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Dopo il rapporto di novembre ultimo scorso del Gruppo degli esperti delle Nazioni Unite sulla situazione che prevale nel Nord e Sud Kivu, in Repubblica Democratica del Congo (RDCongo), i grandi della terra non possono più far finta di ignorare ciò che vi succede. La lunga e dolorosa serie di massacri, stupri, incendi di villaggi, sequestri, furti e saccheggi, umiliazioni di ogni genere… di cui la popolazione civile dei Kivu è vittima e che è stata denunciata dalla società civile congolese già da molto tempo, è ora a conoscenza di tutti, così pure il fallimento delle operazioni miitari intraprese per riportare la pace.
Le autorità del paese, tanto locali che nazionali, tacciono. L'esercito, mal pagato e costituito da un insieme di forze tanto diverse, in cui sono state frettolosamente integrate anche le forze destabilizzatici e violente del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) di Laurent Nkunda, invece di riportare la pace, è fonte di insicurezza persistente. Una certa élite economica del paese si sta arricchendo al di fuori di ogni senso di giustizia e di compassione per il popolo. Nemmeno l'Onu, che investe nel paese la sua più grande missione di salvaguardia della pace e la Comunità Internazionale, i cui rappresentanti fanno finta di recarsi al capezzale della RDCongo come medici esperti, non hanno saputo dare una vera risposta alla crisi del paese e della Regione dei Grandi Laghi. Il nocciolo della crisi.
La crisi gira intorno allo sfruttamento illegale delle risorse minerarie della RDCongo (cassiterite, coltan, oro, wolfram, petrolio e gas metano) in cui sono implicati note multinazionali occidentali e società minerarie1 con sede in Europa, Canada, Stati Uniti e Asia.
Per dividersi la torta mineraria della RDCongo senza sporcarsi le mani con sangue innocente, bisognava trovare chi la tagliasse in pezzi: le multinazionali e i governi occidentali, questi ultimi controllati dalle prime, hanno confidato lo sporco compito ai paesi limitrofi della RDCongo, soprattutto al Ruanda e all'Uganda, approfittando dei loro obiettivi espansionisti sul territorio congolese, per destabilizzare la RDCongo in vista di una nuova configurazione geografica, la creazione di stati-nani, ciascuno controllato da multinazionali corrispondenti.
L'attuale sedicente "ritorno", massiccio e irregolare, di "rifugiati congolesi" dal Ruanda sembra coprire un'occupazione militare del Kivu già in corso mediante le operazioni militari Umoja Wetu e Kimya II e si iscriverebbe in questa dinamica. Gli osservatori denunciano una volontà deliberata di certe grandi potenze di coprire queste manovre di occupazione progressiva. Valutazione degli approcci.
L'approccio della Comunità Internazionale, degli Stati Uniti e dell'Europa in particolare, nei confronti del conflitto armato nell'est della RDCongo rischia di perpetuarne le radici piuttosto che risolverlo. Questo approccio è ossessivamente centrato sul ruolo delle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR) e di altri gruppi ribelli e lascia nell'ombra il ruolo svolto dall'Uganda e dal Ruanda. Il Ruanda è il principale punto di transito dei minerali saccheggiati in RDCongo dai gruppi ribelli (FDLR, CNDP e altri), ragione per la quale sembra essere il più grande produttore ed esportatore di minerali che, in realtà, non possiede che in quantità insignificante2.
Questo approccio fa assoluta astrazione dalla questione della sovranità delle risorse, punto centrale della guerra geostrategica per le ricchezze del Congo; una guerra che ha giustificato l'assassinio, da parte dell'occidente, nel 1961, di Patrice Lumumba, primo ministro democraticamente eletto del Congo e l'installazione al potere del dittatore Mobutu durante tre decenni. È in nome di questa stessa filosofia che gli Stati Uniti hanno sostenuto e finanziato l'invasione del Congo nel 1996 e 1998 da parte del Ruanda e dell'Uganda, a scapito del movimento non violento e pro-democratico, popolarmente sostenuto, inizio degli anni 1990, dalle masse congolesi in occasione della Conferenza Nazionale Sovrana. L'ossessione a focalizzare gli sforzi nella parte Est del Congo, ricca in minerali, nasconde male le intenzioni delle lobbie a Washington che preconizzano senza tregua la balcanizzazione della RDCongo. Piste di soluzione.
L'opinione secondo cui il conflitto della RDCongo può trovare una soluzione solamente mettendo fine al commercio dei "minerali di guerra" non è realistica. Si possono anche arrestare tutti gli Hutu del mondo intero, imporre l'embargo sulle armi destinate alle FDLR e ai Maï-Maï del Kivu, ma finché le grandi potenze manipolatrici del Consiglio di Sicurezza dell'ONU continueranno a scaricare il Ruanda e l'Uganda dalle loro pesanti responsabilità nel conflitto congolese, non ci sarà né pace né sviluppo per il Kivu. Finché l'Occidente continuerà a dar carta bianca a Kagame, presidente del Ruanda, il conflitto armato e l'instabilità persisteranno in RDCongo.
Si deve smantellare ogni rete di finanziamento dei gruppi armati attivi nella regione: quella delle FDLR, ma anche quella del CNDP e del LRA. La stessa giustizia internazionale deve, inoltre, occuparsi dei noti criminali Laurent Nkunda e Bosco Ntaganda, accusati di crimini di guerra e crimini contro l'umanità, se vuole ricuperare la sua credibilità e non lasciare che i vecchi lupi della Regione dei Grandi Laghi scappino verso i verdeggianti pascoli del Kivu.
Una soluzione plausibile e probabilmente anche più efficace sarebbe di ordine diplomatico e politico, fondata sulle seguenti prescrizioni: 1. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dovrebbero esercitare una forte pressione su Ruanda e Uganda mediante la minaccia di sospendere loro l'aiuto, se ritenuto necessario.
2. Imporre delle sanzioni ai paesi limitrofi della RDCongo, particolarmente il Ruanda e l'Uganda che, direttamente o indirettamente, sfruttano illegalmente le risorse minerarie della RDCongo e alle compagnie o individui implicati nel commercio illegale di minerali con i gruppi ribelli.
3. Rendere operativa la tracciabilità dei minerali e di altre ricchezze naturali provenienti dalla RDCongo, come auspicato anche dal Parlamento europeo.
4. Respingere, senza la minima tergiversazione, la militarizzazione della regione dei Grandi Laghi mediante AFRICOM che ha causato già tanta miseria alle popolazioni civili.
5. Impedire il rafforzamento dei regimi autoritari, come quello di Museveni in Uganda, attivo dal 1986 e di Kagame, padrone assoluto del Ruanda dal luglio 1994 e lottare contro la restrizione dello spazio politico in tutti i paesi della regione dei Grandi-Laghi da parte di coloro che detengono il potere.
La guerra che imperversa in RDCongo da 13 anni è già costata la vita di 7 milioni di congolesi. Non basta ancora?
Parma, 26 dicembre 2009
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