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Le cause di conflitti nel Nord Kivu PDF Stampa E-mail

Dall’inizio dei primi anni ’90 ad oggi, la Repubblica Democratica del Congo (RDC) è stata teatro di eventi tragici che hanno segnato la storia recente del paese. Tre sono state le guerre che hanno insanguinato la RCD: la prima nel 1993, la seconda nel 1996 e la terza nel 1998. Nel 1993, la cattiva gestione del potere pubblico, che si è manifestata, soprattutto, nella promulgazione di leggi contraddittorie sulla cittadinanza congolese e nella conflittualità tra il sistema moderno e il sistema tradizionale di accesso alla terra, è stata alla base delle tensioni fra i vari gruppi etnici che, nella provincia del Nord-Kivu, si sono trasformate in una vera e propria guerra detta anche “guerra di Masisi”.

Nel 1996, Laurent Désiré Kabila, per conquistare il potere e ribaltare il presidente Mobutu, al potere da una trentina di anni, fonda l’Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Congo (AFDL). Non avendo inizialmente l’esercito, Laurent Désiré Kabila sollecita l’aiuto degli eserciti regolari del Ruanda e dell’Uganda e, con questi, riesce a conquistare l’intero paese diventandone presidente nel maggio del 1997.

 

Un anno più tardi (1998), i vecchi alleati di Laurent Désiré Kabila (ruandesi e ugandesi) diventano i suoi veri nemici dopo avergli comunicato che dovevano rientrare nei rispettivi paesi. Nel frattempo rientrano nei loro paesi. Ma, scontenti di una tale decisione, fondano, con alcuni congolesi, un nuovo movimento, il Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RCD), sotto la copertura del quale invadono ancora la Repubblica Democratica del Congo.

 

Il presente lavoro, ponendo enfasi sugli aspetti che toccano l’economia e lo sviluppo del paese, percorre gli eventi relativi alle tre guerre evidenziandone le cause e le conseguenze e, infine, suggerisce alcune proposte per prevenire ulteriori conflitti.

 

CAPITOLO PRIMO: LE PRINCIPALI CAUSE DI CONFLITTO NELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO (ex ZAIRE)

 

 

In questo capitolo saranno descritte le principali cause dei conflitti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) in generale e, in particolare, nella sua regione1 del Nord-Kivu. Le cause del conflitto sono distinte in due grandi categorie: le cause esterne e le cause interne. Per quanto riguarda le cause esterne di conflitto nella RDC, la mia descrizione si concentrerà sulle vicende delle due ultime guerre (la prima nel 1996 e la seconda nel 1998 ), dette anche “guerre di aggressione” in quanto condotte da armate regolari dei paesi confinanti (Ruanda, Burundi e Uganda) contro la RDC.

Per le cause interne, invece, la descrizione verterà intorno ai moventi della guerra del 1993, svoltasi in Masisi, zona (comune) della regione (provincia) del Nord-Kivu.

 

I. 1. IL CASO DI CONFLITTI DOVUTI A CAUSE ESTERNE NELLA RDC

 

I. 1.1 Il controllo e lo sfruttamento delle risorse naturali.

 

Per tanti paesi africani ed occidentali, le ricchezze naturali della Repubblica Democratica del Congo fanno sognare. La ricerca di nuove risorse minerarie da parte delle società occidentali, l’esaurimento dei giacimenti ed i costi molto elevati dei sistemi di estrazione nei paesi sviluppati, spingono le multinazionali a rivolgersi verso paesi africani, grandi proprietari di miniere d’oro, di diamanti e di coltan. Così, la finanza internazionale, molto versata nello sfruttamento minerario, orienta ormai la sua strategia di affari verso l’Africa centrale dove esistono ancora dei giacimenti vergini o mal sfruttati, ma suscettibili di aprire dei mercati ai grandi capitali. Le potenze finanziarie multinazionali, disponendo anche d’importanti mezzi militari, arrivano ad imporre la loro volontà ai governi e quando ciò non è possibile si avvalgono di ribellioni interni per ribaltare i governi.

 

La Repubblica Democratica del Congo occupa una maggiore posizione geostrategica nel centro dell’Africa. Circondata da 9 paesi limitrofi, le sue potenzialità minerarie e di altre risorse naturali (uraniom, cobalto, coltan, diamanti, oro, germanium, petrolio, acqua potabile, ecosistema forestale ect.,) fanno di questo paese il primo bersaglio al mondo delle multinazionali.

 

E’ in questo contesto che rientrano le due guerre di aggressione imposte alla RDC da armate dei suoi paesi vicini, soprattutto il Ruanda e l’Uganda.

In effetti, nel 1996 Laurent Désiré Kabila, per conquistare il potere in Congo e ribaltare il presidente in carica Mobutu – al potere da una trentina di anni -, fa ricorso ad armate degli eserciti regolari del Ruanda e dell’ Uganda. Questi due paesi hanno tutto l’interesse a sostenere Kabila e la sua Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Congo (AFDL)2. Kabila e i suoi alleati cominciano la guerra dall’est del paese fino a conquistarlo interamente il 17 maggio 1997.

 

Se in questa guerra è ben chiaro il fatto che Kabila volesse a tutti i costi conquistare il potere sognato da tanti anni nella foresta delle montagne di Fizi e Ruwenzori, non sono, però, ben chiare le intenzioni dei suoi alleati ruandesi ed ugandesi. Si può capire che il governo ruandese, dopo i tragici fatti del 1994, temendo gli eventuali attacchi sporadici delle ex forze armate ruandesi (ex FAR) e degli interahamwe che convivevano con la popolazione civile nei campi dei rifugiati nella RDC, avesse tra le sue motivazioni la necessità di allontanare i rifugiati hutu del 1994 dalle frontiere tra RDC e il Ruanda, ma ciò non giustificherebbe l’uso delle armi e la violazione della sovranità nazionale della RDC dato che una soluzione pacifica al problema dei rifugiati era già stata proposta dall’allora presidente dello Zaire/RDC Mobutu.

 

La soluzione al problema dei rifugiati ruandesi del 1994 proposta dal presidente Mobutu al suo omologo ruandese Pasteur Bizimungu poggiava su 4 punti importanti:

  1. Decidere il rientro libero in Ruanda di tutti i rifugiati ruandesi che lo vogliono

  2. Creare una zona franca di accoglienza per evitare l’infiltrazione degli ex- Forze Armate Ruandesi (ex FAR). Tale zona sarà sotto controllo della comunità internazionale per garantire la sicurezza dei rifugiati e favorire il loro rientro volontario, presumibilmente massiccio.

  3. Il Ruanda potrà, però, con l’aiuto della comunità internazionale, procedere alla selezione dei rifugiati da inserire nella vita normale.

  4. Per i rifugiati che rifiuteranno di rientrare in Ruanda a queste condizioni, lo Zaire/RDC si impegna, con l’aiuto dell’HCR ad allontanarli dalle frontiere o chiedere loro di abbandonare il territorio Zairese/congolese3.

 

Il rifiuto da parte del Ruanda di questa proposta del presidente Mobutu, che sembrava adattarsi bene alla situazione conflittuale che si era creata tra i due paesi con l’arrivo dei rifugiati nel 1994, aiuta a capire che le vere motivazioni del coinvolgimento del Ruanda nella guerra in Congo sono da ricercarsi altrove. E’ forse nel modo di gestire i primi territori conquistati che cominciano a svelarsi alcune delle vere motivazioni della partecipazione alla guerra da parte delle armate ruandesi, ugandesi e burundesi. “Tutto ciò che è ricchezza è saccheggiato e portato nei paesi di origine. La popolazione è terrorizzata e non ha nessuna possibilità di reagire davanti ai saccheggiatori delle sue ricchezze”.

 

Il fatto che Laurennt Désiré Kabila, con il suo movimento AFDL, sia stato portato al potere da armate straniere e che queste ultime abbiano agito in Congo come se si trattasse di territori conquistati è stato il più grande peccato del regime AFDL. Era come introdurre un lupo nel gregge ma un lupo che, lasciato libero di servirsi, sceglie le pecore più grosse e non se ne va fino a che non li ha divorate tutte. Ma tutto ciò non è bastato e, Kabila, con il suo movimento AFDL, commetterà un altro errore importante: quello di condividere il potere con i paesi ed le armate che l’hanno aiutato a conquistarlo, portandolo fino a Kinshasa. Una tale posizione di influenza goduta da paesi ed armate stranieri sulla RDC, che è dotata d’immense risorse naturali, permetterà a loro di trarne enormi dividendi economico-finanziari che ben difficilmente abbandoneranno.

 

Nel frattempo, però, a Kinshasa, come ovunque nella RDC, la popolazione non ne può più della presenza delle truppe straniere e della loro aggressività, e dunque si avvicina il momento per Kabila di capire che deve liberarsi dalle truppe straniere. Alla fine del mese di luglio 1998, Kabila decide improvvisamente di comunicare alle truppe ruandesi ed ugandesi che debbono rientrare nei loro paesi. Ma queste ultime, stimando di avere ancora tanto da prendere nella RDC, rientreranno, ma solo per pochi giorni. Infatti il 2 agosto 1998, scoppia una seconda guerra, ancora dalla frontiera orientale della RDC, per poi propagarsi all’interno del paese.

 

Come a ottobre 1996, questa nuova guerra comincia all’est, sotto la direzione delle truppe ruandesi ed ugandesi. E’ rivendicata da un movimento che si farà conoscere tre giorni dopo l’inizio della guerra: il Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RCD). Pochi mesi dopo la formazione del RCD, una seconda ribellione nascerà nel nord del paese alla frontiera con la Repubblica Centrafricana. Si chiama Movimento per la Liberazione del Congo (MLC) ed è condotta da Jean Pierre Bemba (uno dei due attuali contendenti alla presidenza della repubblica dopo le elezioni di luglio 2006). Questa nuova ribellione è animata dai figli di alcuni dignitari del passato regime di Mobutu ed è sostenuta anche essa dall’Uganda. La strategia dell’Uganda, del Ruanda e del Burundi che, insieme sostengono il RCD, sembra essere quella di dividere per meglio dominare, o meglio ancora di creare e sostenere tante ribellioni per consolidare il caos ed accelerare la dinamica di distruzione del Congo. La condotta di questa seconda guerra da parte delle stesse truppe che hanno condotto la prima nel ’96 toglierà ogni ombra di dubbio sulle vere intenzioni degli aggressori della RDC.

 

I. 1. 2. La spartizione del territorio e la legge della giungla

 

Come ho appena accennato, la guerra che scoppia in Congo il 2 agosto 1998 assomiglia, su tutti i punti, a quella dell’ ottobre 1996. Sono le stesse truppe straniere, ruandesi ed ugandesi, che sbarcano per prime e che trascinano con loro un movimento presentato come una “ribellione”. Si tratta delle stesse truppe che hanno portato Kabila al potere un anno prima e che quest’ultimo aveva appena rinviato nei propri paesi. La guerra è, senza dubbio, quella del Ruanda e dell’Uganda contro il Congo. Ma, come nel 1996, dei congolesi civili e militari facenti parte della nuova ribellione reclamano la guerra e coprono l’aggressione.

Dicono di condurre una nuova guerra di liberazione! Utilizzano le radio straniere per lanciare accuse contro il regime di Kinshasa: si tratta di una dittatura, le nomine dei funzionari favoriscono solo i membri della famiglia del presidente della repubblica, cattiva gestione, violazione dei diritti umani, e via discorrendo.

 

Il popolo congolese, nella sua quasi totalità, non capisce il senso della guerra del 2 agosto 1998 e, d’altra parte, sta ancora soffrendo le ferite di quella del 1996, condotta dall’AFDL. E’ preoccupato soprattutto di vedere che questa guerra è condotta dalle stesse truppe straniere che, una settimana prima, erano rientrate nei loro paesi. Si parla di dittatura, di cattiva gestione, di nepotismo etc..., ma i congolesi avrebbero voluto avere il tempo di sperimentare quel nuovo regime, quella nuova gestione e, semmai, essere loro stessi a criticarlo ed anche a combatterlo, meglio se pacificamente, senza aiuto di armate straniere. Dal suo inizio, la guerra del 2 agosto 1998 è dunque controversa: i congolesi la rifiutano perchè non è giustificata da alcun argomento valido.

 

I paesi le cui truppe attraversano le frontiere del Congo dichiarano di avere attaccato per garantire la loro sicurezza, mentre i “ribelli” congolesi sostengono di voler mettere fine alla dittatura, instaurare la democrazia e garantire i diritti umani e lo sviluppo. Gli uni e gli altri mentono!

 

I combattimenti si generalizzano. A Kinshasa il governo Kabila dà la caccia a tutto ciò che è ruandese e potrebbe avere a che fare con la “ribellione”: si uccide, si brucia e si arresta! All’est del paese, invece, i ribelli e i loro alleati danno la caccia a tutto ciò che ha a che fare con Kabila: si massacra, si arresta e si distrugge! Qui e là si perlustrano le case, i quartieri, le strade…dappertutto, alla ricerca del nemico. Nei territori rapidamente conquistati dai nuovi signori della guerra, si terrorizza uccidendo il più possibile e con il massimo di brutalità e di sadismo!4

 

Ma la composizione eteroclita dei movimenti ribelli e gli interessi divergenti tra tali movimenti e tra loro e i loro alleati, condurranno ad una situazione sempre più confusa e contorta. C’è una divergenza sulla leadership e la condotta degli affari in una guerra, che è quasi teleguidata. Da una parte, i congolesi vogliono affermarsi e condurre una “loro” guerra facendo gli occhi dolci alle popolazioni ed alla comunità internazionale; dall’altra gli alleati considerano che la guerra è un affare loro e che i congolesi non sono autorizzati ad alcuna iniziativa che non sia accettata o dettata da loro. Un’altra divergenza è a livello degli obiettivi perseguiti dagli attori: alcuni congolesi vogliono effettivamente lottare per l’instaurazione di una reale democrazia e di uno stato di diritto, mentre altri hanno obiettivi diversi, tra cui, segnatamente, l’accesso o il ritorno al potere e la ricerca della ricchezza.

 

Gli alleati dicono di volere assicurare la sicurezza delle loro frontiere mentre conquistano e controllano intere province congolesi. Presto, i congolesi si rendono conto che le truppe alleate sono più interessate alle banche, alle miniere e alle risorse della fauna e della flora, che non alla sicurezza dei propri confini.

I ribelli congolesi si rendono conto che gli alleati non hanno nessuna intenzione di lasciare a loro la libertà di azione e di gestione sui territori che occupano.

I ribelli, ai quali si era promesso una guerra facile e rapida, finiscono per rendersi conto che non possono arrivare facilmente a Kinshasa come avevano creduto. Kinshasa, a sua volta, si renderà conto della sua incapacità a riconquistare il territorio già occupato dagli aggressori e i loro alleati. Così, i protagonisti si impegneranno a rinforzare le loro posizioni, non riuscendo di strapare un po’ di terreno al nemico.

A conclusione di una assemblea durata più di due mesi (dal 12 novembre1998 al 24 gennaio 1999) e convocata dal Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RCD) à Goma, il raggruppamento si divide in due gruppi antagonisti, RCD-Goma e RCD- Kisangani, con l’accordo degli alleati. Questa è la prova della volontà delle due potenze militari, il Ruanda e l’Uganda, di spartirsi il terreno, i ribelli congolesi e i dividendi della guerra. Pochi mesi dopo, le truppe dei due paesi (Ruanda e Uganda) entreranno in conflitto tra loro e si affronteranno a Kisangani, svelando così, ancora di più, la faccia nascosta della guerra. I due paesi si combattono sul territorio congolese per il controllo e lo sfruttamento dei minerali. Hanno distrutto la città congolese di Kisangani e uciso congolesi con la complicità di altri congolesi che non cessano di servirli.

Da allora, il paese rimarrà diviso in tre zone di influenza: L’ovest, il sud ed il sud-ovest sono rimasti sotto il controllo del governo centrale di Kinshasa; la parte nord e nord-est è passata sotto controllo del Movimento per la Liberazione del Congo (MLC), sostenuto dall’Uganda; mentre l’est e il sud-est della del paese sono passati sotto controllo del Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RCD) sostenuto dal Ruanda. Questa situazione andrà avanti fin quando, finalmente, le Nazioni Unite riconoscono l’aggressione del Congo e moltiplicano l’approvazione di risoluzioni in cui si chiede alle truppe straniere di lasciare il territorio congolese. Anche se oggi risulta che le truppe straniere si sono ufficialmente ritirate dal Congo, viceversa infiltrazioni ed influenze permangono in alcune zone.

 

Da quanto esposto sin qui risulta evidente che la spartizione del paese e lo sfruttamento delle risorse naturali sono le due principali motivazioni dell’ impegno delle truppe straniere nelle due guerre di aggressione. Ma i problemi del Congo non vengono soltanto dall’esterno. Ci sono anche problemi interni le cui cause sono discusse nella prossima sezione.

 

 

 

I. 2. IL CASO DI CONFLITTI DOVUTI A CAUSE INTERNE NELLA RDC

 

Quanto sarà esposto in questa sezione riguarda esclusivamente la popolazione della provincia del Nord-Kivu nella RDC. Le principali cause interne individuate riguardano i seguenti elementi: la situazione di esclusione sociale e politica, l’accesso alla terra e la gestione del potere locale. Anche se tali elementi si registrano anche in altre province della RDC, è solo nel caso della provincia del Nord-Kivu che il conflitto è esploso in forme molto acute, con perdite di vite umane, distruzione delle risorse economiche e paralisi della vita istituzionale e civile.

 

I. 2. 1. L’esclusione sociale e politica

 

La popolazione del Nord-kivu è composta da diverse etnie. E’ una popolazione in generale giovane ed in piena crescita. La crescita rapida di questa popolazione non è soltanto frutto della differenza positiva tra la nascita e la mortalità, ma è anche frutto dei flussi migratori che convergono verso questa regione. Queste caratteristiche della popolazione hanno un incidenza sullo sviluppo ma anche sui conflitti che di volta in volta si consumano in questa provincia.

 

Il Nord-Kivu è principalmente abitato da 10 gruppi etnici: banande, bahutu, batutsi, wanyanga, bahunde, bakumu, bakusu, warega, batembo e batwa.

Non esistono statistiche attendibili sull’importanza numerica di ciascuna etnia ma la seguente tabella, tratta da una relazione del vescovo di Goma, può essere considerata indicativa nonostante non abbia precisato le sue fonti.

 

ETNIE

Nande

Hutu

Tutsi

Nyanga

Hunde

Tembo

altre

Totale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PERCENTUALE

40

40

10

4

3

2

1

100

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Monseigreur NGABU F. [1993] Situation qui prévaut dans le diocèse autour des massacres dans les zones de Walikale et de Masisi, Goma, p.2

 

In questa tabella è da notare che ci sono due gruppi etnici fortemente maggioritari nel Nord-Kivu: i banande ed i bahutu. I due gruppi rappresentano l’ 80% della popolazione del Nord-Kivu. Dopo viene il gruppo dei batutsi. I tre gruppi raggiungono il 90% della popolazione totale del Nord-Kivu.

 

In un paese e in una regione dove le leggi non sono a conoscenza di tutti né rispettate, la distribuzione etnica della popolazione è un fattore che molti usano manipolare a fini di parte, talvolta adducendo la giustificazione di voler salvaguardare i diritti acquisiti e talvolta per eliminare avversari politici o comunque screditarli.

Nell’inizio del conflitto in Nord-Kivu, una parte rilevante l’hanno avuta le tensioni relative al cosiddetta “salvaguardia dei diritti del primo occupante”. Dalla questione “chi è autoctono” si passava poi, direttamente alla questione “chi è cittadino” facendo confusione tra le due. Questa confusione ha spesso portato, ad esempio, alla soppressione degli scrutini delle votazioni per la contestazione della nazionalità ad alcuni candidati le cui candidature erano, però, state accettate dalla commissione elettorale. Fu il caso del 1987.

 

Invocare l’appartenenza etnica e il problema della nazionalità nel Nord-Kivu e nel Sud-Kivu diventa un mezzo sicuro per disfarsi di un avversario politico ed incitare i diversi gruppi della popolazione ad affrontarsi con le armi.

Per capire se tali conflitti sono validamente giustificati, è necessario immergersi un po’ nella storia. Solo la storia di questa regione e l’evoluzione delle diverse leggi sulla cittadinanza congolese possono aiutare a trattare separatamente, e nei limiti del presente lavoro, le due questioni richiamate in alto; cioè l’autoctonia e la cittadinanza nel Nord-Kivu. Si lascia l’approfondimento agli esperti di queste materie.

 

I primi occupanti del Nord-Kivu, come di tutta l’Africa centrale, sono i pigmei. Nel XVI secolo è intervenuta l’immigrazione delle popolazioni lega, bira, kumu, e lengola provenienti dal nord-est; nel secolo XVII sarebbe intervenuta l’immigrazione di yira (nande), hunde, nyanga, havu, shi, fuliiru, hutu e tutsi del Ruanda-Urundi, sempre a partir dal nord-est del lago Kivu. Questa realtà storica è difficile da accettare per alcuni, che preferiscono non considerarla, travisando così la storia. A volte anche gli esponenti del governo non sono innocenti, da questo punto di vista. Il caso più spettacolare è quello di una commissione parlamentare che nel 1994 fu inviata nel Nord-Kivu e Sud–Kivu per fare un’indagine esplorativa per dare migliori elementi di conoscenza al parlamento di transizione. La detta commissione nega categoricamente, nel suo rapporto, il carattere autoctono ai bahutu e batutsi nella provincia del Nord-kivu, e afferma sorprendentemente di non avere trovato gli archivi lasciati dal colonizzatore5. Che pena per una commissione parlamentare! Ci si può immaginare l’intensità del conflitto che può generare una tale motivazione di esclusione.

Un altro esempio di manipolazione della storia a fini d’esclusione è il caso di un gruppo informale di alcuni cittadini del Nord-Kivu che, facendosi passare per un gruppo interessato ad informare la popolazione sul problema della nazionalità nelle province del Nord-Kivu e del Sud-Kivu, così scrive nel giugno del 1989: “Secondo gli archivi del Congo-belga pubblicati nel 1959, il colonizzatore afferma che l’antica provincia del Kivu (Maniema, Nord-Kivu e Sud-Kivu) era l’habitat delle tribù dei baholoholo, balembe, bagoma, babwari, baboye, babembe, bavira, bafuliru, bashi, bahavu, bahunde, wanianga, baswaga e baamba. Per deduzione, i membri di altre tribù non riconosciuti come autoctoni sono arrivati dopo il 1922 e sono chiamati immigrati”6. Che confusione per un gruppo che, secondo la sua denominazione “vuole illuminare l’opinione”7! Senza contare che è piuttosto difficile sapere, con il solo riferimento dell’anno di pubblicazione, a quali archivi esattamente si riferisce il gruppo, è poi vero che esistono archivi del Congo belga che risalgono all’epoca coloniale e che citano tra le altre tribù autoctone del Nord-Kivu le tribù hutu e tutsi8. Tante altre poi, sono le narrazioni dei primi esploratori e dei primi missionari che citano i bahutu e i batutsi tra gli autoctoni della regione9

Certamente il fatto di riconoscere e condividere la realtà storica, per come essa effettivamente è, e di evitare di sfruttare coloro che la ignorano convincendoli di una realtà diversa aiuterebbe a ridurre i conflitti che girano intorno alla questione di autoctonia nel Nord-Kivu.

 

Un altro aspetto dell’esclusione sociale e politica che genera conflitti nel Nord-Kivu è quella della cittadinanza degli immigrati ruandesi trasferiti in Congo dalle autorità coloniali. Nel periodo coloniale e più precisamente tra il 1935 e il 1954, l’autorità coloniale belga ha effettuato un trasferimento di parte della popolazione dal Ruanda-Urundi verso la provincia del Nord-Kivu nella Repubblica democratica del Congo. L’obiettivo principale di questo trasferimento sembra non essere umanitario (cioè dovuto alla sovrappopolazione in Ruanda) ma bensì economico. La valorizzazione della regione del Nord-Kivu, ricca in risorse agricole, necessitava della manodopera. Ma la lavorazione della terra per conto del colonizzatore non era sempre ben accettata dalla popolazione locale. Alcuni indigeni avrebbero preferito l’esodo piuttosto che lavorare la terra dei loro antenati per conto del colonizzatore belga. Vista l’abbondanza della manodopera in Ruanda in quell’epoca e invece la sua mancanza in Congo, l’autorità coloniale ha risolto il problema trasferendo parte della popolazione dal Ruanda in Congo-belga. Ovviamente, se lo ha potuto fare, è perché aveva l’autorità su entrambi i paesi.

Il primato del motivo economico (mancanza della manodopera in Congo) sugli altri motivi del trasferimento (sovrappopolazione in Ruanda, carestia, …) è confermato da G. Tondeur che nel 1949 scrisse: “Tutti i programmi di trasferimento delle popolazioni avevano come movente iniziale non l’alleggerimento delle regioni sovrappopolate ma la creazione di nuclei di popolazione nelle zone improduttive allo scopo di consentire l’installazione di imprese agricole e industrie europee10.

 

Concretamente, il trasferimento si faceva, da una parte, scambiando, obbligatoriamente, la “carte d’indigène11 ruandese con quella d’indigeno congolese, dall’altra parte, con la dichiarazione di fedeltà all’autorità tradizionale e coloniale del Congo-belga ed infine con la perdita, senza possibilità di recupero, di tutti i beni mobili e immobili posseduti in Ruanda.

 

Il problema, fonte del conflitto, è il seguente: mentre, secondo questa popolazione ruandese trasferita in Congo dall’autorità coloniale e secondo alcuni giuristi, la questione della nazionalità è considerata risolta a favore della loro cittadinanza congolese, altri ritengono, invece, che questa sia una cattiva interpretazione della legge. E’ certo che la complessa evoluzione delle leggi sulla cittadinanza congolese aiuta a capire perché alcuni conflitti, invece di risolversi per il meglio, tendono a degenerare.

 

La nazionalità congolese nasce con le disposizioni della Tavola rotonda che prepara l’indipendenza. La risoluzione n°2 di questa conferenza ne definisce il contorno: Il Congo, nelle sue frontiere attuali costituisce, a partire dal 30 giugno prossimo, uno stato indipendente di cui gli abitanti avranno, a condizioni che la legge determinerà, la nazionalità, sul cui territorio essi potranno circolare e stabilirsi liberamente e dove anche le merci potranno circolare senza pastoie12.

A meno dunque delle disposizioni contrarie ed espresse della legge, la nazionalità congolese riguarda tutti gli abitanti del Congo al momento della sua indipendenza, compresi quelli che l’autorità coloniale ha trasferito dal Ruanda. Chiunque si oppone alla nazionalità di questa parte della popolazione dovrebbe fornire le su ragioni in base alla legge congolese relativa alla nazionalità. Ed è infatti quello che è accaduto. La conseguenza è che vi sono gruppi opposti che però attingono i propri argomenti dalla stessa fonte. E’ qui, allora, che dovrebbe intervenire l’interpretazione autentica della legge da parte del legislatore.

 

Passo ora in rassegna quanto ha disposto, lungo il tempo, la legge sulla nazionalità. La costituzione del 1964, detta anche “Constitution de Luluabourg” affronta la questione della nazionalità al suo articolo 6 e dispone quello che segue: Esiste una sola nazionalità. E’attribuita in data del 30 giugno 1960, ad ogni persona della quale uno dei ascendenti è, o è stato membro, di una tribù o di una parte di tribù stabilita sul territorio del Congo prima del 18/10/1908. Tuttavia tale legge precisa anche, al comma 3 dello stesso articolo, che le persone che alla data di ingresso in vigore della legge hanno la cittadinanza straniera acquisiscono la nazionalità solo se ne fanno domanda con una dichiarazione fatta nella forma determinata dalla legge nazionale13.

 

Non sembra esservi, qui, nessun elemento che discrimini gli immigrati ruandesi trasferiti dall’autorità coloniale. Essi avevano i loro ascendenti membri delle tribù (hutu e tutsi autoctoni) stabilite in Congo prima del 18/10/1908. Non avevano la nazionalità straniera perché quella ruandese la perdevano con l’arrivo in Congo. E’ dunque ingiusto rimproverarli – come taluni fanno - di non aver fatto ufficialmente ed espressamente la richiesta della nazionalità congolese all’epoca.

 

La costituzione del 1967, in materia della nazionalità, riconferma quanto previsto dalla costituzione precedente, richiedendo, però, che la legge fissi le regole di accesso alla nazionalità. Di fatto, dopo questa seconda costituzione, leggi e decreti-legge si susseguirono per tentare di regolare la questione della nazionalità. Di seguito vengono riportate alcune di queste normative.

 

 

 

  1. Ordinanza- legge n° 71-020 del 26 marzo 1971.

 

Questa è la prima legge particolare sulla nazionalità congolese delle persone originarie del Ruanda-Urundi stabilite in Congo prima del 30 giugno 1960. Ecco il testo: Le persone originarie del Ruanda-Urundi stabilitesi in Congo prima del 30 giugno 1960 sono riputate avere acquisito la nazionalità congolese alla suddetta data14.

 

Tre punti sono da sottolineare a proposito di questo articolo.

  1. Riguarda tutte le persone originarie del Ruanda-Urundi, anche quelle arrivate di recente purché sia prima del 30/06/1960. Non si riferisce dunque alla sola categoria delle persone trasferite dall’autorità coloniale.

  2. Prende per base la date del 30/06/1960, data alla quale tutti gli abitanti del Congo hanno cambiato di statuto: da soggetti belgi che erano sono diventati cittadini di nazionalità congolese.

  3. Si tratta di un riconoscimento e non di una concessione della nazionalità.

 

L’importanza del terzo punto è anche sottolineata nel resoconto della riunione del “Bureau politique” che si esprime nella maniera seguente: Il “Bureau politique” si era dedicato alla questione degli abitanti di Masisi, territorio situato nel Nord-Kivu, ai quali ha riconosciuto lo statuto dei cittadini congolesi a parte intera e tutti i diritti politici e gli altri afferenti. Così per tutti gli abitanti di Masisi di cui l’immigrazione risale agli anni prima del 1960, sono congolesi e di fatto elettori ed eleggibili15.

 

E’ da osservare che nella zona di Masisi una parte della popolazione non aveva potuto partecipare al censimento e dunque non aveva potuto essere registrata per le elezioni a causa della loro nazionalità che i politici consideravano come dubbiosa. Il “Bureau politique” volle dunque risolvere la questione una volta per tutte. Ma purtroppo, meno di un anno più tardi intervene una nuova legge nella stessa materia.

 

  1. La legge n° 72-002 del 5 gennaio 1972

 

Contrariamente all’ordinanza-legge n° 71-020 del 26 marzo 1971, questa legge prende di mira soltanto le persone trasferite dall’autorità coloniale. Essa dispone che: le persone originarie del Ruanda-Urundi stabilite nella provincia del Kivu prima del 01/01/1950 a seguito di una decisione dell’autorità coloniale e che hanno continuato a risiedere da allora nella repubblica fino all’entrata in vigore della presente legge hanno acquisito la nazionalità congolese/zairese alla data del 30/06/196016.

 

A differenziare le due leggi non è soltanto il gruppo bersaglio (popolazione trasferita dall’autorità coloniale) ma c’è anche la data di stabilimento in Congo per potere godere della nazionalità congolese. Nella prima legge, la data era prima del 30/06/1960 mentre nella nuova legge la data è prima del 01/01/1950. Ora, come ho ricordato prima, l’ordine dell’ autorità coloniale di mettere fine al trasferimento dei ruandesi in Kivu è stato dato nel 1954. Quale diventa dunque lo statuto giuridico dei trasferiti degli anni 1950-1954 e di tutti gli altri immigrati ruandesi degli anni 1950-1960? La Tavola rotonda e la legge precedente avevano riconosciuto anche a loro la nazionalità congolese. Da allora ci si chiede il perché de l’introduzione di una tale discriminazione.

 

Alcuni hanno visto in questa legge un tentativo di limitare l’accesso alla nazionalità congolese agli ultimi arrivati dal Ruanda, segnatamente a quelli che fuggivano la rivoluzione del 1959, ed ai clandestini. Una tale ipotesi, però, mal resiste alla realtà di un’amministrazione corrotta dove tutti i documenti si ottengono purché si paghi qualcosa17. Privando una parte della popolazione congolese di un diritto acquisito si moltiplicava il rischio di vedere altri approfittare di questa confusione per farsi passare a loro volta come detentori della nazionalità congolese tramite pagamento o dichiarandosi vittime di una legge ingiusta.

 

E’ senza dubbio in reazione a tale confusione che questa legge fu abrogata dall’articolo 55 della legge n°81-002 del 29 giugno 1981, legge che si può dire abbia aggravato il problema invece di risolverlo.

 

  1. La legge n°81-002 del 29 giugno 1981 sulla nazionalità.

 

Tale legge non menziona più esplicitamente i trasferiti in Congo dall’ autorità coloniale né gli immigrati del Ruanda-Urundi che risiedono in Congo. Essa riprende invece la definizione della nazionalità Congolese/Zairese presentata nell’articolo 11 della Costituzione: E’ congolese, alla data del 30/06/1960,ogni persona della quale uno degli ascendenti è, o è stato membro, di una delle tribù stabilite sul territorio della repubblica dello Zaire/Congo nelle sue frontiere del 01/08/1885, così come modificate dalle convenzioni subsequenti18. Accanto a questa definizione, la legge determina le modalità e le procedure di acquisizione, di perdita e di ricupero della nazionalità.

 

Che pensare dunque dell’omissione, in questa legge, degli immigrati trasferiti dall’autorità coloniale e degli altri immigrati del Ruanda-Urundi che risiedevano in Congo prima del 30 giugno 1960 ed ai quali le precedenti leggi avevano riconosciuto la nazionalità congolese? Concluderne che sono stranieri mi sembra andare aldilà dei termini di questa legge. Perché né il principio dell’unicità e dell’esclusività della nazionalità congolese, né quello dell’acquisizione della nazionalità al 30/06/1960 per ogni persona di cui uno degli ascendenti fosse membro di una delle tribù presente in Congo prima del 01/08/1885 li escludono.

 

Questa posizione, però, non convince tutti. Il mondo della politica e quello dei giuristi si dividono ciascuno in due: sostenitori e non sostenitori di questa legge.

Ma ad accelerare le tensioni tra i due mondi sarà la parte della legge dedicata alle sue motivazioni (parte aggiuntiva agli articoli). In effetti, nel testo delle motivazioni di questa legge si può leggere: Il principio dell’acquisizione collettiva della nazionalità è rigettata. (…) la nazionalità congolese non si conferisce che su base di una domanda espressa ed individuale.. la presente legge, oltre che abrogare la legge n° 72-002 del 5 gennaio 1972, annulla espressamente l’articolo 15 di detta legge che concedeva collettivamente la nazionalità congolese ad alcuni gruppi di stranieri stabiliti in Congo19.

 

Per quanto riguarda l’applicazione di questa legge, le misure e le decisioni, che sono state prese e che i non sostenitori considerano ingiuste ed irregolari, sono segnatamente le seguenti:

  • l’ordinanza n° 82-061 del 15 maggio 1982 di cui l’articolo 21 che annulla i certificati di nazionalità rilasciati in applicazione dell’articolo 15 della legge 72-002 del 5 gennaio 1972;

  • i decreti n°83-183 e 82-184 del 31 ottobre 1983 del ministero della giustizia che invitano gli immigrati a procedere alla naturalizzazione;

  • il vademecum delle direttive d’identificazione dei cittadini che esclude gli immigrati.

 

Quello che colpisce in questo imbroglio giuridico è il fatto che lo stato (Congo) consideri come stranieri stabilitisi in Congo individui che ha considerato per quasi 20 anni come cittadini congolesi.

 

I non sostenitori di questa nuova legge la denunciano basandosi su 3 punti:

1. il difetto di forma giuridica;

2. l’idea che ci sia stata una concezione collettiva della nazionalità congolese che ritengono sia una lettura sbagliata della legge stessa;

3. il principio di non retroattività della legge.

 

Di seguito sono riportate le argomentazioni in sostegno dei tre punti avanzati dai non sostenitori della nuova legge, cominciando dall’ultimo punto.

 

 

  • Il principio di non retroattività della legge.

Secondo tale principio, le leggi dispongono per il futuro a meno che non si tratti di un diritto da riconoscere nel tempo e nello spazio; non retroagiscono, salvo in caso del miglioramento della sorte dei loro beneficiari20.

Questo principio, universalmente riconosciuto, consente ai non sostenitori della nuova legge di opporsi alle sue applicazioni prima menzionate. La tesi è che anche in caso di abrogazione della legge n°72-002, i diritti acquisiti grazie alle leggi anteriori in materia così importante come la nazionalità permangono. Tanto più che, al suo articolo 55, nella legge in questione si afferma che essa produce i suoi effetti alla data della sua promulgazione, cioè il 29 giugno 1981.

 

L’interpretazione opposta è che lo stato, nella sua sovranità, può, con il suo parlamento decidere della retroattività di una legge o della sua abrogazione, e può stabilire dei nuovi criteri che definiscono la nazionalità sul suo territorio. Stabilire quale dei due gruppi abbia ragione non è cosa pertinente a questo scritto, ma certo rimane la questione di sapere fino a che punto questo diritto dello stato può essere esercitato senza portare pregiudizio alla propria stabilità ed alla pace sul suo territorio.

 

  • La concessione collettiva della nazionalità

E’ soltanto nel testo che presenta le motivazioni di questa nuova legge che è detto che l’articolo 15 della legge 72-002 concedeva collettivamente la nazionalità congolese ad alcuni gruppi di stranieri stabiliti in Congo. Ma è una lettura sbagliata di questa legge, stimano i non sostenitori, poiché si tratta del riconoscimento di un diritto acquisito e non della concessione di tale diritto. In effetti, i termini del testo di legge sono i seguenti: …hanno acquisito la nazionalità congolese al 30 giugno 1960… Questi termini sono gli stessi di quelli dei testi delle leggi anteriori dove la stessa questione è trattata; e segnatamente dell’ordinanza-legge n° 71-020 del 26 marzo 1971: le persone originarie del Ruanda-Urundi stabilite in Congo alla data del 30 giugno 1960 sono reputate avere acquisito la nazionalità alla suddetta data.

 

E’ da ricordare anche la conformità di questi termini con i testi sulla nazionalità congolese nella risoluzione n° 2 della Tavola rotonda e nelle due prime costituzioni. Anche in questi documenti la condizione della nazionalità al 30 giugno 1960 è di avere un ascendente che è, o è stato, membro di una delle tribù del Congo prima del 1885 o del 1908 (a seconda del testo) e di non avere nessun’altra nazionalità. Perché gli immigrati originari del Ruanda-Urundi trasferiti dall’autorità coloniale, che rientrano in questo caso devono subire una discriminazione? Essi di fatto, hanno la nazionalità congolese, a meno di voler far valere quella di origine (ruandese) che, come ricordato prima, perdevano con il trasferimento.

 

  • Il difetto di forma giuridica.

La base della discussione per quanto riguarda il difetto di forma è di sapere perché materie così importanti come l’abrogazione della legge precedente e la dichiarazione di cittadinanza straniera delle persone originarie del Ruanda-Urundi trasferite dall’autorità coloniale non siano state oggetto di un apposito articolo della legge e siano state presentate soltanto nelle motivazioni della legge stessa. Era davvero questa la volontà del legislatore? C’è qui un difetto di forma oltre alla errata interpretazione della legge abrogata. Questo spinge i non sostenitori della nuova legge a chiederne l’emendamento, il ritiro o l’abrogazione.

 

Quanto ai suoi sostenitori, essi trovano due giustificazioni. La prima è che il testo delle motivazioni fa parte della legge e che quindi non si può considerare la materia esposta nelle motivazioni di importanza minore o insignificante rispetto agli articoli della legge. La seconda giustificazione è il rigetto del principio di acquisizione collettiva della nazionalità congolese. Poiché non si tratta di una rimessa in questione della nazionalità acquisita da tutti al 30 giugno 1960, allora si tratta di una doppia lettura della legge; e solo il legislatore può determinare quale delle due letture corrisponde di più allo spirito della legge che ha promulgato.

 

Nel frattempo il dibattito continua. Si accendono numerose lotte politiche nelle quali alcuni (immigrati o comunque i loro difensori) sono convinti di godere dei diritti di cittadinanza e di prenderne parte allo stesso livello dei loro avversari, ma invece sono trattati da questi ultimi come stranieri. Queste rivalità purtroppo non si limitano solo ai dibattiti politici ma finiscono per prendere la via della caccia all’uomo.

 

Nel 1989, una ordinanza presidenziale21 decide una operazione di identificazione dei cittadini (identification des nationaux) nelle province del Nord-Kivu e Sud-Kivu. Un vademecum destinato agli agenti del censimento ed elaborato dall’allora vice primo ministro e ministro dell’amministrazione del territorio e della decentralizzazione conteneva delle raccomandazioni precise sul modo di procedere al censimento: “ la persona da identificare si presenta davanti all’addetto al censimento munita della sua carta d’identità. Egli presenta la carta all’addetto per la verifica della sua identità. Dopo la verifica dell’identità, l’addetto al censimento compila la scheda nel registro ad hoc e la firma (…).Nel caso in cui i documenti d’identità presentati dal candidato al censimento destassero dubbi, il capo del luogo di provenienza del candidato (chef de groupement) può essere chiamato a testimoniare (….)”22.

 

In pratica, però, gli addetti al censimento riconoscono o non riconoscono la nazionalità congolese non secondo i documenti di identità ma secondo dei dati soggettivi quali l’etimologia dei nomi e la fisionomia delle persone.

Inoltre, gli addetti al censimento sono, nella quasi totalità, membri di etnie che sono da un certo periodo in competizione con hutu e tutsi. Oppure, ancora, a tale o tale altra persona gli è rifiutata l’identificazione come congolese perché è in conflitto personale o politico con tale o tale altra autorità regionale.

 

Sono questi criteri di identificazione, soggettivi ed assurdi, che hanno accelerato le tensioni nel Nord-Kivu fino a trasformarle, nel 1993, in una vera e propria guerra civile così detta “guerra di Masisi”.

 

Si è spiegato dunque come l’insufficienza delle leggi può creare i conflitti. Ma nel caso della Repubblica Democratica del Congo in generale, e nel Nord-Kivu in particolare, neanche una buona legge basterebbe per risolvere tutti i problemi. Ci vuole alla base una grande determinazione politica per cui tutti sono chiamati a svolgere il loro ruolo. In questo le persone come le istituzioni sono interpellate.

 

I 2. 2 L’accesso alla terra e la crescita demografica.

 

L’elevata crescita demografica nel Nord-Kivu (3,2% annuo nel 1995) è gia una spiegazione importante della pressione sulla terra che alimenterebbe di per sé delle tensioni nella popolazione23. Ma ad aggravare le tensioni fondiarie è l’incertezza nel sistema di proprietà della terra che deriva, in realtà, dalla coesistenza di due sistemi: quello tradizionale e quello moderno che risalgono entrambi al periodo coloniale.

 

Durante il periodo coloniale, lo stato distingue due categorie di terre: le terre “ occupate” e le terre “ vacanti”. Con terre occupate lo stato intende le terre che i cittadini abitano, coltivano, e sfruttano secondo gli usi locali, mentre terre non abitate o coltivate, nel senso legale del termine, sono considerate terre vacanti.

Le terre vacanti appartengono al dominio “privato” dello stato. Sono gestite dallo stato e disciplinate dal codice napoleonico; cioè dal diritto scritto che riconosce la proprietà privata. Al contrario, le terre occupate dai cittadini sono di dominio pubblico e sono disciplinate dalla consuetudine (sistema tradizionale), non codificata e non scritta. Nel sistema tradizionale tutto sembra dipendere dalla decisione del capo tradizionale.

 

La distinzione tra terre occupate o comunitarie e terre vacanti esiste ancora oggi. Le terre appartenenti al dominio “privato” dello stato (cioè terre riconosciute come vacanti) possono essere concesse agli individui e alle società secondo alcune condizioni (messa in valore, pagamento di una tassa annua,..).

I diritti di godimento concesse dallo stato possono essere sia perpetui, sia temporanei e possono essere oggetto di ipoteca, affitto, vendita o trasferimento ereditario. Le terre sono registrate ed iscritte al catasto. Un documento attesta la concessione. La registrazione fondiaria conferisce l’uso della terra e la proprietà privata. Ma la procedura di registrazione è abbastanza problematica. Riescono a farvi fronte solo le persone che o dispongono di ingenti mezzi finanziari per sopportarne i costi ingenti di una tale procedura (dovuti ad una forte corruzione) e le spese legali dovute alle probabili contestazioni che le persone debbono subire oppure dispongono di relazioni privilegiate con dirigenti e funzionari dell’Amministrazione. Non disponendo né dei mezzi finanziari né delle relazioni privilegiate con l’Amministrazione, gran parte della popolazione si trova nell’impossibilità di un’eventuale registrazione fondiaria.

 

Secondo la legge n° 73-021 del 20 luglio 1973 riguardante il regime generale dei beni, il regime fondiario e il regime delle garanzie, modificata e completata dalla legge n° 80-008 del 18 luglio 1980, il suolo ( la terra) è proprietà esclusiva, inalienabile ed imprescrittibile dello stato (art. 53). Perciò, non esiste la proprietà privata sulle terre da parte dei cittadini ma soltanto i diritti di godimento la cui validità è subordinata alla messa in valore delle terre concesse dallo stato (art. 58).

Agli articoli 166 e 193 è disposto quello che segue: tutte le transazioni sulle terre rurali saranno sottomesse alla procedura di inchieste preliminari al fine di constatare la natura e la portata dei diritti che i terzi potrebbero vantare sulle terre richieste in concessione. Ma, purtroppo questi articoli si riferiscono unicamente alle terre urbane ed alle terre rurali non comunitarie.

 

Il Nord-Kivu, provincia con terre comunitarie per eccellenza (dette anche “terre demaniali”), non rientra nella materia disciplinata dai due articoli precedenti.

Le terre del Nord-Kivu sono disciplinate dagli articoli 387 e 389 dove è previsto che i diritti di godimento sulle terre demaniali siano regolati da una ordinanza presidenziale, ordinanza che finora non è mai stata fatta.

 

Questo vuoto normativo è alla base di tanti abusi. In effetti, a partire dalla seconda metà degli anni 70, in parecchie zone della provincia del Nord-Kivu, grandi superfici di terra sono state vendute dai capi tradizionali ai grandi capitalisti. Alcune di queste terre erano già occupate dai contadini. Le operazioni di vendita di terre da parte dei capi tradizionali coincidono periodicamente con il rilancio del programma di allevamento nel Nord-Kivu da parte del governo congolese. In questo contesto, viene creata da alcuni grandi allevatori la cooperativa ACOGENOKI.

 

Il progetto di rilancio dell’allevamento e la nascita della cooperativa ACOGENOKI, finanziata dalla cooperazione canadese e dall’USAID, porteranno la città di Goma (capo luogo della provincia del Nord-Kivu) ad essere la grande fornitrice della carne e del formaggio per le altre città congolesi e dei paesi vicini. Ma purtroppo, dietro questi ottimi risultati, si nasconde una marea di abusi in capo alla cui lista c’è la spoliazione delle terre ai contadini.

A questo proposito scrive il professore Bucalimwe:

 

Quello che non è stato ancora rilevato, però, è che l’ampiezza di questo fenomeno in alcune zone è stata spesso facilitata dalle autorità. Le autorità tradizionali, politico-amministrative e gli agronomi hanno spesso contribuito a falsare le inchieste sulla “vacanza” di terre. Nella zona di Masisi, le autorità tradizionali hanno agito con un sentimento doppio: recuperare le terre dei “banyarwanda”24 e venderle ai clienti e allo stesso tempo fare in modo che un “munyarwanda” non abbia più un certificato di registrazione. Se questo sistema di spoliazione è stato applicato scrupolosamente con i piccoli allevatori, non è stato così per i grandi allevatori che, oltre alle loro capacità finanziarie, godevano delle relazioni privilegiate presso il governo di Kinshasa. Alcuni di loro venivano perfino direttamente dal Ruanda, dall’Uganda e dal Burundi. Le autorità concessionarie dei titoli fondiari e i giudici dei tribunali e delle corti del luogo si sono messi, nella gran parte dei casi, dalla parte dei ricchi. La polizia dello stato era precettata da questi ultimi o dagli stessi funzionari corrotti per espellere famiglie spoliate. Questi fatti succedevano come se ci fosse una e tacita garanzia da parte dell’Amministrazione centrale a Kinshasa. Stringendo accordi con alcune autorità contro i contadini, i grandi allevatori hanno contribuito alla destabilizzazione della regione. Inoltre, per paura o per fare fronte alle persone spoliate, hanno assunto delle guardie armate o hanno noleggiato i servizi delle forze armate congolesi con il consenso del comando militare a Goma”25.

 

Questo conflitto che, con la complicità dei capi tradizionali, oppone i grandi allevatori (che sembrano avere monopolizzato anche le forze armate locali) ai contadini, soprattutto agricoltori spoliati delle loro terre, spingerà ciascuna delle parti ad adoperarsi per ottenere i mezzi per combattere l’avversario. Così si diffonde il commercio illegale delle armi e la militarizzazione di alcune zone.

I pascoli diventano “centri commerciali” per il traffico illegale delle armi. E la guerra vera e propria scoppia nel 1993. Ma la situazione fondiaria nel Nord-Kivu si era già deteriorata da prima. Nei primi anni ‘80, nella zona di Masisi, si registrava un morto ogni tre giorni per causa di terre. Inoltre nel 1986, l’80% delle cause registrate al tribunale di prima istanza a Goma, erano relative alla spoliazione delle terre.

 

I. 2. 3 La gestione del potere locale e il problema di rappresentanza

dei vari gruppi etnici

 

Nella prima sezione di questo capitolo ho spiegato come alcuni gruppi di popolazione nel Nord-Kivu sono esclusi dalla politica sotto il pretesto di considerarli come stranieri nel proprio paese. Anche al livello superiore della gerarchia si cerca di creare confusione tra autoctoni, rifugiati, immigrati e clandestini con l’obiettivo di escludere politicamente interi gruppi etnici e concentrare così il potere locale nelle mani delle persone appartenenti molto spesso ai gruppi minoritari.

In un contesto di passaggio verso uno stato di diritto, uno stato moderno, più democratico dove governano le forze politiche che ricevono la maggioranza dei voti in libere elezioni, il potere tradizionale si sente minacciato e, di conseguenza, sono interi gruppi minoritari che si sentono politicamente minacciati di sparizione. Da qui la tentazione degli agenti dell’amministrazione locale di volere ridurre al minimo il numero dei cittadini congolesi che parlano il kinyaruanda e se possibile dichiararli tutti stranieri. Questo dimostra, a mio avviso, l’incapacità della classe politica locale ad affrontare le sfide socio-politiche della regione.

 

Se la paura della sparizione politica è reale e fondata, allora essa dovrebbe animare il dibattito per trovare una soluzione politico-giuridica concertata. Essa dovrebbe mobilitare le energie della classe politica nell’elaborazione dei programmi e delle riforme regionali e nazionali. Ma nel caso della Repubblica Democratica del Congo, in generale, e del Nord-Kivu, in particolare, il potere tradizionale non consente di arrivare alla modernizzazione delle istituzioni ed allo sviluppo del paese. Anzi, esso costituisce un freno allo sviluppo.

 

Invece di preoccuparsi del benessere di tutti i cittadini e quindi della convivenza pacifica dei vari gruppi etnici e della partecipazione di tutti allo sviluppo del paese, tale potere ha spesso seminato la divisione ed aggravato le tensioni. Piuttosto che preparare i propri sostituti tramite, tra l’altro, l’istruzione dei propri figli, le autorità tradizionali hanno preferito associarli presto al potere insieme ad altri membri dei loro clan: un modo per loro di essere sicuri di mantenere il potere nel circolo familiare. La conseguenza è non soltanto che pochissimi dei membri delle etnie che detengono il potere, rispetto ai membri delle altre etnie, hanno una formazione intellettuale che va oltre la scuola elementare ma anche che, tra questi, sono ancora meno, quelli che non sono stati direttamente coinvolti nella screditata gestione del potere. In un sistema dove conta prima di tutto la competenza e l’efficacia, e non più la trasmissione ereditaria del potere, le loro “chance” sarebbero ridotte.

 

Se prima, come scrive il professore Mugangu, il potere tradizionale permetteva di far comunicare il mondo dei vivi con l’aldilà e di garantire l’armonia sociale, oggi questo potere è in crisi e non è più idoneo ad assolvere le sue funzioni di regolazione. Esso appare un anacronismo nel paesaggio istituzionale moderno. Spoglio dei suoi riferimenti simbolico-mistici e subordinato alle nuove gerarchie stabilite dallo stato moderno, il potere tradizionale si è radicalmente alterato al punto di diventare un fattore di instabilità nell’ambiente rurale26.

Per capire come nel corso degli anni 90 la questione della rappresentanza politica dei vari gruppi etnici poteva essere un altro fattore di tensione, è utile analizzare la distribuzione per gruppo etnico dei principali posti di responsabilità dell’amministrazione regionale nel 1991, cioè due anni prima dello scoppio della guerra di Masisi. Tale ripartizione è riportata nella tabella seguente

 

 

Nande

Hunde

Nyanga

Hutu

Tutsi

Kumu

Altri

 

 

 

 

 

 

 

 

Autorità regionali

1

-

2

-

-

-

-

Città di Goma

1

-

-

-

-

-

2

Zona di Goma

1

-

-

1

-

-

-

Zona di Karisimbi

-

1

1

-

-

-

-

Zona di Walikale

1

1

11

-

-

-

-

Zona di Masisi

1

13

-

-

-

-

-

Zona di Nyiragongo

-

-

1

-

-

1

-

Zona di Rutshuru

2

2

-

4

1

-

-

Zona di Lubero

11

-

1

-

-

-

-

Zona di Beni

9

-

-

-

-

-

-

Totale

27

17

16

5

1

1

2

Fonte: mise en place des autorités politico-administratives du Nord-Kivu, gouvernorat de Goma, 1991

 

Su 69 posti politico-amministrativi della regione, 27 erano occupati dai nande, 17 dai hunde, 16 dai nyanga e 5 dai hutu. Dei quattro posti rimanenti uno era per i tutsi, uno per i Kumu e due posti per persone provenienti da altre regioni (sud-Kivu e Maniema). In percentuale, dunque, i nande avevano il 39,13% dei posti, i hunde il 24,63%, i nyanga il 23,19% e i hutu e tutsi insieme il 8,70% dei posti. Paragonare le percentuali dei posti di responsabilità politico-amministrativa, secondo le etnie, con le percentuali della consistenza numerica dei vari gruppi etnici aiuta a capire che la ripartizione dei posti politici ed amministrativi come risulta dalla tabella è un riflesso reale del problema politico che covava in quella regione.

 

Nel Nord-Kivu, hutu e tutsi insieme raggiungono il 50% della popolazione. Sottraendo da questa categoria gli immigrati recenti, i clandestini e i rifugiati, secondo alcune stime ufficiose, i congolesi hutu e tutsi nella regione raggiungerebbero il 30% della popolazione. Essi non sono i meno istruiti della regione rispetto agli altri. Perché, allora, sono sottorappresentati nella vita politica della regione? Che gli uni monopolizzino il potere a scapito degli altri non potrà che essere fonte di conflitto nel Nord-Kivu, anche quando ciò non risulta manifesto. La partecipazione al potere pubblico di tutte le parti presenti e la garanzia di un’equa rappresentanza sono assolutamente necessarie per disinnescare le tensioni.

 

I conflitti nella Repubblica Democratica del Congo, le cui cause (siano esse interne o esterne) sono state presentate in questo capitolo, hanno portato a conseguenze pesanti per l’Africa centrale in generale, ed in particolare per il Congo. Il capitolo secondo di questo lavoro ne fornisce un riassunto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO SECONDO: LE CONSEGUENZE DEI CONFLITTI ELLAREPUBBLICA

DEMOCRATICA DEL CONGO

II. 1 La liberazione e la democrazia alla rovescia

 

In Africa, per “combattere le dittature ed instaurare la democrazia” prendere le armi è diventato come una regola di cui la lotta non violenta è l’eccezione. Tante sono le guerre che hanno sconvolto il continente nel nome della democrazia. In Liberia, in Sierra Leone, in Burundi, in Ruanda, in Uganda, in Tchad, in Somalia, in Angola, in Congo-Brazzaville, nella Repubblica democratica del Congo…, in ciascuno di questi paesi sono state usate armi e, per “instaurare la democrazia”, sono sorte ribellioni armate .

 

La parola democrazia si trova ben iscritta nei nomi dei due grandi movimenti dei ribelli congolesi, che con il Ruanda e l’Uganda hanno condotto le due ultime guerre: Alleanza delle Forze Democratiche per la liberazione del Congo (AFDL) nel 1996 e il Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RCD), nel 1998. Ma né il modo di accedere al potere (usando le armi e non tramite le elezioni) né il modo di esercitarlo (soffocando la libertà di espressione, imponendo il partito unico e istituendo uno stato poliziesco) sono espressione di democrazia. Il popolo congolese si è ritrovato ostaggio dei regimi che pretendevano di liberarlo.

 

Le guerre per la democrazia nella RDC cominciano con una serie di massacri. Le guerre di liberazione sono state di una tale crudeltà che resteranno per sempre nella memoria collettiva dei congolesi.

 

Secondo una ricerca dell’organizzazione non governativa americana International Rescue Committee (IRC), pubblicata sulla rivista medica Lancet nel gennaio 2006, la guerra nella Repubblica Democratica del Congo, ex-Zaire, è il conflitto che ha causato più morti dalla seconda guerra mondiale in poi. Da questa ricerca risulta che la guerra nella RDC ha causato, tra agosto del 1998 e aprile 2004, 3,9milioni di decessi27.

 

E’ da osservare che questa ricerca si basa sul periodo relativo alla seconda guerra di aggressione; cioè quella cominciata ad agosto 1998. Ma prima ancora ci sono state la guerra del 1996 e quella del 1993, e anche esse hanno fatto un gran numero di vittime tra le quali congolesi e rifugiati ruandesi del 1994. Inoltre è da notare che la ricerca dell’IRC non si estende al periodo successivo all’aprile 2004. Come si sa, nei primi mesi del 2005, gli scontri tra diverse milizie sono ripresi su larga scala nella provincia di Ituri, al confine della RDC con l’Uganda, provocando morti e costringendo decine di migliaia di persone sopravvissute alla fuga. Ancora oggi (ottobre 2006), il numero delle vittime dei conflitti nella RDC continua a salire in alcuni luoghi; perfino nella capitale Kinshasa dove, tra il 20 e il 22 agosto, 23 persone sono morte in un conflitto armato che opponeva i militari dei due maggiori candidati alla presidenza della repubblica. Questi fatti sono avvenuti dopo la pubblicazione, da parte della Commissione elettorale indipendente(CEI) dei risultati delle elezioni di luglio 2006 che attribuivano a Joseph Kabila il 44,8% dei voti e il 20,03% dei voti a Jean Pierre Bemba. I due candidati parteciperanno al ballottaggio di fine ottobre.

 

La suddetta ricerca, però, precisa che parte delle vittime della guerra (almeno il 50%) è il risultato, non della violenza in sé, ma dei suoi effetti dirompenti sulle strutture sanitarie e sociali, tanto da rendere mortali la malnutrizione e le malattie come diarrea, malaria, infezioni respiratorie e tante altre che, in altre condizioni, possono essere prevenute, o comunque facilmente curate. In effetti, la guerra, dopo avere distrutto le strutture sanitarie e sociali, costringe la popolazione ad una fuga continua. In questo contesto, la popolazione in fuga vive in condizioni igieniche sanitarie e psicologiche estremamente disagiate ed, in gran parte dei casi, senza nessuna assistenza. Inoltre, l’instabilità negli ambienti rurali non consente più alle famiglie contadine di occuparsi della cultura di prodotti come la verdura che, essendo ricchi di proteine, aiuterebbero a ridurre la malnutrizione.

 

Durante la guerra, le violazioni delle donne erano diventate la regola nei comportamenti dei vari gruppi militari nella RDC. La propagazione del virus HIV/AIDS e di altre malattie ne sono le conseguenze. Le distruzioni deliberate degli ospedali, dei centri di salute, delle scuole, delle parrocchie, dei conventi, dei campi agricoli, delle fattorie, delle officine , delle imprese e dei villaggi testimoniano una evidente volontà di annientare tutto un popolo diventato ostaggio delle psudo-ribellioni.

 

Nella Repubblica Democratica del Congo, le guerre si consumano in un clima di totale confusione. A pagarne di più il costo sono i bambini. I ricercatori della International Rescue Committee (IRC) hanno stimato il tasso di mortalità dei bambini di età inferiore ai 5 anni durante il periodo bellico. Esso varia tra il 7% ( per le regioni più stabili e dotate di infrastrutture sanitarie funzionanti) e il 30% ( per le regioni senza sicurezza e non più dotate di infrastrutture sanitarie perché distrutte dalla guerra). Accanto all’alto tasso di mortalità infantile la guerra provoca tante altre situazioni nelle quali i bambini sono più vittime che gli adulti. Queste situazioni sono descritte nella prossima sezione.

 

II. 2 La situazione dei bambini nella RDC

 

Nonostante i molteplici sforzi da parte del governo congolese di ratificare convenzioni che avrebbero facilitato la vita ai bambini, gran parte di questi sforzi rimane lettera morta. I bambini nella RDC sono vittime di abusi di ogni genere. Con gli eventi delle guerre, diversi fenomeni, prima sconosciuti o comunque poco diffusi, sono apparsi: bambini-soldato, bambini vagabondi, bambini di strada, bambini lavoratori, bambine prostitute, bambini streghoni, bambini orfani di HIV/AIDS, bambini profughi e non accompagnati ect. La crescita numerica all’interno di ciascuna di queste categorie è dovuta al fatto che i servizi offerti ai bambini sia dal governo congolese che dalle ONG sono insufficienti.

 

 

II. 2. 1 La posizione del governo della RDC nei confronti dei bambini.

 

Il governo della RDC ha ratificato, a favore dei bambini, diverse convenzioni tra le quali abbiamo:

  1. La convezione internazionale relativa ai diritti dei bambini (1999).

  2. Il protocollo successivo alla convenzione riguardo l’implicazione dei bambini nei conflitti armati (novembre 2001). Il protocollo, che era facoltativo, fissa a 18 anni l’età minima del reclutamento militare e della partecipazione ai combattimenti. Esso stipula che “i gruppi ribelli ed insorti non dovrebbero in nessuna circostanza reclutare i bambini di meno di 18 anni”.

  3. La convenzione n° 182 dell’Organizzazione internazionale del lavoro sulle peggiori forme del lavoro dei bambini (1999). La detta convezione vieta, tra l’altro, la tratta dei bambini, la servitù, il lavoro forzato ed il reclutamento forzato dei bambini nelle ostilità.

Inoltre, il 9 giugno 2000 l’allora presidente della RDC Laurent Désiré Kabila ha emesso un decreto-legge che vieta il reclutamento dei bambini di meno di 18 anni nelle forze armate. Il decreto-legge prevedeva anche la costituzione di una commissione nazionale di smobilitazione e di reinserimento delle persone vulnerabili, segnatamente i bambini-soldato. L’articolo 184 della costituzione congolese dell’aprile 2003 vieta ugualmente il reclutamento e la partecipazione dei bambini di meno di 18 anni di età alle ostilità. L’articolo 44 della costituzione stabilisce l’obbligo dello stato di proteggere il bambino contro, tra l’altro, la prostituzione e le molestie sessuali, e l’articolo 45 stabilisce l’obbligo dello stato di proteggerlo contro ogni minaccia alla sua salute, alla sua educazione e al suo sviluppo mentale.

 

Se lo stato congolese ha agito con entusiasmo ratificando le convezioni sopra richiamate, emettendo il decreto-legge ed inserendo nella sua costituzione delle importanti norme a favore dei bambini, non è con lo stesso entusiasmo che è passato all’applicazione di queste normative. Le risorse allocate a servizio dei bambini da parte del governo sono molto insufficienti per poter affrontare una situazione che si è deteriorata da anni. Solo meno dell’1% del budget del governo è dedicato all’educazione. Inoltre sono più di 15 anni che il governo non paga gli insegnanti. Nell’era in cui gli altri paesi africani, che non hanno le risorse di cui dispone il Congo, sono riusciti ad offrire l’educazione elementare gratuita ai loro figli, in Congo sono i genitori che, oltre alle spese scolastiche, pagano il salario agli insegnanti dalla scuola materna all’università. Tutto ciò non fa altro che peggiorare la situazione dei bambini. In effetti un gran numero delle bambine prostitute sarebbe causato dall’incapacità dei genitori a potere affrontare le spese scolastiche. Senza l’impegno scolastico che le occupa, queste bambine si ritrovano sulle strade.

 

II. 2. 2 I bambini-soldato nella RDC

 

I soggetti che sono stati coinvolti nei conflitti della RDC negli ultimi dieci anni comprendono, tra l’altro, il governo congolese, il Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RCD-Goma), il Raggruppamento Congolese per la Democrazia-Movimento di Liberazione(RCD-ML), il Movimento di Liberazione del Congo(MLC), le milizie Mai-Mai e l’Unione dei Patrioti Congolesi (UPC). Ciascuno di questi movimenti ha reclutato ed usato i bambini come soldati.

 

Secondo le stime dell’organizzazione internazionale Watchlist del giugno 2003, la proporzione dei bambini combattenti nell’UPC (fazione armata situata nell’Ituri), varia tra il 50% ed il 75%. Inoltre nel 2003, il BIDE (Bureau International des droits des enfants) afferma che un combattente su quattordici nelle Forze Armate Congolesi (FARDC) sarebbe un bambino. Ovviamente, i reclutamenti non hanno risparmiato anche le bambine. Bambine e bambini, oltre a partecipare alle ostilità, servono spesso per portare le munizioni e il cibo per i combattenti adulti o anche per l’estrazione delle risorse naturali. Comunque, in alcuni casi, le bambine sono usate per i lavori casalinghi e purtroppo anche per fini sessuali (Save the children, 2003).

 

Fino al 2003, il numero dei bambini coinvolti nei conflitti era ancora crescente; segno che implica che l’impegno da parte del governo e dei vari movimenti ribelli alla smobilitazione dei bambini-soldato non sia stato concretizzato. Secondo il BIDE, in effetti, il decreto-legge del giugno 2000 riguardo la smobilitazione dei bambini-soldato non è stato visibilmente messo in applicazione. Anche l’organizzazione internazionale Human Rights Watch sottolinea che nessuna smobilitazione importante sia stata fatta nonostante il decreto del 9 giugno 2000.

 

II. 2 .3 I bambini di strada nella RDC

 

Il fenomeno dei bambini di strada è molto diffuso nelle grandi città della RDC. Numerosi fonti hanno stimato che tra 8.000 e 20.000 sono i bambini che vivono sulle strade della capitale Kinshasa. L’età media di questi bambini è di circa dodici anni.(Médecins Sans Frontières, novembre 2002). Ma il fenomeno dei bambini di strada non si limita alla sola capitale Kinshasa. Secondo l’organizzazione internazionale Watchlist on children and armed conflict, 10.000 bambini vivono sulle strade della città di Bukavu (capo luogo della provincia del Sud-Kivu). A scala nazionale, il numero dei bambini non accompagnati è stimato a circa 70.000. (ACCORD/HCR, novembre 2002).

 

Le organizzazioni che si occupano dei problemi dei bambini segnalano l’aumento del numero dei bambini di strada nella RDC ed attribuiscono questo fenomeno, tra l’altro, alla guerra, al deterioramento delle condizioni socio-economiche ed alla rottura dei legami di solidarietà e di coesione familiare e comunitaria.

 

Un fenomeno ancora più recente è quello dei bambini accusati di stregoneria. Anche se recente, questo fenomeno è in progressione in tutte le province del paese (AZADHO, marzo 2003). Bambine e bambini accusati di stregoneria afferma l’organizzazione Watchlist on the children and armed conflict sono a Kinshasa e nelle altre zone urbane, cacciati via dai genitori o dai parenti. Gli osservatori attribuiscono la proliferazione sulle strade dei bambini accusati di stregoneria all’incapacità dei genitori di prenderli in carico quando manifestano particolari disagi (Médecins du monde, novembre 2002).Un evento doloroso come la morte di un genitore, che provoca determinate reazioni nel bambino diviene un pretesto, per la famiglia, per accusare il bambino di stregoneria. Il bambino in posizione debole è messo all’indice e relegato sulla strada. Secondo taluni, basta che un bambino adotti un attitudine o un comportamento indesiderabile perché sia accusato di stregoneria.

Per quanto mi riguarda, penso che questi bambini non abbiano a che fare con la stregoneria. Sono soltanto bambini che hanno vissuto, nelle loro famiglie, condizioni estremamente difficili dalle quali derivano problemi psicologici. Avendo problemi psicologici, questi bambini agiscono in modi strani e sono perciò accusati di stregoneria e di conseguenza cacciati via da casa.

 

Tra i bambini di strada, ci sono anche quelli orfani dell’AIDS/HIV. Questo aumenta il rischio di propagazione del virus (Save the children agosto2003).

 

II. 2. 4 L’intervento delle organizzazioni internazionali a favore dei bambini

della RDC

 

Parecchie organizzazioni internazionali intervengono per la protezione dei bambini nella RDC. Si tratta, tra l’altro, dell’UNICEF, del Comitato internazionale della croce rossa (CICR), della missione delle Nazioni Unite per il Congo (MONUC), dei Medici Senza Frontiere (MSF), dei Medici del mondo, del Save the children, dell’Oxfam e tante altre. Alcune di queste organizzazioni lavorano sull’intero territorio nazionale mentre altre sono presenti solo in alcune province. Ad esempio, l’organizzazione Save the children è presente a Kinshasa, nelle provincie del Nord-Kivu e del Sud-Kivu, in Kasai orientale ed in Ituri per la smobilitazione e la reintegrazione dei bambini-soldato (Save the children, agosto 2003). Questa organizzazione ha contribuito alla smobilitazione di più di 1200 bambini-soldato nelle province del Nord-Kivu e del Sud-Kivu; ma deplora che poche sono state le bambine smobilitate. L’organismo Médecins du monde interviene principalmente nell’ambito della sanità ma offre ugualmente un sostegno socio-psicologico ai bambini vulnerabili. Esso ha stimato a 1500 i bambini di strada beneficiari del suo intervento a Kinshasa (Médecins du monde, luglio 2002) e la sua azione si estende fino a Kongolo, nel nord del Katanga. La croce rossa internazionale le cui attività vertono sui ricongiungimenti familiari ha segnalato di essere riuscita a ricongiungere 730 bambini con i loro parenti dall’inizio del 2003 (CICR, settembre 2003).

 

Fino al 2003, alcune di queste organizzazioni denunciavano ancora che i bambini continuavano ad essere reclutati come soldati ed usati nelle ostilità. Inoltre esse denunciavano il fatto che i bambini già smobilitati e reinseriti nelle proprie famiglie correvano il rischio di essere reclutati di nuovo, particolarmente all’est del paese. Secondo l’organizzazione Amnesty international, nessuno dei gruppi armati operanti all’est del paese si era davvero impegnato nella smobilitazione dei bambini-soldato ed i responsabili puntavano ancora l’occhio sui bambini già smobilitati per rinforzare l’effettivo dei gruppi combattenti e riprendere le ostilità. Secondo le statistiche dell’organizzazione Save the children, 147 bambini smobilitati e reintegrati nelle loro famiglie tra agosto 1999 e dicembre 2002 sono stati di nuovo reclutati, ma la stessa organizzazione fa osservare che il 62% di loro aveva già raggiunto 18 anni di età (Save the children 2003).

 

Nonostante ci sia la volontà da parte delle organizzazioni internazionali e nazionali di adoperarsi per aiutare i bambini della RDC, l’immensità dei bisogni di questi ultimi è tale che le risorse allocate sono insufficienti. Ad esempio l’ASADHO e la Voce dei Senza Voce (VSV), entrambe organizzazioni non governative congolesi, hanno segnalato che, a scala locale, esistono a Kinshasa, come ovunque nel paese, centinaia di organizzazioni che intervengono a favore dei bambini, ma che la loro efficacia lascia a desiderare a causa della mancanza dei mezzi finanziari. L’organizzazione Médecins du monde, descrivendo le strutture locali esistenti, faceva osservare che tali strutture funzionano con mezzi limitati e che sono destinate alla chiusura. Ugualmente, per sottolineare la mancanza delle risorse, l’organizzazione Amnesty international evoca il caso di organizzazioni nazionali che accolgono i bambini-soldato e facilitano il loro ritorno alla vita civile ma le cui attività sono compromesse dalla mancanza di finanziamenti.(Amnesty International, settembre 2003)

 

Un impegno maggiore da parte del governo congolese e da parte delle organizzazioni internazionali e locali, nonché di tutti gli uomini di buona volontà, aiuterebbe a migliorare gli interventi a favore dei bambini nella RDC ed ovunque vivono nelle condizioni come quelle sin qui descritte.

 

II. 3. IL SACCHEGGIO DELLE RISORSE NATURALI DELLA RDC

 

Per finanziare le loro guerre ed avere le risorse da manipolare, i gruppi in guerra nella RDC hanno, dall’inizio, intrapreso lo sfruttamento delle risorse del paese. Nel corso dell’anno 2000, viene scoperto nella parte della RDC occupata dai ribelli un nuovo minerale. E’ il Colombotantalite o Coltan. I ribelli e i loro alleati invadono le miniere e le sfruttano intensivamente. Centinaia di giovani disoccupati, tra i quali anche bambini, sono selezionati e portati nelle miniere per lavorare per conto di società, e anche di privati (specialmente ufficiali militari) che circondano i luoghi di giacimento. Per l’occasione, sono noleggiati perfino gli aerei, che circolano dappertutto nei territori congolesi controllati dai ribelli e rientrano aldilà delle frontiere congolesi carichi di tonellate di merce. Essi caricano tutto: minerali (coltan cassiterite, oro, diamanti…), prodotti agricoli (caffè, olio di palme, sorgho, fagioli…), legno, animali domestici…

 

Il saccheggio delle risorse naturali della RDC diventa talmente esteso e visibile che il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite decide di avviare un’inchiesta su tale saccheggio. Le conclusioni dell’indagine del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sullo sfruttamento illegale delle risorse naturali della RDC sono ben chiare. Nel rapporto dell’inchiesta in questione, pubblicato nel marzo 2001, il gruppo degli esperti delle Nazioni Unite conclude che: “[….] i principali motivi del conflitto nella RDC sono diventati l’accesso alle cinque risorse minerarie di prima importanza (il coltan, i diamanti, il rame, il cobalto e l’oro) e il loro commercio. La ricchezza della RDC suscita una bramosia alla quale è difficile resistere per il fatto dell’anarchia e della debolezza delle istituzioni dell’autorità centrale….Il saccheggio, l’estorsione e la costituzione di associazioni criminali sono diventati moneta corrente nei territori occupati. Queste organizzazioni, che hanno delle ramificazioni e dei legami nel mondo intero, costituiscono un grave problema di sicurezza al quale la regione deve fare fronte…. I capi militari dei paesi coinvolti avevano e continuano ad avere bisogno di questo conflitto per diverse ragioni, tra cui l’opportunità di trarne un guadagno e il pretesto per mettere in secondo piano alcuni dei problemi interni dei loro paesi. Essendosi resi conto che la guerra si autofinanzia da sola, hanno creato o protetto delle reti criminali che prenderanno verosimilmente il posto degli eserciti stranieri, quando essi lasceranno, un giorno la Repubblica Democratica del Congo….”28

 

Nella situazione attuale della RDC, risulta che, a seguito della pressione della comunità internazionale, gli eserciti regolari stranieri coinvolti nel conflitto si siano ufficialmente ritirati. Ma, come hanno preannunciato gli esperti delle Nazioni Unite, i vari attori del conflitto hanno adottato altre strategie per mantenere nella RDC i meccanismi generatori del reddito, dai quali derivano le molteplici attività criminali. Con questi meccanismi continuano a controllare e sfruttare le ricchezze della RDC. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno individuato tre diversi gruppi di attori “interessati” al conflitto che hanno qualificato di “reti di elite”. Le tre reti di elite esercitano le loro attività in tre diverse zone e hanno messo le mani su una serie di attività commerciali, tra cui lo sfruttamento delle risorse naturali, l’appropriazione indebita dei fondi provenienti dal fisco ed altre operazioni produttrici del reddito. Le tre diverse zone d’operazione sono rispettivamente la zona controllata dal governo centrale di Kinshasa, la zona controllata indirettamente dal Ruanda e quella controllata indirettamente dall’Uganda.

 

Le tre “reti di elite” hanno in comune alcuni elementi:

  1. Sono composte da un piccolo nucleo di dirigenti politici e militari e di uomini d’affari, e, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, da alcuni capi ribelli ed amministratori. Alcuni membri delle reti d’elite occupano posti chiave nei loro governi o nelle loro organizzazioni ribelli.

  2. I membri di queste reti agiscono in cooperazione per produrre il reddito.

  3. Assicurano la viabilità delle loro attività economiche esercitando un controllo sulle forze armate ed altre forze di sicurezza alle quali fanno ricorso per condurre operazioni d’intimidazione oppure per commettere degli atti di violenza.

  4. Monopolizzano la produzione, il commercio e le funzioni del fisco.

  5. Si nascondono dietro le amministrazioni ribelli nelle regioni occupate per riscuotere le tasse e sviarle poi al loro profitto svuotando così le casse del tesoro pubblico.

  6. Si arricchiscono ricorrendo a diverse attività criminali come la truffa, l’appropriazione indebita dei fondi pubblici, il contrabbando, l’uso delle false fatture, la frode fiscale e la corruzione.

  7. Creano delle imprese commerciali o co-imprese che servono di presta-nomi tramite le quali i loro membri possono svolgere le loro attività commerciali rispettive.

  8. Sostengono le loro attività economiche attraverso le filiere e i “servizi” offerti dai gruppi criminali organizzati localmente o transnazionali (trasporto aereo, traffico illecito di armi, transazioni sui minerali).

 

Per comprendere meglio la natura del saccheggio subito dalla RDC, è necessario analizzare le varie “reti di elite” per zona di operazione.

 

II. 3. 1 Zona controllata dal governo legittimo

 

Come sappiamo, il governo congolese, per fronteggiare i ribelli che l’hanno attaccato dall’est del paese nel 1998, ha chiesto ufficialmente l’aiuto militare allo Zimbabwe, all’Angola, al Tchad e alla Namibia. Tutti e quattro questi paesi dovevano scegliere ciascuno le modalità di indennizzo del proprio paese per il mantenimento delle truppe in Congo. Ma mentre le modalità di pagamento scelte dall’Angola, dal Tchad e dalla Namibia non destano dubbi sull’aiuto disinteressato al Congo, le modalità di pagamento scelte dallo Zimbabwe fanno intendere che questo paese fosse interessato, come il Ruanda e l’Uganda, proprio e soltanto alle risorse naturali del Congo.

 

Nel suo libro Crimes organisés en Afrique centrale, Honoré Ngbanda Nzambo, consigliere dell’ex presidente Mobutu in materie di sicurezza, presenta così le scelte dello Zimbabwe e la rete di elite ad esso collegata:

 

“…Tutto è partito da una riunione che si è tenuta a Windhoek in Namibia nel 1999, dopo la firma degli accordi di cessate il fuoco di Lusaka. Durante questa riunione, che raggruppava i presidenti della Namibia e dello Zimbabwe, ed il ministro angolano della difesa intorno al presidente congolese, i tre primi partecipanti hanno chiesto a Laurent Désiré Kabila di considerare d’ora innanzi l’indennizzo dei propri paesi per il mantenimento delle loro truppe nella RDC. E ciascuno ha scelto il suo modo di remunerazione. Quanto al presidente MUgabe, per garantirsi il pagamento della fattura di guerra stimata a più di 45 milioni di dollari US, chiederà ed otterrà da Laurent Désiré Kabila la gestione della Gécamines (la più grande società mineraria congolese) che affiderà a Billy Rautenbach, il suo partener in affari e patron della compagnia dello Zimbabwe “Ridgepoint Overseas Development”. Così, Ridgepoint Overseas Development e la Gécamines firmeranno un accordo di collaborazione sotto forma di una associazione denominata CMG (Central Mining Group). Mpoyo, ministro di stato congolese, firmerà il contratto come rappresentante di Ridgepoint e Katumba Mwake, governatore della provincia del Katanga, lo firmerà come rappresentante della Gécamines. Questo accordo permetteva alla CMG di gestire, per il proprio conto, le miniere e le officine più redditizie della Gécamines, lasciando le meno redditizie e tutti i problemi del personale a carico di quest’ultima. Gli esperti dell’ONU segnalano che alla richiesta insistente delle autorità dello Zimbabwe, nel gennaio 2001, John Bredenkamp con la sua società Tremalt Ltd, ha costituito una co-impresa con la Gécamines la Kababankola Mining Company (KMC). Questa nuova società si è vista attribuire, per una durata di venti cinque anni, una concessione contenente i più interessanti giacimenti della Gécamines. Sempre a titolo di garantirsi il pagamento della fattura di guerra, un'altra società la Sengasenga Mining Company, è stata creata dallo Zimbabwe per lo sfruttamento di un giacimento di diamanti che appartiene MIBA (un’altra tra le più grandi società minerarie dello stato congolese) nella provincia di Kassai. Secondo gli esperti dell’ONU, questa concessione di 25 anni alla Sengasenga riprende manifestamente uno dei più ricchi giacimenti del patrimonio della MIBA, con un valore di produzione potenziale di parecchi miliardi di dollari! Per tanti anni, dunque, queste miniere di diamanti della MIBA in Kassai sono state sfruttate dall’esercito dello Zimbabwe senza alcun controllo dello stato congolese! Secondo le stime degli esperti, la concessione attribuita allo Zimbabwe era l’ultima riserva strategica della MIBA. Quest’ultima è stata indebolita in maniera irreparabile dalla perdita di questa concessione”.

 

II. 3. 2 Zona controllata dalla RCD-Goma con il Ruanda.

 

Secondo gli esperti dell’ONU, il ritiro delle truppe ruandesi dalla Repubblica Democratica del Congo non deve essere interpretato come un segno della volontà del Ruanda di ridurre la sua considerevole partecipazione all’operazione di saccheggio delle risorse congolesi, di ridurre l’intensità del conflitto armato e la crisi umanitaria nella regione. Lo sfruttamento economico sotto le sue diverse forme continuerà ma appoggiandosi su una forza armata meno visibile e facendo ricorso ad altre strategie.

 

In effetti, la relazione degli esperti dell’ONU afferma che “ il Ruanda ha intenzionalmente sviato l’attenzione dal fatto che i militari rimanevano nella Repubblica Democratica del Congo, accordando una particolare importanza a quelli che rientravano in Ruanda. Delle cerimonie sono state organizzate ai vari punti di passaggio di quelli che rientravano a casa. Ma, in realtà, il numero dei soldati che hanno lasciato la RDC non rappresenta altro che una piccolissima parte dell’insieme delle truppe dell’Armata Patriottica Ruandese (APR) che stazionano nell’est della RDC e che, secondo diversi fonti, contano da 35.000 a 50.000 uomini29. Questi militari ruandesi che sono rimasti in Congo, anche se hanno smesso di mettersi la divisa militare confondendosi con la popolazione civile, continuano le loro attività sotto la copertura degli scambi commerciali. Ma non sono soli. Fanno parte di tutta una organizzazione composta da capi militari dell’APR, dai capi ribelli del Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RDC-Goma) e da tanti uomini d’affari, alcuni dei quali appartengono a vere e proprie organizzazioni criminali transnazionali.

 

Il Ruanda, per seguire da vicino le operazioni svolte in Congo, ha creato a Kigali il “CONGO DESK” cioè un ufficio (in realtà, un vero e proprio super ministero!) dell’Armata Patriottica Ruandese (APR) che gestisce tutte le transazioni economiche e tutte le operazioni militari dell’APR in Congo.

Per aver un’idea del guadagno del Ruanda, il rapporto degli esperti dell’ONU ha rivelato che i ricavi del “Congo desk” avrebbero finanziato l’80% delle spese totali dell’APR per l’intero anno1999. Con tutte le operazioni militari che l’APR svolge sia all’interno che all’esterno del Ruanda, ci si può immaginare a quanto ammonta l’80% delle sue spese annuali, soprattutto nel periodo in cui, come si sa, i combattimenti erano caldi nella RDC.

 

Gran parte di questi ricavi proviene dallo sfruttamento delle miniere della parte est del Congo e dall’appropriazione indebita dei ricavi fiscali.

 

Fino al 2001, il monopolio di esportazione del coltan era esercitato dalla Società Mineraria dei Grandi Laghi (SOMIGL) e i ricavi fiscali sul coltan erano percepiti dall’amministrazione ribelle del Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RDC). Ma nel mese di aprile del 2001, finisce il monopolio della SOMIGL sul coltan, non tanto a causa della caduta del prezzo del coltan quanto del fatto che il Ruanda era determinato ad accaparrarsi i ricavi fiscali che erano prelevate sotto forma di imposte dall’amministrazione della RDC-Goma. La fine del contratto della SOMIGL ha permesso al Ruanda di sventare i tentativi della RCD-Goma di prelevare le imposte per servire i propri interessi. Il coltan esportato dall’est del Congo è in gran parte (non meno del 70%) estratto sotto la sorveglianza diretta dei supervisori dell’Armata Patriottica Ruandese (APR) preposti alle attività minerarie ed è evacuato direttamente verso il Ruanda con aerei che partono dagli aerodromi congolesi vicini alle miniere. Nessuna tassa è incassata! Gli esperti dell’ONU hanno affermato che gli aerei militari del Ruanda e di alcune organizzazioni criminali transnazionali sono utilizzati per trasportare il coltan dal Congo e che l’APR mantiene il suo controllo su gran parte delle miniere di coltan, là dove la quota di tantale nel coltan è molto elevata e dove gli aerodromi locali sono accessibili. Nei vari siti di estrazione gestiti dai supervisori dell’APR, diversi regimi di lavoro forzato coesistono per l’estrazione, per il trasporto e per i lavori domestici.

 

Per quanto riguarda lo sfruttamento del diamante congolese da parte del Ruanda, il gruppo degli esperti dell’ONU conferma il fatto che sia stato per conquistarsi un proprio mercato di diamanti che il Ruanda si è scontrato con l’Uganda nel giugno del 2000 nella città congolese di Kisangani. Dopo questi combattimenti, il “Congo desk” avrebbe fatto trasportare, con l’intermediazione del RCD-Goma, tutti i diamanti a Kisangani. La tecnica, secondo gli esperti dell’ONU, consisteva nell’obbligare tutti i tagliatori di diamanti locali a vendere ad un magazzino principale, esclusivo detentore dei diritti di esportazione. Così il Congo desk dell’ APR ha concesso il monopolio di esportazione del diamante prima a Aziz Nassour, poi all’ israeliano Philippe Surowicz, e nell’ottobre 2001 l’ha concesso al libanese Hamad Khalil che lavorava a Kisangani con il magazzino Bakayoko. Anche in questo caso, come nel caso del coltan, a percepire le tasse è il Congo desk e quindi il Ruanda e non l’amministrazione ribelle del RCD.

 

Oltre alle conseguenze manifeste che tutti possono immaginare, la sottrazione da parte del Congo desk dell’APR delle risorse finanziarie all’amministrazione ribelle del RCD-Goma ha delle conseguenze latenti ma dirette sulle popolazioni locali. Infatti, il Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RCD), dal momento che non dispone delle risorse finanziarie sufficienti, non riesce a gestire i suoi militari. Questi ultimi, non pagati ed infuriati, si servono delle loro armi per minacciare la popolazione civile saccheggiando tutto e perfino bruciando interi villaggi.

 

Ma la strategia del Ruanda per la RDC non si limita soltanto al saccheggio delle risorse naturali e alla percezione delle tasse su tali risorse; è anche orientata ad indebolire le iniziative economiche e industriali già esistenti in Congo.

 

Il ricavo della vendita dei “diamanti di guerra”di Kissangani dalla rete di elite che opera a favore del Ruanda è riciclato attraverso l’acquisto a Dubai (Arabia Saudita) di grandi quantitativi di beni d’uso casalingo come lo zucchero, il sale, l’olio, il sapone, il tessuto… che sono poi importati in Congo e proposti ai venditori locali a prezzi buoni. Ma il vantaggio che presenta la vendita dei prodotti di consumo a prezzi buoni alla rete commerciale dell’APR non è soltanto quello di riciclare il denaro sporco proveniente dai “diamanti di guerra”ma è anche quello di voler mettere l’economia di Kisangani, una volta fiorente sotto il controllo del Ruanda. I tessuti, che erano prima fabbricati dall’officina di SOTEXKI a Kisangani e famosi per la loro qualità non sono più competitivi rispetto ai tessuti importati che costano meno. Ciò ha indebolito la SOTEXKI fino al punto che, da 2.000 impiegati che contava, oggi non ne ha più di 100. L’olio di palma, che prima era prodotto a Kisangani, oggi non è più competitivo di fronte all’olio importato che si vende ad un terzo del prezzo dell’olio prodotto localmente. Non soltanto l’indebolimento della produzione locale compromette l’economia manifatturiera locale e fa degli abitanti di Kisangani dei consumatori in ostaggio, ma, secondo gli esperti dell’ONU, potrebbe avere anche l’effetto di spostare l’economia manifatturiera da Kisangani… a Kigali!!

 

II. 3. 3 Zona controllata dal RCD-ML e dal MLC con l’Uganda

 

La rete di elite che opera nella Repubblica Democratica del Congo a partire dall’Uganda è decentralizzata ed ha una gerarchia poco strutturata rispetto alla gerarchia della rete che opera a partire dal Ruanda. La rete di elite ugandese è costituita da un numero ristretto di ufficiali dell’esercito ugandese, di uomini d’affari privati e di alcuni dirigenti/amministratori ribelli congolesi membri del Raggruppamento Congolese per la Democrazia-Movimento di Liberazione (RCD-ML) e del Movimento di Liberazione del Congo (MLC). Questa rete trae i suoi ricavi dall’esportazione delle materie prime, dal controllo delle importazioni dei prodotti di consumo, dal furto continuo e dall’evasione fiscale. Il successo delle attività di questa rete nella RDC dipende da tre fattori strettamente collegati: l’intimidazione militare, il mantenimento della facciata del settore pubblico sotto la forma dell’amministrazione di un movimento ribelle congolese, e la manipolazione della massa monetaria e del settore bancario per mezzo della falsa moneta ed altri meccanismi simili.

 

L’esercito regolare ugandese e le milizie associate ad alcuni dei suoi ufficiali hanno stabilito, nel nord-est del Congo, un controllo fisico sulle zone contenenti risorse naturali a potenziale commerciale, segnatamente il coltan, i diamanti e l’oro.

Le due forze hanno stabilito la loro autorità sui centri urbani e finanziari congolesi –Butembo, Beni e Bunia- dove utilizzano l’Amministrazione ribelle per percepire le tasse sotto diversi pretesti tra i quali i diritti di rilascio del permesso agli operatori commerciali, i diritti e le tasse all’importazione e all’esportazione dei prodotti specifici.

 

Sotto la pressione della Comunità Internazionale, l’Uganda ha già ritirato ufficialmente le sue truppe dal Congo. Ma, prima del ritiro, l’esercito ugandese aveva già cominciato ad allenare un gruppo paramilitare, sotto l’autorità personale del generale ugandese Saleh, che l’avrebbe sostituito continuando a facilitare le attività commerciali degli ufficiali ugandesi dopo il ritiro delle truppe. E’ questo gruppo paramilitare che opera fino ad oggi nel nord-est della RDC.

 

Il suddetto gruppo paramilitare ha reclutato, tra l’altro, i dissidenti del Movimento di Liberazione del Congo (MLC), i membri di RCD-Congo, compresi alcuni dei suoi dirigenti. Gli esperti dell’ONU hanno segnalato nel loro rapporto che il generale dell’esercito ugandese Saleh fornisce discretamente un appoggio al nuovo gruppo di ribelli congolesi. Inoltre è stato segnalato che il signor Heckie Horn, direttore generale della società Saracen Uganda Ltd, è un partner chiave del generale Saleh (proprietario del 25% della Saracen Uganda Ltd) nell’appoggiare il nuovo gruppo ribelle. Il direttore generale della Saracen assicura ugualmente una formazione militare ai membri del gruppo paramilitare e gli fornisce le armi30.

 

I membri della rete d’elite ugandese sono, di regola, esonerati dalle imposte; mentre invece gli operatori commerciali locali (congolesi) sono tenuti a pagare dei diritti d’importazione e di esportazione molto elevati, ma possono beneficiare di un trattamento preferenziale sotto forma di riduzione della tassa (ma il pagamento della tassa è obbligatorio). Questo beneficio, però, implica un pagamento finanziario ad un politico o amministratore ribelle che autorizza tale operazione. Nessuno di questi pagamenti all’amministrazione ribelle serve a finanziare i servizi pubblici.

 

L’esonero dei diritti all’importazione dà alla rete d’elite operante dall’Uganda un vantaggio sugli importatori locali che pagano diritti d’importazione e tasse. Tuttavia, l’aumento del margine beneficiario grazie alle importazioni esenti dalle tasse costituisce solo una frazione dei vantaggi. Abbastanza lucrativo è soprattutto l’accesso diretto da parte dei membri di questa rete ai diritti e tasse pagati dagli operatori locali e monopolizzati dalla rete ugandese. In effetti la rete che opera dall’Uganda utilizza la facciata del Tesoro pubblico dell’amministrazione ribelle e i suoi percettori per incassare le imposte che gravano sugli uomini d’affari locali e l’insieme della popolazione. Centinaia dei container di merce sono importati ogni mese nella regione di Butembo, Beni e Bunia e gli importatori sono tenuti a pagare in media 8.000 dollari americani a container. I ricavi provenienti da questi diritti possono essere considerevoli ma sono stornati a profitto degli ufficiali dell’esercito ugandese e dei capi ribelli. Anche in questo caso, nessuna di queste risorse è usata per il servizio pubblico.

 

Per quanto riguarda invece lo sfruttamento delle risorse minerarie, alcune operazioni sono state concluse sotto la supervisione dell’esercito ugandese e delle società di cui fanno parte ufficiali ugandesi. I managers della società Conmet basata a Kampala, ad esempio, nel marzo 2003, hanno spiegato agli esperti dell’ONU che continuavano ad acquistare il coltan dall’est del Congo nonostante la caduta del prezzo di questo minerale sui mercati internazionali. La manodopera meno costosa per l’estrazione garantiva ancora alla Conmet un margine di beneficio interessante. Un’altra società che dall’Uganda si occupa del commercio del coltan e dei diamanti è la Trinity Investment Ltd; società di cui il generale dell’esercito ugandese Kazini è il personaggio principale. Ma oltre al commercio di minerali, la Trinity Investment Ltd lavora ugualmente con un’altra società, denominata Sagricof, per sfruttare in modo fraudolento il legno della regione del Nord-Kivu e dell’Ituri. Dalla relazione degli esperti dell’ONU emerge anche che la rete d’elite ugandese coordina, tramite il gruppo societario Victoria, tutti gli elementi del commercio dei diamanti, le società di acquisto, le attività degli esportatori libanesi, gli esoneri fiscali e le attività di vendita ad Anversa (Belgio).

 

E’ infine da osservare che l’esercito ugandese, secondo gli esperti dell’ONU, ha contribuito alla proliferazione delle armi nel nord-est della RDC. Tale esercito ha allenato le milizie dei Hema31, i suoi alleati commerciali in Ituri. I Lendu, vittime degli attacchi dei Hema sono stati costretti a difendersi costituendo le loro proprie forze locali che hanno, a loro volta spesso attaccato i villaggi hema. Il conflitto Hema-Lendu nell’Ituri persiste fino oggi e continua a fare vittime.

 

CAPITOLO TERZO: LA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO VERSO LA RICONCILIAZIONE E LO SVILUPPO SOSTENIBILE

 

Una vera soluzione ai problemi della RDC fin qui esposti non può esserci se alla base non c’è una riconciliazione tra il popolo congolese, che sembra diviso ad ogni livello, e poi tra esso e i popoli dei paesi limitrofi. Ciò non implica ovviamente cedere all’impunità di coloro che negli ultimi decenni, oltre ad essere ritenuti responsabili della perdita di quattro milioni di vite umane di cittadini congolesi, hanno destabilizzato e saccheggiato il paese costringendo la popolazione sopravvissuta ad una vita di miseria e di disperazione. I responsabili della tragedia congolese, siano essi congolesi o stranieri, devono essere individuati e puniti ciascuno secondo la gravità degli atti incivili commessi contro il popolo. La riconciliazione è dunque uno dei presupposti indispensabili per una convivenza pacifica e per l’accelerazione del processo di sviluppo nella RDC. Ma da sola non basterebbe.

In questo capitolo saranno esposte alcune proposte rivolte a prevenire la ricaduta della RDC in situazioni simili a quelle vissute dagli anni ’90 ad oggi. Per comodità di esposizione saranno descritte prima le proposte relative ai problemi interni e poi quelli relativi ai problemi esterni.

 

 

III. 1 Le riforme nel settore agrario come soluzione al problema di accesso alla terra nella RDC

 

Come si è visto nel capitolo primo, la coesistenza del sistema tradizionale, nel quale mancano regole scritte, con il sistema moderno di accesso alla terra ha favorito tanti abusi tra i quali la spoliazione della terra ai contadini. Si ritiene dunque che una buona legislazione fondiaria che accorpa tutte le categorie delle terre congolese sotto un unico sistema (sistema moderno) costituisca già un passo importante, non solo per ridurre la confusione tra i due sistemi, ma anche per rompere la relazione clientelare che si è stabilita tra i capi tradizionali e i nuovi capitalisti a scapito dei piccoli contadini.

 

Una buona legge fondiaria dovrebbe tener conto di relazioni equilibrate tra l’agricoltura contadina e il settore agricolo “moderno” latifondiario (concessioni di grandi superfici, piantagioni moderne, pascoli per l’allevamento estensivo). “Il settore dell’allevamento estensivo, in particolare, fortemente incoraggiato da vari aiuti esteri allo sviluppo, ha costituito un fattore di aumento della competizione fondiaria e della polarizzazione sociale, senza generare reddito privato da reinvestire nel settore né reddito pubblico (tasse ed imposte) che avrebbe potuto finanziare lo sviluppo regionale”32. Per evitare che il settore dell’agricoltura estensiva detto “moderno” sia una causa di conflitti fondiari e di polarizzazione fondiaria eccessiva, la dimensione di questo settore deve essere controllata e regolamentata nella prospettiva di uno sviluppo regionale integrato. Ciò implica l’esistenza di istituzioni regionali di pilotaggio dello sviluppo animate dalle amministrazioni competenti, che intraprendono delle relazioni di concertazione con gli attori e operatori dello sviluppo e della società civile.

 

Ovviamente, una buona legge è necessaria ma non è sufficiente. Lo stato dovrebbe adoperarsi per accrescere la chiarezza (trasparenza e certificazione) nelle transazioni fondiarie, limitando in linea generale la possibilità di decisioni arbitrarie da parte delle autorità e la corruzione. Perciò, la legislazione dovrebbe essere semplice e le procedure accessibili al gran numero dei cittadini, tutte le categorie comprese. La registrazione delle operazioni fondiarie (vendite, locazioni ed eredità) è una pratica che può certamente contribuire a ridurre i litigi tra i cittadini e di conseguenza può contribuire ad accrescere il livello generale di sicurezza delle transazioni e dei diritti fondiari. Lo stato dovrebbe anche facilitare l’accesso dei cittadini alle informazioni e alle procedure del diritto fondiario moderno in modo di permettere loro di utilizzare queste procedure per difendere la sicurezza dei loro diritti fondiari.

 

L’accesso all’informazione ed una certa padronanza delle procedure del diritto possono anche essere assicurati ai cittadini tramite azioni di ONG locali di servizio, che lavorano in ambienti rurali, con l’aiuto dei giuristi che si incaricano di volgarizzare l’informazione sulle leggi fondiarie in ambienti rurali, e che giocano il ruolo di intermediari offrendo ai contadini consigli sulle procedure.

Tali azioni non sono possibili in qualunque contesto sociale e non possono essere realizzate altro che dalle persone o dalle organizzazioni che conoscono bene l’ambiente sociale in cui si deve intervenire.

 

Inoltre, l’intervento del legislatore può diventare efficace solo se lo stato provvede al riciclaggio e alla formazione tecnica e morale degli agenti del servizio dei titoli fondiari nonché di tutti quelli che intervengono nel processo di concessione di terre. Ciò eviterebbe le verifiche di comodo sulla vacanza di terre. La soluzione al problema della spoliazione delle terre richiede anche una giustizia realista ed equa fondata essenzialmente sulla conoscenza diretta dei luoghi delle concessioni per le quali esiste un contenzioso e sull’informazione al popolo sui suoi diritti.

 

Nei luoghi a elevata densità di popolazione, una delle cause di conflitti fondiari è proprio la povertà, cioè la mancanza di terre da parte dei contadini per i quali l’agricoltura è sinonimo di sussistenza. In questo contesto, è necessaria una politica di sviluppo rurale che mira, ad esempio, alla creazione di impieghi rurali non agricoli, alla diffusione di progressi tecnici agricoli e al miglioramento della commercializzazione dei prodotti agricoli.

 

Uno sviluppo rurale che incorpora la creazione di attività non agricole (artigianato, trasformazione dei prodotti agricoli) aiuta ad alleggerire la pressione sulla terra, creando delle opportunità di reddito e d’impiego non direttamente legate alla produzione agricola e alla terra come fattore limitante. Uno sviluppo agricolo che sostiene, con attività accessibili ai contadini, le possibilità di intensificazione e di diversificazione può essere realizzabile attraverso diverse azioni settoriali tra le quali l’innovazione tecnica, il microcredito, la commercializzazione, la formazione, ect, in un approccio generale di sostegno alle iniziative locali, ma flessibile ed adattabile alle specificità locali all’opposto di ricette e pacchetti tecnologici già pronti e uniformi per tutta una regione.

Per ogni azione di sviluppo, però, si tratterà di sapere che tipo di agricoltura e quali categorie sociali sono favorite o sfavorite dalle azioni dell’uomo. In uno spazio rurale densamente popolato, ogni azione che accresce le dimensioni della terra in uso da parte di una specifica categoria sociale si farà infatti a svantaggio di altri gruppi e scatenerà delle tensioni sociali. Quindi, nella definizione delle priorità, gli aiuti esteri e i piani di sviluppo regionale dovrebbero prendere in considerazione tutte le conseguenze sociali delle opzioni tecniche e settoriali che intendono sostenere.

 

Comunque, sarebbe un errore voler limitare i conflitti fondiari alla sola dimensione fondiaria. La percezione dei problemi fondiari da parte degli attori del conflitto dipende in gran parte dalla vita relazionale nel suo insieme. Per quanto riguarda in particolare i rapporti tra immigrati e autoctoni nella RDC, una certa vita di relazione esiste (ad esempio associazioni dei genitori degli alunni, relazioni di lavoro, attività religiose in comune e così via) ma potrebbe essere migliorata, non da un regolamento, ma da un sostegno del potere pubblico…e per il gran bene delle stesse relazioni fondiarie. Il sostegno può consistere nel promuovere e rinforzare la democrazia locale e le iniziative della società civile, nel promuovere i diversi modi d’espressione delle popolazioni locali (radio rurali, giornali in lingue locali, ect) e le attività culturali, nell’ incoraggiare le Organizzazioni non governative (ONG) plurietniche che possono costituire un luogo di scambio e di discussioni per tutte le comunità.

 

III. 2 Le riforme istituzionali dell’apparato di stato come soluzione a conflitti esterni della RDC.

 

Come è stato sottolineato in questo lavoro, i conflitti esterni della RDC ruotano intorno alle sue ricchezze naturali e si intensificano a causa della debolezza e dell’anarchia delle istituzioni legittime che non riescono a garantire la pace e la sicurezza del suo territorio nazionale e delle sue frontiere. Uno degli obiettivi principali del governo legittimo della RDC dovrebbe essere quello di poter controllare tutte le risorse del paese e proteggere le sue frontiere contro tutte le invasioni straniere. Per raggiungere questo obiettivo, la RDC ha bisogno di rinforzare le capacità istituzionali del suo apparato di stato.

 

Il governo congolese dovrebbe istituire un programma accelerato di riciclaggio e di professionalizzazione dell’insieme dell’apparato di sicurezza dello stato tra cui l’esercito, i servizi segreti, gli organi incaricati dell’applicazione delle leggi e dei regolamenti (dogana, imposte, immigrazione e risorse naturali). L’aiuto internazionale sarebbe necessario. Come osservano gli esperti dell’ONU, le riforme e il rinforzamento delle istituzioni nazionali o centrali permetterebbero:

  • di combattere la criminalità organizzata nella RDC,

  • di migliorare il rigore e la trasparenza,

  • di accrescere l’obbligo di rendere conto e di mettere termine all’impunità di cui godono i responsabili e gli agenti della funzione pubblica,

  • di rinforzare i mezzi e i poteri di regolamentazione,

  • di professionalizzare le istituzioni e il loro personale, segnatamente assicurando la loro indipendenza e la loro neutralità,

  • di riformare le amministrazioni doganali tra le quali l’Office des Douanes et Assises (OFIDA) e la Direction générale de contributions,

  • di dare più mezzi ai ministeri e ai servizi specializzati che si occupano delle risorse naturali.

 

Un altro settore chiave che richiede d’urgenza le riforme è quello minerario. Le riforme per questo settore dovrebbero iniziare con la rinegoziazione di tutte le concessioni e di tutti i contratti conclusi durante le guerre e stabilire nuove regole di contrattazione e di sfruttamento delle risorse, trasparenti e ragionevoli, che consentano all’intero popolo congolese di trarne vantaggio. Ciò implica che il settore minerario deve essere risanato in modo da attirare gli investitori a lungo termine e creare fonti di reddito da investire nel miglioramento dei servizi pubblici. La creazione di una commissione indipendente per esaminare la validità dei contratti, degli accordi economici e finanziari potrebbe facilitare il processo di cambiamento in questo settore.

 

Se, come si spera, la RDC riesce a garantire rapidamente la sicurezza della nazione e delle sue frontiere, a controllare e gestire le sue risorse in modo trasparente e razionale, ci sarà una ripresa dell’intera economia del paese e, finalmente, il livello di benessere della popolazione potrà migliorare anzichè abbassarsi come è successo negli ultimi anni.

CONCLUSIONI

 

 

Si è visto in questo lavoro la complessità della situazione nella RDC negli ultimi decenni. Certamente il governo congolese, la comunità internazionale e le organizzazioni nazionali ed internazionali hanno un compito non facile nel garantire la vera integrità nazionale del Congo, la pace e lo sviluppo. Ma anche i cittadini congolesi hanno un compito cruciale.

 

Al termine di questo mio scritto, vorrei ricordare ai miei connazionali che lo sviluppo economico del nostro paese è una sfida importante nella misura in cui è il risultato dell’uso razionale delle risorse per l’interesse di tutti, e dello sforzo di ciascuno per migliorare la vita di tutti. Dovremmo quindi metterci al lavoro invece di perdere energie in lotte inutili e fratricide. I veri “veri uomini forti” del nostro paese, i “veri ribelli” saranno quelli che, con il loro impegno allo sviluppo, con i loro investimenti, con la loro creatività, avranno contribuito a combattere la disoccupazione, l’ingiustizia e la povertà, ad accrescere il reddito nazionale, a costruire le strade, gli ospedali e le scuole. E’ grazie a loro che il potere potrà cessare di essere oggetto di guerre armate per diventare oggetto di uno scontro non violento, democratico, per mezzo del quale, tramite elezioni libere e trasparenti, il potere sarà concesso dal popolo agli uomini che hanno tanto lavorato, e che vivono del frutto dei loro sforzi, al fine di servire la nazione.

BIBLIOGRAFIA

 

 

  1. Honoré Ngbanda Nzambo, Crimes organisés en Afrique centrale: révélations sur les réseaux rwandais et occidentaux, éditions Duboiris, 2004.

  2. Jean Philippe Peemans, Le Congo-Zaïre au gré du XXe siècle: Etat, économie et société, édition Harmattan, 1997.

  3. Jean Philippe Peemans, Crise de la modernisation et pratiques populaires au Zaïre et en Afrique, édition Harmattan, 1997.

  4. Kabuya Lumuna Sando, Pouvoir et Libertés: La transition au Congo-Zaire, éditions SECCO& I.D.C. as,1998

  5. Kanyankogote Mpagazehe, Mise au point concernant le rapport de la commission Vangu au Nord-Kivu et au Sud-Kivu, Kinshasa, 1995.

  6. Kashoki Bahunga & Alii, Réflexions sur le problème de la nationalité en régions du Nord-Kivu et du Sud-Kivu, Goma, 1989.

  7. Marysse.S et Reyntjens F., L'Afrique des grands lacs, édition Harmattan, 2003.

  8. Mathieu P., Mugangu Matabaro ET Mafikiri Tshongo, Enjeux fonciers et violences en Afrique, la prévention des conflits en se servant du cas du Nord-Kivu, Université Catholique Louvain-la-Neuve, septembre 1999.

  9. Michel Noro, Economie africaine: Analyse économique de l'Afrique subsaharienne, édition De Boeck Université, 1994

  10. Moeller A, Les grandes lignes des migrations bantoues de la province orientale, Bruxelles, 1936.

  11. Mugangu Matabaro, La gestion foncière rurale au Zaïre. Réformes juridiques et pratiques foncières locales. Cas du Bushi, Academia, 1997.

  12. Ngabu Faustin, Situation qui prévaut dans le diocèse autour des massacres dans les zones de Walikale et de Masisi, Goma, 1993

  13. ONU, Rapport final du groupe d'experts sur l'exploitation illégale des ressources naturelles et d'autres formes de richesse de la RDC, Doc. S/2002/1146, octobre 2002.

  14. Patient Bagenda, Le Congo, malade de ses hommes: crimes, pillages et guerres, éditions Luc Pire, 2003

  15. Prosper K. Mwangiyiki, L'expérience coopérative et sa contribution au développement au Nord-Kivu, università Gregoriana (thèse de doctorat),1999.

  16. Reyntjens F. et Marysse S., Conflits au Kivu: Antécédents et enjeux, Instituts universitaires d'Anvers, 1996

  17. Stanislas Bucalimwe Mararo, Pouvoir, élevage bovin et la question foncière au Nord-Kivu, Instituts universitaires d'Anvers, 2001

  18. Stanislas Bucalimwe Mararo, le Nord-Kivu au coeur de la crise congolaise, Instituts universitaires d'Anvers, 2002

  19. Stanislas Bucalimwe Mararo, land, power and ethnic in Muvunyi -Kibabi, Masisi (Eastern Zaire), Yale Agrarian studies Seminar,March 24, 1995

  20. Tondeur G, Surpopulation et déplacement des populations, in bulletin Agricole du Congo belge, Bruxelles 1949.

  21. Tony Adison, From conflict to recovery in Africa, Oxford university press, 2003

 

 

Cartina della Repubblica Democratica del Congo

 

 

 

 

Cartina dell’Africa

 

 

Missioni di mantenimento della pace (Nazioni Unite)

Attività delle Nazioni Unite in materie di consolidamento e ristabilimento della pace

 

 

INDICE

 

 

 

INTRODUZIONE 2

CAPITOLO PRIMO: LE PRINCIPALI CAUSE DI CONFLITTO NELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO (ex ZAIRE) 3

I. 1. IL CASO DI CONFLITTI DOVUTI A CAUSE ESTERNE NELLA RDC 3

I. 1.1 Il controllo e lo sfruttamento delle risorse naturali. 3

I. 1. 2. La spartizione del territorio e la legge della giungla 6

I. 2. IL CASO DI CONFLITTI DOVUTI A CAUSE INTERNE NELLA RDC 9

I. 2. 1. L’esclusione sociale e politica 10

I 2. 2 L’accesso alla terra e la crescita demografica. 22

I. 2. 3 La gestione del potere locale e il problema di rappresentanza 26

dei vari gruppi etnici 26

CAPITOLO SECONDO: LE CONSEGUENZE DEI CONFLITTI ELLAREPUBBLICA 30

DEMOCRATICA DEL CONGO 30

II. 1 La liberazione e la democrazia alla rovescia 30

II. 2 La situazione dei bambini nella RDC 32

II. 2. 1 La posizione del governo della RDC nei confronti dei bambini. 33

II. 2. 2 I bambini-soldato nella RDC 34

II. 2 .3 I bambini di strada nella RDC 35

II. 2. 4 L’intervento delle organizzazioni internazionali a favore dei bambini 36

della RDC 36

II. 3. IL SACCHEGGIO DELLE RISORSE NATURALI DELLA RDC 38

II. 3. 1 Zona controllata dal governo legittimo 40

II. 3. 2 Zona controllata dalla RCD-Goma con il Ruanda. 42

II. 3. 3 Zona controllata dal RCD-ML e dal MLC con l’Uganda 45

CAPITOLO TERZO: LA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO VERSO LA RICONCILIAZIONE E LO SVILUPPO SOSTENIBILE 49

III. 1 Le riforme nel settore agrario come soluzione al problema di accesso alla terra nella RDC 49

III. 2 Le riforme istituzionali dell’apparato di stato come soluzione a conflitti esterni della RDC. 52

CONCLUSIONI 55

BIBLIOGRAFIA 56

Cartina della Repubblica Democratica del Congo 58

Cartina dell’Africa 59

 

 

 

 

 

 

 

1 Nella RDC, regione e provincia sono sinonimi così come sono sinonimi anche zona e comune.

In effetti, fino al 1997 si parlava di regione e zona; ma dal 97 in poi si parla di provincia e comune.

2 Secondo alcuni autori, sarebbero stati gli USA, il Rwanda e l’Uganda a fare ricorso a Kabila per rendere la ribellione più credibibe agli occhi dei congolesi. Si veda, tra l’altrro, NGBANDA NZAMBO HONORE, Crimes organisés en Afrique central, éditions Duboiris, 2004, p 219.

3 NGBANDA NZAMBO HONORE, Crimes organisés en Afrique central, éditions Duboiris, 2004, p 161.

4 PATIENT BAGENDA, Le Congo, malade de ses hommes, éditions Luc Pire, 2003, p 134.

5 HCR-PT, Commission Vangu au Nord-Kivu et au Sud-Kivu, 1994.

6 BAHUNGA KASHOKY & alii, [juin 1989], p 16.

7 Infatti il gruppo portava il seguente nome “groupe de réflexions pour éclairer l’opinion de tous ceux se sentent concernés ou intéressés par le problème de la nationalité en régions du Nord-Kivu et du Sud-Kivu.

8 Consultare, ad esempio, Archives du Congo belge, n° 15, Section Documentation, 1958, p 150-151.

9 Per chi fosse interessato all’argomento, può consultareil lavoro del professore KANYANKOGOTE, MPAGAZEHE, [1995], “Mise au point concernant le rapport de la commission Vangu au Nord-Kivu et au Sud-Kivu », Kinshasa, inédit. Questo lavoro, rintracciabile all’università di Kinshasa, raccoglie un gran numero di riferimenti.

10 TONDEUR. G, Surpopulation et déplacements des populations, in bulletin agricole du Congo-belge, 1949, 3-4, p 2346.

11 La « carte d’indigène » era il documento di identità rilasciato dal colonizzatore. Può essere paragonata ad un passaporto.

12 DUMONT GEORGES H., 1961, la Table ronde belgo congolaise, éditions universitaires, Paris, p 179.

13 Ibid, p189-190

14 Ibid, p 12

15 Idem.

16 Ibid., p 13

17 Cfr Journal JUA, dal 27/01 al 03/02/1990.

18 Journal officiel de la république du Zaïre, août 1987; code de la famille, n° spécial, art.4, p33.

19 Ibid., p 11-12.

20 Ibid. , p. 16

21 Ordonnance présidentielle n° 122 du 22 mai 1989

22 REYNTJENS F., et MARISSE S., Conflits au Kivu: antécédents et enjeux, Anvers, décembre 1996.

23 BUCALIMWE MARARO S., [1995], Land, power and etnic conflicts in Muvunyi-kibabi, Masisi (Eastern Zaire), Yale agrarian studies seminar, March 24, Yale University.

 

24 Il termine « munyarwanda » qui si riferisce ai membri delle etnie hutu e tutsi siano essi autoctoni, immigrati, rifugiati e clandestini.

25 BUCALIMWE MARARO S., Pouvoir, élevage bovin et la question foncière au Nord-Kivu, Anvers, avril 2001, p 24.

26 MUGANGU MATABARO S., La gestion foncière rurale au Zaïre. Réformes juridiques et pratiques foncières locales. Cas du Bushi, Academia-Bruylant, 1997, p. 323.

27 COLGHAN B., BREMAN RJ., NGOY P., ET AL. Mortality in the Democratic Republic of Congo, Lancet; 2006, 367, p 44-51. Questa ricerca è anche scaricabile dal sito internet della IRC; www.theirc.org.

28Rapport final du groupe d’experts sur l’exploitation illégale des ressources naturelles et autres formes de richesse de la République Démocratique du Congo, réf. GRIP DATA : G2044, (scaricabile dal sito internet www.grip-publications.eu/bdg/g2044.html).

29 Rapport final du groupe d’experts sur l’exploitation illégale des ressources naturelles et autres formes de richesse de la République Démocratique du Congo, réf. GRIP DATA : G2044, (scaricabile dal sito internet www.grip-publications.eu/bdg/g2044.html).

 

30 Rapport final du groupe d’experts sur l’exploitation illégale des ressources naturelles et autres formes de richesse de la République Démocratique du Congo, réf. GRIP DATA : G2044, (scaricabile dal sito internet www.grip-publications.eu/bdg/g2044.html).

31 Hema e Lendu sono le due etnie maggioritarie che abitano la parte nord-orientale della RDC (Ituri) e che sono state sempre in competizione.

32 P. MATHIEU, S.MUGANGU MATABARO ET A. MAFIKIRI TSHONGO, Enjeux fonciers et violences en Afrique, la prévention des conflits en se servant du cas du Nord-Kivu, septembre 1999, Université de Louvain-la-Neuve (scaricabile da internet)

 

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