| 1.10.08 Africa - Nasce Africom: gli americani guardano al continente nero |
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Dopo mesi di preparativi affannosi, il nuovo comando militare degli Stati Uniti per l’Africa è entrato ufficialmente in servizio a Stuttgart (Germania) il 1 ottobre 2008. Lo ha reso noto pochi giorni fa il Dipartimento di Stato americano per voce del vice ministro in carica per gli Affari africani, Theresa Whalen, che ha definito Africom “lo strumento più visibile degli Stati Uniti per promuovere le relazioni con l’Africa attraverso attività militari e altre iniziative in partenariato con diverse agenzie americane come Usaid e le istituzioni internazionali”. Creato dall’amministrazione Bush nel febbraio 2007, Africom ha come obiettivo quello di sottoporre le attività di intelligence nel continente africano al controllo di un unico comando militare. Finora queste attività dipendevano da tre comandi americani regionali: Useucom (Europa), Uscentcom (Medioriente) e Uspacom (Pacifico). Secondo Mauro De Lorenzo, ricercatore presso la American Enterprise Institute, Africom pone fine alla confusione che regnava in ambito militare tra gli Stati Uniti e l’Africa. “Nel passato” sostiene De Lorenzo in un’intervista rilasciata a Voice of America, i governi africani avevano ripetutamente espresso il loro malcontento riguardo la necessità di doversi rapportare a tre diversi comandi militari americani. Erano convinti che l’Africa meritasse maggiore attenzione, e quindi un comando ad hoc”. Ma quanta fatica. Negli ultimi mesi, membri del Pentagono e del Dipartimento della Difesa hanno perlustrato il continente intero ne tentativo di convincere un paese di ospitare la sede di Africom. Con l’eccezione della Liberia (paese di scarso interesse dal punto di vista geostrategico), i governi africani sollecitati hanno declinato le offerte di mirabolanti contratti militari e civili promessi da Washington giustificando il loro rifiuto con i rischi che comportava in termini di sicurezza la presenza di un comando militare Usa sul loro territorio. Non solo. Gli africani hanno sempre sospettato gli Stati Uniti di nascondere interessi ben diversi rispetto a quelli annunciati. Di fatto, assieme alla presenza diffusa di terroristi islamici nel Sahel e nel Corno d’Africa, la crisi energetica e l’offensiva commerciale della Cina hanno convinto l’amministrazione Bush ad assegnare a Africom tre obiettivi: intensificare la lotta contro il terrorismo rafforzando il programma di assistenza militare transfrontaliera dell’Initiative Pan-Sahel e le attività della base navale Camp Lemonier a Djibuti (Corno d’Africa); difendere gli interessi geostrategici legati al petrolio (per svincolarsi dal Medioriente, Washington intende aumentare le importazioni di greggio africano dal 15 al 25% entro il 2015); infine, contrastare le vaste offensive commerciali lanciate in questi ultimi da Pechino e in misura minore da India, Brasile e paesi del Golfo persico sul continente africano. Non a caso, a differenza degli altri centri di comando regionali, Africom sarà operativa sia sul piano militare che quello civile. A capo di 1.300 agenti e un budget di 50 milioni di dollari, il comandante di Africom, il generale William “Kip” Ward intende dotarsi di strutture leggere in grado di costituire una rete con le istituzioni civili presenti in Africa. Ma gli obiettivi annunciati dall’ufficiale nero più decorato dell’esercito americano non convincono tutti. Già nel marzo scorso, l’agenzia di informazione Irinnews aveva sottolineato come nel suo discorso di presentazione di Africom al Congresso Usa, Ward aveva riservato appena 15 secondi agli aspetti umanitari. I sospetti sarebbero addirittura approdati al Dipartimento di Stato americano, il quale rischia di vedere una parte dei suoi fondi destinati all’Africa dirottati a favore dei militari del Pentagono. Secca smentita di Ward alla Bbc: “Africom non ha nessuna un’agenda nascosta. Vogliamo soltanto consentire alle nazioni africani di rafforzare le loro capacità”. di joshua.massarenti (Panorama, 01/10/2008) |









