riflessioni sul futuro. In che cosa sperare? Certo, in una qualche stabilità dell’attuale governo centrale, e nella pacificazione dell’est del paese. Ma Francesca osserva che dai conflitti etnici si può uscire solo rimescolando le appartenenze, le identità . E una via maestra, per lei, sono i matrimoni misti. A tutti i livelli. Lei ne offre un esempio personale: ha sposato un uomo di origine tutsi.
Nel pomeriggio, dopo un nuovo pasto all’italiana (ma Luisa e Tonina cominciano a introdurre qualche cibo locale: ad esempio le piccole banane per frutta o le grandi banane verdi fatte fritte), si va, con Lino, al Centro di formazione professionale di Don Bosco. Sono passati per questa grande struttura circa 25.000 ragazzi in dieci anni. In questi tempi varcano il portone circa 1.500 ragazzi ogni giorno. Si fanno molte cose. Per un certo numero di ragazzi vi sono programmi speciali di recupero scolastico. Per la maggior parte ci sono corsi di formazione al lavoro: soprattutto falegnameria, un po’ di meccanica, e sartoria per le ragazze. E’ la tradizione salesiana. Giriamo per i capannoni, per le aule, per i cortili. E’ l’ora di fine lezione. David Bahemu mi mostra una sedia per bambini realizzata da lui. E’ piuttosto pesante, a dire il vero. Ma lui dice che non la deve mica sollevare il bambino, lui ci si deve solo sedere… Forse ha ragione. Alla fine del nostro dialogo c’è un momento di imbarazzo; mi vuole chiedere qualcosa. Delle scarpe; mi dice se potrei procurargli delle scarpe. Gli guardo i piedi: ha due tipi di scarpe diverse, entrambe ormai aperte:: per un falegname le scarpe sono importanti, si rischia di farsi male. Sono fortunato: da Roma, quasi per caso, ho portato uno scatolone di scarpe regalatemi da un negoziante di Via Gregorio VII. Posso promettere che troverò le scarpe adatte a lui. Mi segno il suo nome e il numero di piede. Prima di partire riesco a consegnare a Lino un paio di ottime scarpe “Valleverde†numero 40 e ci metto dentro il bigliettino con il nome: David Bahemu. Qualcuno di noi si sofferma più a lungo in una classe di ragazze che fanno pratica di sartoria. E facciamo anche qualche acquisto: borse di tessuto, soprattutto.
Ci accompagna una ragazza di Bergamo, una volontaria. Sarà a lei che poi pagheremo le cose scelte. E’ qui da cinque anni. Una ragazza straordinaria. Ci conduce in un cortile enorme, dove stazionano centinaia di bambini di ogni età . Stanno finendo la fila per la cena. A piccoli gruppi siedono per terra e mangiano, con le mani, da grandi piatti pieni di cibo. La ragazza ci racconta che lì al Don Bosco da alcuni anni c’è un giovane prete, don Mario, venezuelano, che ha un po’ rinnovato il classico sistema di accoglienza dei salesiani: non più solo adolescenti ma anche bambini molto piccoli; e non più solo attività dentro le mura della struttura, ma anche iniziative di sostegno per il reinserimento sociale dei ragazzi all’esterno. Ci accompagna a vedere un padiglione che ospita decine di bambini piccoli. Rimangono a dormire perché non hanno famiglia. Alla fine della visita (le fotografie si sprecano: i bambini sono incuriositi dalla possibilità di rivedersi nelle foto che restano impresse nelle moderne macchine fotografiche digitali) La ragazza bergamasca ci fa incontrare don Mario.
Don Mario ha una mentalità aperta. Si è occupato, tra l’altro, di trovare ben 300 abitazioni, all’esterno del Centro, per ragazzi ormai grandi che hanno bisogno di autonomia, di cominciare a costruirsi una vita. Già 200 abitazioni sono state assegnate: alcune a ragazzi soli, altre a piccoli gruppi, altre ancora a giovani che si sono sposati e hanno un primo figlio oppure a ragazza non sposate che hanno avuto un bambino. Per ogni dieci di queste abitazioni c’è un giovane che fa da responsabile: tiene i contatti, fa da supervisore per vedere che il processo di autonomizzazione vada avanti bene. Poi c’è un responsabile per ogni quartiere di Goma dove si trovano le abitazioni. E anche un responsabile per ogni gruppo di strade. Un’altra attività condotta da don Mario è la ricerca di lavoro per questi giovani. Lui gira e prende contatti con botteghe e piccole aziende. Conta soprattutto sugli ex allievi del Don Bosco, quelli che sono riusciti a sistemarsi meglio. Un’altra iniziativa che guarda all’esterno della struttura salesiana è quella di pagare la scuola a circa 400 ragazzi. Molti di loro, in cambio, vengono poi ad aiutare al Don Bosco: fanno scuola ai ragazzi ospitati oppure fanno da tutor ai corsi professionali o ancora si occupano della cucina. I soldi, don Mario, li riceve dall’Unicef e da altre organizzazioni internazionali o di singoli paesi europei. Don Mario dice che con la guerra e i continui spostamenti della popolazione si è persa un po’ la disciplina familiare, è aumentata la promiscuità , la violenza. Inoltre le continue emergenze hanno fatto arrivare a Goma e nella provincia del Kivu una quantità di Ong. La cosa è buona perché portano aiuti concreti e danno anche lavoro a molta gente. Ma è pur vero che si è andata creando una mentalità pericolosa nella gente: tutti vogliono guadagnare molto di più di quello che è il valore locale delle merci e degli stipendi. Dice don Mario: a Goma non trovi più una persona disposta a lavorare a meno di 300 dollari al mese! Gli chiediamo se nei giovani c’è una qualche coscienza politica. Risponde con questa osservazione: “Ai tempi di Mobutu, una quindicina di anni fa, si pensava che tutto ciò che non funzionava in questo paese dipendeva dai bianchi. Ora non piùâ€.
La sera viene a cena, nella casa di Luisa e Tonina, padre Charles, il sacerdote che aveva detto messa al mattino in parrocchia. Racconta che dal 1996 ad oggi sono stati 8 i preti uccisi nella zona. L’ultimo, padre Richard, lo hanno ucciso all’inizio dell’anno a Jomba, una cittadina ai confini con l’Uganda di cui padre Richard era parroco. Era presente anche lui. E c’era anche Luisa e alcune altre persone. Sono entrati due soldati, hanno fatto mettere tutti a terra e poi hanno sparato al parroco. Non si sa il motivo. Padre Richard è morto un mese dopo, in un ospedale di Kigali. Secondo padre Charles è molto difficile capire che cosa è successo in questa terra e come se ne possa uscire. Il problema è complesso. Tocca, certo, questioni politiche ed economiche che hanno implicazioni anche internazionali (il ruolo di Stati Uniti e Francia in questa parte di Africa; gli interessi di grandi multinazionali), ma tocca anche questioni profonde, interne. Questioni tribali. Alla base c’è anche la diffidenza della popolazione del Nord Kivu per gli hutu e i tutsi che parlano il kinyarwanda.
Giovedì 27 aprile. Visita al Centro di salute mentale e all’ufficio di Cadep a Goma
Paolo Volta è uno psichiatra di Parma. E’ venuto a Goma nel 1991, con la moglie. Viveva insieme a padre Silvio Turazzi, un prete saveriano costretto alla carrozzella per un incidente automobilistico avvenuto in Italia nella seconda metà degli anni ’60, e a Edda e Paola, due laiche missionarie. Lui è poi rientrato in Italia e, infine, ha deciso di trasferirsi definitivamente a Goma. E’ ritornato nel 2003 e ora dirige il Centro di Salute Mentale. Passano di lì circa 1.000 malati l’anno. Per 400 di loro si fa un ricovero. La struttura apparteneva prima alla Diocesi. Ora è gestita dai Freres de la charitè, un istituto religioso belga che ha molti centri psichiatrici nella Repubblica democratica del Congo e in Burundi. Forse tra breve verrà inserita nel sistema sanitario regionale. Il 40% dei malati ha problemi di epilessia. Il resto sono psicosi acute. Lui, Volta, è l’unico psichiatra di tutta la regione orientale del Congo. In tutto il Paese ci sono 37 psichiatri; ma stanno tutti nella capitale, Kinshasa!
La maggior parte delle persone che viene al Centro di salute mentale o non paga o paga il minimo. Nessuno viene mandato via perché non può pagare. La prima consultazione costa 3 dollari. Le visite successive mezzo dollaro. L’Unicef e altre Ong sostengono finanziariamente il Centro. Pagare i 3 dollari del primo ricovero, però, non è difficile – dice il dott. Volta -, perché scatta la solidarietà della famiglia del malato, dei parenti. Il problema viene con la cronicità . Ma le medicine che usano lì al Centro costano poco: con una scatola di Gardenal che contiene 1.000 pillole si curano tre malati per un anno intero. Nel 90% dei casi si usano i cosiddetti farmaci essenziali (di base) indicati dall’OMS. Ci sono 25 operatori. “Il costo totale annuale della struttura – dice il dott. Volta – è inferiore a quanto lui costava all’anno alla Asl di Parma!â€. Un medico guadagna 300 dollari al mese. Un infermiere tra 150 e 220 dollari, a seconda dell’anzianità e della funzione svolta. L’assistente sociale tra 120 e 150 dollari. Lo Stato congolese non mette quasi nulla: quando tutto va bene, dà 5 dollari al mese per ciascun infermiere. Una delle attenzioni maggiori Paolo Volta e la sua equipe la mettono per curare i disturbi psichiatrici delle donne violentate (“la violenza sessuale qui è moneta correnteâ€, dice Volta). Ne seguono in questo periodo 150. La percentuale di epilettici è molto alta per via dei problemi legati al parto: le condizioni in cui si partorisce sono tali da procurare con una certa frequenza danni cerebrali ai neonati. Del resto la mortalità infantile è altissima da queste parti: ogni famiglia ha almeno un bambino morto nei primi quattro anni di vita. Si tenga conto che la media di vita qui è 40 anni. Per la cultura locale, la prima interpretazione che viene data di un disturbo mentale (persino dagli infermieri) è che si tratti di un intervento soprannaturale. Ecco perché all’inizio si interviene con cose che somigliano alle sedute spiritiche. Quasi tutti i malati che passano per il Centro sono andati, prima, dai medici tradizionali, oppure hanno fatto l’esperienza delle “camere di preghiera†perché considerati indemoniati (che cosa siano ce lo aveva detto il giorno prima Francesca Morandini dell’Unicef). Alcuni medici tradizionali sono brave persone, che riescono anche a curare per qualche tempo l’epilessia o altri disturbi. Altri, invece, sono dei veri e propri ciarlatani. Un’altra differenza rispetto all’Europa è la quasi assenza delle depressioni. O meglio: qui la depressione non si manifesta come senso di colpa, come invece succede da noi; piuttosto provoca delle somatizzazioni; e sono questi sintomi fisici di malessere che portano qui le persone.
Paolo Volta ha portato qui il modo di affrontare la malattia mentale che in Italia si è affermato da qualche decennio grazie all’esperienza di Franco Basaglia e poi alla legge che porta il suo nome. Ad esempio, vuole evitare di concentrare nel Centro di Goma troppe persone e, dunque, sta operando in modo di essere lui (e i suoi collaboratori) a raggiungere le persone che hanno bisogno di cure là dove vivono, anche nei villaggi all’interno della provincia. E la durata dei ricoveri è piuttosto breve: vuole evitare che una ospedalizzazione prolungata divenga, essa stessa, una malattia. La struttura di degenza è piccola: solo 40 letti. Vengono molto favoriti i contatti con le famiglie. Nel giro che facciamo per la struttura questi aspetti innovativi di curare la malattia mentale sono subito evidenti: la preparazione dei pasti, il martedì, è affidata a turno a gruppi di malati; la cura dell’orto è anch’essa affidata ai malati, così come altre attività (insomma, qui si pratica l’ergoterapia); uomini e donne non sono separati in modo rigido; si tengono riunioni di gruppo in cui ciascuno è invitato a parlare di sé; i familiari sono ben accetti e possono stare a lungo vicino ai loro cari; l’ambiente è sereno, luminoso, aperto, ci sono scritte sui muri dei cortili, ci sono piante; c’è attenzione alla pulizia; i malati sono trattati bene anche dal punto di vista nutritivo: si mangia tre volte al giorno. E noi possiamo girare liberamente ed entrare in ogni reparto e in ogni ambiente (probabilmente il dott. Volta pensa che ciò faccia bene ai malati). Ad accompagnarci nel giro tra i malati è un infermiere, perché il dott. Volta deve ricevere dei nuovi malati. E’ un giovane. Si chiama Janvier Habamungu. E’ una persona molto gentile, cordiale. Ma due giorni dopo succederà una cosa terribile. Verremo a sapere che questo giovane infermiere, padre di famiglia, verrà ucciso da un altro giovane, per strada, che gli voleva strappare il telefonino e al quale lui aveva fatto resistenza. Ti ricordiamo con tanta stima e con altrettanto dolore, Janvier!
La mattinata si conclude con la visita a Buhimba, sul Lago Kivu, a pochi chilometri da Goma. Sul lago si affacciano il Seminario teologico e il Centro Maria Mama. E’ un bel luogo dove sacerdoti, religiosi e missionari si recano di tanto in tanto per trovare un po’ di riposo, per rilassarsi e riprendere le energie.
Al pomeriggio visita alla nuova sede di Goma della Ong Cadep costituita già una dozzina di anni fa da Mujogo. E’ la Ong locale, nostra partner nel progetto. Cadep significa Comitato di agricoltori per uno sviluppo partecipativo. Mujogo ha fatto una scelta un po’ arrischiata. Ha affittato una bella villetta nel quartiere di Katindo, un quartiere con le strade scassatissime, ma pieno di verde e di gente, che degrada dolcemente verso il lago. L’affitto è caro: 500 dollari al mese. Lo divide, però, con un’altra associazione belga che si occupa di ragazzi di strada. Gli amici di Cadep che ricevono “la delegazione italiana†sono orgogliosi ed emozionati. Mujogo spiega la decisione di aprire una sede a Goma, “in città â€, nonostante che Cadep sia una Ong nata a Mweso, un villaggio a più di 100 chilometri a nordovest di Goma, e rivolta allo sviluppo rurale. Dice che a Mweso non c’è elettricità , si è isolati, non si può usare internet, non si possono tenere collegamenti. Invece “fare rete†è indispensabile. Cadep, per crescere, ha bisogno di essere conosciuta, di trovare dei partner, di ricevere dei finanziamenti, e, dunque, una sede a Goma, visibile, raggiungibile, con l’uso di internet, è necessario.
Poi Mujogo passa a indicare le attività in corso. Dice che il progetto in collaborazione con l’Ucsei ha aiutato Cadep a ritrovare fiducia e a dare fiducia alla popolazione di Mweso. Ora è stato approvato un altro progetto finanziato dalla Regione vallone, in Belgio, per combattere la malnutrizione e per tutelare l’ambiente. Altre due piste potrebbero aprirsi: una sull’igiene di base, sempre a Mweso, con l’appoggio di una Ong del Lussemburgo, Farmacie sans frontieres, e una riguardante un cybercafé, questa volta a Goma, e sempre con un piccolo finanziamento del Belgio. L’équipe di Cadep a Goma è formata da Nicodemo Kabumba, un architetto sessantacinquenne, che è il presidente, Mujogo, che è coordinatore esecutivo, Martin, contabile, Vital e Clementine, formatori, un agronomo supervisore e una segretaria tuttofare, di nome esperante. Nicodemo esprime la sua gioia nel vedere che dietro Cadep ci sono degli amici, delle persone in carne e ossa che si sono organizzate per venire fino qui. Dice di essere contento di sapere che andremo anche all’interno, nella brousse, a Mweso, nonostante qualche disagio e qualche rischio. Per lui è un grande incoraggiamento.
Più tardi visitiamo l’Atelier Nazareth, un ampio spazio con cinque aule, un picco bureau e un bel cortile interno. E’ la struttura, di proprietà diocesana, in cui lavora da anni Tonina, una delle due missionarie laiche che ci ospitano. Passano di lì ogni giorno circa 300 ragazze. Sono ragazze che non sono potute andare a scuola o che hanno frequentato solo i primi due o tre anni. Per loro Antonina ha messo su una specie di scuola di cucito e di ricamo. Una cosa un po’ vecchia maniera, da Italia anni ’50. Ma Goma, con la sua strabordante povertà urbana e la sua bassissima scolarizzazione, specie femminile, potrebbe somigliare a un città dell’Italia meridionale dei primi del ‘900. Di fatto, le ragazze vengono puntualmente. Con le loro camicie bianche, la voglia di stare insieme, di sedere ad un banco di scuola e di apprendere qualcosa. Ogni classe ha la sua giovane maestra, un ex allieva. Non ci sono le attrezzature come al Centro Don Bosco, ma gli sguardi sono attenti, l’entusiasmo è palpabile, e i lavori di ricamo che ci mostrano sembrano ben fatti.
Venerdì 27 aprile. In viaggio da Goma a Mweso
Gli appunti presi durante il viaggio qui si fanno più scarni. E’ la parte del viaggio più difficile. Si parte al mattino per Mweso, 107 km a nordest di Goma. Si deve percorrere un tragitto che è sotto il controllo delle milizie di Laurent Nkunda. Ci è stato consigliato di chiedere il suo “permessoâ€, e dunque la sua protezione. In realtà credo di capire che cerchiamo di proteggerci in primo luogo dai suoi soldati, e poi anche da altri eventuali malintenzionati che potrebbero aggirarsi lungo il percorso. Partiamo con due macchine. Una è un’ambulanza messa a disposizione del parroco di Mweso, che si era trattenuto qualche giorno a Goma e ora viene con noi. L’altra è una 4x4; sul davanti pende uno striscione con i loghi dell’Ucsei e di Cadep e le scritte “Cooperazione italiana†e “Delegazioneâ€. Alla periferia di Goma ci fermiamo per comprare un sacco di manioca (poi mi accorgerò che è un dono per gli uomini di Nkunda…).
La strada passa per Sake, un altro centro colpito di recente dall’aggressione di una milizia (sembra siano stati i soldati di Nkunda), poi prende presto a salire. Si avanza lentamente perché non c’è asfalto, ci sono pietre e buche. Raggiungiamo il punto più alto, in una zona di pascoli. Ci sono mucche condotte da pastori ruandesi che cercano spazio qui perché il loro paese è piccolo e densamente abitato. Questa situazione crea, naturalmente, sconcerto e diffidenza nella popolazione della zona. Ci fermiamo a comprare formaggio in una rivendita di proprietà di un congolese figlio di un italiano. Il padre ha lasciato la madre quando era ancora incinta. Lui non parla italiano. Si chiama Sergio. Ha fatto fortuna. Un po’ scherzando e un po’ sul serio, dice di sé che un business man. Il formaggio è ottimo.
All’ottantesimo chilometro arriviamo a Kithanga, un villaggio movimentato. Poco oltre c’è un posto di blocco. Alcuni soldati ci indicano di seguire una via che sale a sinistra verso un boschetto. Lasciamo le macchine. Ci perquisiscono. C’è anche una donna militare che si occupa delle nostre donne. A poche centinaia di metri si vede una casa diroccata. Pare sia stata la (bella) abitazione di un imprenditore italiano. Ci fanno entrare in una stanza in cui ci sono un tavolino e un po’ di sedie. Sopra pencola un soffitto in legno andato quasi del tutto distrutto, e più in alto c’è un tetto anch’esso cadente. E’ il quartier generale di Nkunda; è qui che ci vuole incontrare. Ma l’attesa è lunga perché prima di noi – dicono – è arrivata una delegazione americana. Aspettiamo più di due ore. Siamo seduti uno accanto all’altro, contro il muro. Siamo silenziosi e un po’ intimoriti. I militari, giovanissimi, si muovono… come militari: gesti rigidi, scattanti, nervosi. Ma due uomini appaiono più tranquilli e riescono a metterci un poco più a nostro agio: uno è un ufficiale, un maggiore, che poi resterà con noi per tutto il resto del viaggio, sia a Mweso sia a Goma; l’altro è in abiti civili, ha un volto gentile e pensoso, e si sforza di sorridere. Ci offrono anche del latte fresco (che beviamo pur con qualche diffidenza).
Laurent Nkunda arriva a passo svelto e si siede al tavolino. E’ alto, magro. Appare molto giovane (ha, comunque, 40 anni). E’ certamente di bell’aspetto. A me impressiona (non del tutto favorevolmente) lo sguardo tagliente, penetrante. Ci presentiamo uno a uno. Poi prende la parola. Nessuno di noi ha avuto la presenza di spirito di prendere appunti (non se ne parla di filmare o fotografare). Ma ricordo che ha parlato in modo intelligente, con acutezza. Si vedeva che era bene informato sul nostro conto. Ci ha detto di essere molto contento della nostra presenza nel Nord Kivu. Apprezzava che fossimo venuti in quella zona nonostante la brutta fama che essa aveva e gli oggettivi rischi che si poteva supporre di dover affrontare: questo nostro coraggio accresceva la fiducia nella pace da parte della popolazione locale. Apprezzava che fossimo una delegazione così internazionale: italiani, albanesi, e anche tre africani, per di più dei tre paesi dell’area (Congo, Burundi e Rwanda), e che ci fossero giovani e adulti, studenti e insegnanti. Apprezzava anche il nostro obiettivo: il sostegno ad un progetto di sviluppo rurale che passava per la formazione. Ha detto anche qualche parola sullo sforzo in atto nella provincia di trovare un accordo tra le milizie locali, ma non ricordo che su questo non si sia soffermato molto (ne ha parlato, mi è parso, con una certa aria di sufficienza).
L’impressione lasciata su di noi dal suo discorso, breve ma preciso, è stata buona. Tanto che, usciti all’aperto si è dato il via alle foto-ricordo, e il clima è subito stato molto sereno. Persino troppo amichevole, si potrebbe dire (la mia è un’autocritica). Del resto, lo stesso parroco di Mweso, che era con noi, l’abbè Theodor appariva in familiarità con Nkunda (ovviamente non sappiamo quanto sincera). Il generale ci ha accompagnato fino alle macchine. Altre fotografie e poi via per Mweso. Questa volta con una macchina di scorta degli uomini di Nkunda, guidati dal maggiore Christophe (un ufficiale all’opera per portare in porto il cosiddetto “mixage†tra le diverse armate presenti nella provincia).
Arriviamo a Mweso all’imbrunire. Vediamo scorrere ai bordi dell’ultimo tratto di strada le piccole case di terra e di canne in cui abita la popolazione locale, le donne che camminano portando sul capo ogni sorta di cose, i bambini a frotte, qualche rara bicicletta. Entriamo con le macchine nel cortile della parrocchia. E’ già quasi scuro. Vediamo un automezzo della Croce Rossa Internazionale. Si scaricano i bagagli. Ci sono casse di cibo che Cadep ha comprato per i pasti che consumeremo a Mweso. La cena sarà pronta un paio di ore dopo. Ottima. E abbondante. Riso, anche spaghetti (!), bugale, carne di capra e di manzo, fagioli, banane fritte, cavolfiori, e altre buone cose. Le stanze sono spartane. C’è qualche zanzariera, ma non per tutti. In compenso, di zanzare quasi non c’è traccia. Non ci sono cuscini. Qualche letto è per terra, ma i materassi non sono scomodi. Solo con i gabinetti, per noi occidentali, c’è qualche problema; ma non poi tanto grave. La luce non c’è, si usano le torce. L’acqua sì, ma la si usa con precauzione.
Sabato 28 aprile. L’immersione nel villaggio di Mweso e l’incontro con la popolazione
Una straordinaria colazione. Ricordo, tra le molte cose, un’ottima frittata, del miele e del formaggio. Poi si inizia una serie di visite.
La prima, molto breve, alla scuola secondaria di pedagogia. E’ un corso della durata di 6 anni, a conclusione del quale viene dato un diploma; poi, per insegnare, si deve fare l’esame di stato. Ci sono 135 allievi. Qualcuno, alla fine del corso, riesce ad andare all’università a Goma. Attualmente ci sono sette ex studenti di questa scuola che studiano in quella università . In lontananza si vede una collina dove si sono accampati da circa due mesi alcune centinaia di profughi interni. Vengono da una zona di foresta equatoriale dove sembra abbiano subito le aggressioni di milizie interhamwe.
Raggiungiamo la scuola primaria. Vi studiano 600 alunni, suddivisi in 14 classi. Gli insegnanti sono 16, tutti uomini. La maggioranza degli alunni sono maschi (più del 60%). Il direttore della scuola ci dice che sono più numerosi i bambini in età scolare che non vanno a scuola che quelli che ci vanno. Il motivo è la povertà . E anche, in certi casi, il comportamento dei padri, che magari spendo per la birra i soldi che sarebbero necessari per la scuola dei loro figli. La scuola costa circa 2 dollari al mese: 1 dollaro per il funzionamento e poco meno di 1 dollaro per il maestro. Ma a volte la scuola chiede anche qualche contributo per la manutenzione o per ricavare una nuova aula. Il pagamento è obbligatorio: chi non paga deve lasciare la scuola. Quest’anno, all’inizio della scuola, gli alunni erano 711 – dice il direttore -, ma ora ce ne sono 600. La maggior parte di quelli che finiscono la scuola elementare riescono a superare l’esame finale. Però, pochi proseguono gli studi, perché il costo della scuola secondaria è maggiore, circa 5 dollari al mese.
Non lontano, ecco l’area dove sta sorgendo il Centro di educazione allo sviluppo locale. E’ la nuova sede di Cadep; la vecchia è un minuscolo ufficio di due stanzine nei locali della scuola elementare. La nuova sede non sarà , però, solo per gli uffici dell’associazione. Sarà soprattutto un luogo di incontro per discutere i problemi locali della popolazione. E un luogo di formazione (per fare gli incontri formativi previsti dal progetto dell’Ucsei, gli amici di cadep hanno dovuto chiedere ospitalità un po’ qui e un po’ lì…). E’ prevista la costruzione di una sala per riunioni di 8 metri per 15, che disporrà di almeno 120 posti. I lavori sono iniziati da alcuni mesi. Si costruisce in mattoni e non in legno perché c’è il timore di incursioni di milizie allo sbando che potrebbero dar fuoco alla struttura. Ci lavorano solo operai locali, dice Mujogo. “Anche se non sono tanto braviâ€, aggiunge. Tutto è fatto per valorizzare la gente del posto. Anche il cibo usato per le sessioni di formazione (tenute altrove) viene comprato dalle donne locali. Il fondo iniziale per costruire il Centro è venuto da una confederazione di cooperative agricole italiane in cui lavora un nostro amico, Mario Campli (5.000 euro). Ma ora si stanno cercando altri soldi. Il costo complessivo della costruzione dovrebbe essere di circa 30.000 euro. “Vogliamo lasciare qualcosa di stabile per le nuove generazioniâ€, dice Mujogo.
Ci avviamo all’Istituto Tecnico Agrario. Qui Mujogo ha fatto studiato e si è diplomato. Poi è stato anche direttore dell’Istituto. In quell’epoca, prima di venire a studiare in Europa, ha fondato Cadep e ha animato i primi passi di questa piccola associazione. L’obiettivo di sostenere e qualificare l’Istituto Agrario è sempre stato una priorità per Mujogo. Da qualche tempo l’Istituto è sostenuto da un gruppo tedesco, che fa delle collette periodiche.
Nel ’93 la scuola è stata distrutta una prima volta perché moltissima gente vi si è rifugiata dentro dopo essere sfuggita ai conflitti etnici scoppiati in quel periodo. La stessa cosa si è ripetuta con la guerra del ’96. La scuola attualmente ha sei classi: 2 prime, poi la seconda, la terza, la quarta e la quinta. Manca la sesta classe, che si spera di attivare l’anno prossimo. All’inizio dell’anno gli iscritti erano 154. Adesso ce ne sono rimasti 131. Anche qui è la povertà la causa degli abbandoni. Ma incide anche l’insicurezza: tra novembre e dicembre alcune famiglie hanno lasciato Mweso per paura di essere aggredite, e non sono più tornate.
Con l’aiuto di Mujogo e del gruppo tedesco, da qualche tempo si sta portando avanti un progetto di riabilitazione della scuola: aggiustare il tetto per non far piovere dentro, sistemare i banchi, mettere i vetri alle finestre, e così via). La scuola – ci dice l’attuale direttore - era sta un po’ abbandonata, ma ora è in ripresa, e i ragazzi vengono numerosi. Ma le aule non bastano. Ne mancano almeno due. Alcuni genitori si stanno organizzando e hanno iniziato a costruire i mattoni per tirare su le due aule che servono (non in legno perché poi succede che la gente, nei momenti difficili, le distrugge per fare il fuoco). Ora gli allievi di tutte le classi sono usciti nello spiazzo davanti alla scuola e ascoltano il direttore che ci spiega la situazione della scuola. Stanno ben ordinati in fila, classe per classe. Ci sono anche un gruppo di agricoltori ex allievi. E una suora delle Figlie di Maria che insegna nell’Istituto. Prende la parola Mujogo. Fa un bel discorso, appassionato. Usa il kiswaili, e sono Antoine, Seraphine e Leonie che in questa occasione, come in altre nel corso del viaggio, ci traducono qualche spezzone di quel che viene detto.
Mujogo dice che loro, allievi e insegnanti dell’Istituto agrario, debbono divenire utili per se stessi e per gli altri. Per questo debbono formarsi. L’Istituto è il loro patrimonio che debbono proteggere con cura. Debbono tutti sentirsi le sentinelle che sono a protezione dell’Istituto. Poi dice che la delegazione italiana porta a tutti loro un messaggio, che è questo: anche se sono nella guerra e nella povertà , loro sono intelligenti e sono capaci di trasformare le cose, di rendere produttive le loro terre. Sottolinea anche il fatto che ci sia un bel numero di ragazze tra gli allievi dell’Istituto: “Il mestiere di agricoltore – dice – deve essere sia degli uomini che delle donne, perché tutti dobbiamo contribuire al bene della nazioneâ€.
Segue un dibattito. Sempre lì in piedi, davanti alla scuola. Anche noi prendiamo la parola, e facciamo delle domande. La richiesta che viene un po’ da tutti è di essere aiutati a rendere più qualificata la loro scuola. Qualcuno osserva che mancano i libri (un’enciclopedia agricola, ad esempio) e mancano anche cose minime come gli stivali. Altri insistono sulla carenza di attrezzature per fare anche un po’ di pratica: per esempio, per fare qualche applicazione di topografia, oppure per fare pratica nello studio delle malattie delle piante e degli animali o negli interventi contro l’erosione del terreno e così via. In effetti mancano attrezzature e manca un laboratorio.
Tutti – allievi e d ex allievi, ed anche gli insegnanti - concordano che ci vorrebbe una specie di “azienda didatticaâ€, per esercitarsi in tutte le attività che deve saper svolgere praticamente un agronomo e anche un allevatore. Altrimenti non avranno futuro. Non riusciranno a trovare lavoro. Né a essere dei buoni imprenditori per le loro stesse attività agricole. La “fattoria didattica†è proprio il sogno di Mujogo. Ne parlava già anni fa quando studiava in Italia. Per ora c’è solo un pezzo di terreno in cui gli allievi coltivano i cavolfiori. Poi qualcuno chiede sostegno per poter andare all’università a Goma o anche in Italia. C’è anche il problema della sicurezza. Mujogo racconta che stanno costruendo due piccole case che saranno date a due famiglie del posto in modo da rafforzare la sorveglianza dell’Istituto, giorno e notte. Noi segnamo le esigenze che emergono e promettiamo di pensare seriamente come poter offrire qualche aiuto nelle direzioni che ci hanno segnalato.
E ora di corsa all’appuntamento più importante. Alla Scuola Infermieri (che però pare che ora funzioni al minimo) c’è l’incontro della nostra delegazione romana con tutti i corsisti che hanno seguito il percorso formativo organizzato dall’équipe di Cadep. E’ l’incontro per valutare l’andamento del progetto, i risultati ottenuti. Nella lunga aula della Scuola Infermieri sono riunite un centinaio di persone.
Prende la parola per primo il presidente del Territorio di Masisi (Mweso è proprio sul confine tra due ambiti amministrativi della provincia del Nord Kivu: Masisi e Rutchuru). Ricorda la nascita di Cadep nel 1992 e rende merito allo “spirito patriottico†di Mujogo, che, finiti gli studi, ha avuto il coraggio di rientrare nel suo paese natale, benché si tratti di un piccolo villaggio, e tra l’altro in una zona e un periodo non proprio tranquilli. E sapendo che i salari sono molto bassi. Ringrazia, naturalmente, il gruppo degli italiani (che poi non siamo tutti italiani…).
Mujogo e i suoi collaboratori iniziano ad illustrare le attività svolte nel corso del progetto. Non si è trattato solamente di fare formazione ai circa 80 partecipanti: studenti ed ex dell’Istituto Agrario e giovani agricoltori. O, meglio, la formazione è stata a tutto campo: riflettere sulla propria situazione, le proprie conoscenze tecniche ma anche le proprie abitudini, i propri comportamenti, le relazioni familiari, la cura dei bambini, l’igiene, la sicurezza, lo spirito di solidarietà , il senso civico, le urgenze locali cui rispondere per ridare fiducia e coesione alla comunità , l’attenzione alle situazioni più deboli (come i rifugiati provenienti dalla foresta equatoriale), il modo di attivare nuove iniziative e nuovi finanziamenti. Riflettere e agire. Ascoltare i bisogni, intervenire.
Questo è stato il percorso di formazione realizzato da Cadep a Mweso tra il maggio 2006 e aprile 2007, con le sue tre tappe principali: “Divenire attori del cambiamento nel nostro contestoâ€, “Investire in un’attività che dia frutto: come produrre e guadagnare?â€, “Vivere e far vivere il villaggioâ€.
Le difficoltà non sono mancate: la persistenza della guerra nella zona, l’isolamento dovuto al pessimo stato delle strade, l’aumento delle malattie (paludiamo, colera, difficoltà respiratorie, etc.), l’assoluta debolezza del potere dello stato, la povertà generalizzata e la malnutrizione. Ma il compimento del percorso formativo è stata un’iniezione di energia e di fiducia per i membri di Cadep e anche per la stessa comunità locale. Ora ci sono le condizioni per dar vita a qualche attività economica che consenta l’autonomia di Cadep (non solo progetti finanziati dall’esterno) e si è rafforzata la capacità dell’associazione di fare da promotore di progetti di sviluppo locali in diversi campi sapendo attivare in modo più organico l’appoggio esterno. Ora c’è più fiducia in se stessi, nelle proprie capacità .
L’incontro si è concluso con un buon pranzo, offerto da Cadep a tutti i presenti. Si è mangiato con il piatto sui banchi della scuola, tutti stretti gomito a gomito, uomini e donne. Poi uno spettacolo di danze locali nel prato antistante la scuola. E l’offerta di doni: cesti fatti da i pochi artigiani locali e il vino fatto con le banane.
Nel pomeriggio ci è stato proposto un giro più rilassato nei dintorni di Mweso: la grande piantagione di the avviata dai belgi nel 1959 e che dà lavoro ad alcune centinaia di operai. E’ una bellissima zona, ad una quindicina di chilometri dal villaggio, nel Territorio di Rutchuru. E’ passata di mano in mano nel corso degli scorsi travagliati decenni. Oggi è di proprietà di un congolese e due belgi. E’ stata chiusa più volte per via delle guerre. Nei periodi migliori ha avuto fino a 1.200 operai. In realtà la proprietà si estende per 4.500 ettari, ma sono piantati a the solo 470 ettari. Altri 15 sono usati per la coltivazione di una pianta medicinale e 385 sono per produrre legno da combustione. Gli operai abitano con le loro famiglie in una miriade di piccole case, in muratura, costruite su una collina vicino all’impianto di lavorazione del the. Il guadagno è minimo: 10 dollari al mese. Ci lavora anche un agronomo che è membro di Cadep. La visita avviene sempre con la scorta militare comandata dal maggiore Christophe e si conclude con bevande, spiedini di capra e buone poltrone in uno splendido “buen retiro†su una collina nei dintorni, di proprietà dell’azienda che gestisce la piantagione.
Domenica 29 aprile. La messa, i bambini-soldato, i bambini denutriti; la partenza
La messa, questa mattina, è in un certo senso dedicata a noi, alla delegazione che viene dall’Italia. E’ una messa molto bella. Ma non solo questa, che è un po’ speciale. Era stata molto bella anche quella del giorno precedente. Molto partecipata, ricca di canti. Più ancora che a Goma. L’abbè Theodor dedica al partenariato tra Roma e Mweso la sua omelia, che è preceduta da un vivace e commovente ballo ai piedi dell’altare di una dozzina di ragazzine con un camice bianco e azzurro. Noi diamo il nostro timido apporto alla celebrazione eucaristica con una delle intenzioni di preghiera, con un canto (Maria del Cammino: “Vieni, o Madre, in mezzo a noi, vieni Maria quaggiù; cammineremo insieme a te, verso la libertà …â€) e con alcuni saluti finali.
In un locale praticamente annesso alla parrocchia di Mweso si svolge un’attività delicata. Ci conduce lì Clementine, una dottoressa che affianca Cadep. In un cortiletto sono riuniti un gruppo di ragazzi. Hanno età diverse. Tra i 12 e i 16 anni, si direbbe. Sono bambini-soldato. Si occupa di loro la Caritas della parrocchia, che ha aperto un centro di accoglienza e di recupero 3 anni fa. Vengono accolti ragazzi sottrattisi alle milizie della zona. Stanno lì per 3 o 4 mesi. Vengono accuditi. Ascoltati, soprattutto. Si cerca di capire che cosa vorrebbero fare, di cosa hanno più bisogno. In questo momento ce ne sono 25. Nel tempo, ne sono stati riscolarizzati, o inseriti in scuole professionali, quasi 200. Alcuni rientrano in famiglia, altri no, altri la famiglia proprio non ce l’hanno. Il desiderio maggiore è di poter imparare un mestiere. Meccanico o falegname, dicono. Il responsabile i questa attività è un infermiere professionale, Emanuele. Dai suoi occhi un po’ inquieti si capisce che la sua opera non è facile. I ragazzi sorridono, ma non più di tanto.
L’ultima visita prima del rientro a Goma è all’ospedale di Mweso: una struttura abbastanza bella, ordinata, con numerosi spazi verdi tra un reparto e l’altro. Non un grande ospedale, certo, ma nemmeno solo un ambulatorio. L’hanno costruito, impiegandoci otto anni, sotto la direzione di Nicodemo, l’architetto che presiede Cadep. Visitiamo solamente il reparto di maternità . Per la prima volta, qui, vediamo dei bambini denutriti. Le mamme hanno i volti angosciati. Una di loro ha già partorito da alcuni giorni. Ha dovuto fare il cesareo, che costa parecchio (qui è raro che lo si faccia), e non ha i soldi per pagare; così sta ancora lì. Paghiamo noi i 50 dollari necessari e la donna potrà tornare a casa. In una saletta ci sono mamme con i loro neonati. Sono le donne più povere. La dottoressa Clementine, che in passato ha lavorato qui, ha portato da Goma dei vestitini per questi neonati. C’è una piccola cerimonia, che, in realtà , ci lascia un po’ interdetti: ci viene consegnato un mucchietto di questi vestitini per ciascuno e ci viene chiesto di andare a portarli a queste madri che tengono il loro bimbo nudo sul grembo, avvolto in un panno. Lo facciamo con un po’ di disagio, che riusciamo a scacciar via solo cominciando a parlicchiare un poco con le donne e a scherzare con i loro bimbetti. Ma è una visita molto breve. Non apprendiamo quasi nulla di quell’ospedale, di quelle donne.
Dobbiamo ripartire. La nostra piccola carovana – le nostre due macchine più quella di scorta del maggiore Christoph – fa una sosta poco fuori del villaggio. Sulla sinistra c’è un gruppo di poverissime case; sul fondo di un viottolo scorre il piccolo fiume Mweso, che divide il territorio di Masisi da quello di Rotchuro. C’è un ponticello fatto di assi di legno. Non più di un paio di metri di larghezza. Le acque corrono veloci, il punto è ripido, le onde si frangono con violenza. Mujogo ci tiene a farci vedere questo ponte. Lui e tanti bambini come lui passavano di lì per andare a scuola a Mweso scendendo dal villaggio di Musheberi, a un paio di ore di cammino oltre il ponte. E succedeva spesso che qualche ragazzino scivolasse nell’acqua e affogasse, o che le onde di piena ne travolgessero qualcun altro. Ne sono morti su quel ponte: una quindicina ogni anno. E ancora adesso succede. Mujogo ha preparato il progetto di un ponte di pietra. Il costo è di circa 7.000 euro. Si attende un benefattore, visto che le autorità locali, per ora, praticamente non esistono. E la popolazione locale non può farcela da sola; alcuni materiali vanno comprati a Goma.
Il viaggio di ritorno fila liscio. Arriviamo a Goma nel pomeriggio. E ci resta il tempo, dopo una doccia, di andare a visitare il Centro per bambini di strada di cui si occupa Lino, l’operaio italiano che da alcuni vive lì e lì ha fatto famiglia. Con un’espressione che usiamo anche noi in Italia, Lino dice che si tratta di un servizio “a bassa sogliaâ€. Cioè, è poco strutturato. E’ aperto 24 ore su 24. I ragazzi che vivono per strada possono venirvi a passare la notte, oppure alcune ore del giorno. Un certo numero di loro, una quindicina, sono fissi. Dormono lì tutte le notti. Altri no. C’è una televisione (che questa sera trasmette un film di Canale 5 con Swharzenegger). Ci sono tre camerette a quattro letti e una piccola camerata. C’è una sala con le panche per mangiare, una cucina. Ogni sera Lino e un bravissimo giovane che lavora nel Centro, Jean Claude (il quale vive con moglie e figlio in una casa accanto al Centro), fa un giro per la città per “raccogliere†i ragazzi che trova per strada e che acconsentono ad andare a passare la notte al Centro. A volte vengono per conto loro, ma non entrano; si fermano qualche decina di metri fuori, accendono un fuoco, stanno lì. Forse si sentono un po’ più sicuri, un po’ più in compagnia, ma sono troppo ribelli per varcare il cancello e chiedere ospitalità . E’ l’Unicef che finanzia un po’ il Centro. Il resto ce lo mettono gli amici italiani di Lino.
Mentre usciamo sullo spiazzo che è davanti al Centro Lino ci racconta di un ragazzo di 16 anni che pare sia stato trovato dalla polizia a rubare e che è stato portato in carcere. Il carcere è a poche centinaia di metri. Sta lì dentro da 9 mesi. Nessuno lo ha denunciato, in realtà . Ma anche nessun giudice si è ancora deciso a esaminare il suo caso. Così il poveretto vegeta lì dentro. Chiedo a Jean Claude che cosa si può fare. Lui risponde che l’unica cosa da fare sarebbe di dare 50 dollari al giudice, così nel giro di due giorni il dossier si chiuderebbe e il ragazzo potrebbe uscire. Diamo i 50 dollari a Lino. E ci ripromettiamo che l’indomani, ultimo giorno prima di ripartire, andremmo a visitare il carcere. Lino ci va spesso. E’ una delle sue attività .
Lunedì 1° maggio. Goma: il carcere, il centro per combattere l’Aids, i ragazzi di strada
Il carcere di Goma sorge sulla grande spianta prodotta dall’eruzione del vulcano Niryacongo che nel 2003 ha distrutto buona parte della città e spazzato via la cattedrale che sorgeva proprio qui vicino e di cui è rimasta soltanto un’alta parete in pietra. Arriviamo verso le nove. Siamo senza macchine fotografiche, senza telefonini e senza portafogli. Così ci ha detto di fare Lino. Il direttore non c’è, c’è il vice, che accetta di accompagnarci a visitare l’interno del carcere. Prima il reparto femminile. Percorriamo un corridoio molto stretto, con le pareti annerite e pochissima luce. Su un lato si aprono alcune stanze, prive di qualsiasi arredo. Le porte sono aperte. Le donne sono sdraiate o in piedi, gli sguardi inquieti. Solo un paio sorridono. In tutto sono 14, dice la nostra guida. Poi arriviamo al reparto speciale; qui ci sono i detenuti di serie A: commercianti, professionisti, anche militari. Si tratta di un piccolo cortile su cui affacciano alcuni ambienti. Saranno in tutto una quarantina. Sul cortile affaccia anche un grande stanzone, un po’ più illuminato e arioso, nel quale ci sono tre grandi tende da campo, dove dormono i due detenuti più speciali e il loro sorvegliante. I due sono entrambi alti ufficiali dell’esercito.
Ma il grosso dei detenuti non sta qui. Si oltrepassa un complicato ginepraio di stretti corridoi, così bui che non si riesce a vedere il pavimento su cui si cammina. Procediamo in fila indiana, il pavimento è rotto, ci sono pozzanghere, c’è un forte odore di piscio. Sbocchiamo in un altro cortile, molto più grande. Affollatissimo. Il vicedirettore ci spiega che il carcere dovrebbe contenere 150 detenuti. Ma, al momento, ce ne sono 497. Il personale di guardia è di sole 9 persone. Tra l’altro non pagate: “Aspettiamo che il governo ci paghi… Dove andiamo, altrimenti?â€, dice il vicedirettore. “Solo il direttore viene pagato regolarmente – aggiunge -. Ma prende solo 20 dollari al meseâ€. Le celle che danno sul cortile, e anche le altre, non hanno porte. I minorenni stanno insieme agli adulti, perché non ci sono i mezzi per tenerli separati. Qui la manutenzione non sia fa da molti anni. E si mangia solo una volta al giorno. Quegli uomini con cui scambiamo qualche parola fanno segno che hanno fame. Altri hanno uno sguardo duro, arrogante, e ci guardano con aria di sfida (del resto, comprensibile). Stiamo lì, quasi al centro del cortile. Il vicedirettore ci parla. Non c’è nessun altra guardia. Fa un po’ paura star lì. Con tre ragazze giovani, poi. Ma c’è Lino, che anche in questo posto è a suo agio.
Lino cerca il ragazzo sedicenne che sta qui da nove mesi. Lo chiama forte. E lui sbuca dal fondo del cortile, si avvicina. E’ alto, tiene la testa abbassata; appare molto scosso, lo sguardo è spento. Sembra intontito. Lino gli dice che forse tra pochi giorni lo liberano, che deve essere contento. Il ragazzo sembra non sentire. E’ troppo provato. Usciamo. Il vicedirettore ci fa vedere due atelier che sono stati costruiti nel piazzale antistante il carcere. Ma i macchinari – per la falegnameria e per la fabbricazione delle scarpe – non ci sono. A funzionare c’è solo un capanno in cui si fabbricano le saponette. Ci lavorano un paio di detenuti. E lo si può già acquistare. Ne compriamo un po’.
Non eravamo tutti, al carcere. Uno di noi era andato con Luisa a fare il giro delle famiglie assistite per l’Aids. Si portano le medicine, si ascolta come vanno le cose, si sta un po’ insieme… E nel pomeriggio una parte di noi visita la struttura per malati di Aids che è in costruzione. Una struttura ampia, che funzionerà sia come accoglienza diurna sia come ricovero per i più gravi e quelli privi di sostegno familiare. Cerchiamo – è l’ultimo giorno – anche quel che di più bello c’è a Goma. Il lago. La città affaccia sul lago. La strada che esce dalla città per costeggiarlo attraversa la zona più ricca di Goma. Qui c’è la residenza che si era fatta costruire il presidente Mobuto: grandi prati verdi, numerosi edifici, alberi… E c’è anche la casa del vescovo. Noi ci affacciamo alla “spiaggia del popoloâ€, come la chiama Luisa. E’ un tratto di riva sassosa, con scogli bassi da cui i ragazzini scivolano in acqua. Qui l’allegria è grande. Domani si ripartirà per Kigali. |









