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Come alimentiamo la guerra più sanguinosa dell’Africa - 2/12/08 |
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di Johann Hari – The Independent
La guerra più letale dai tempi in cui Adolf Hitler marciava lungo l’Europa sta ricominciando: e voi quasi certamente del massacro portate un qualche pezzo insanguinato in tasca. Se diamo uno sguardo all’olocausto in Congo, con 5,4 milioni di morti, i clichés sull’Africa saltano via: questo è un “conflitto tribale” nel “Cuore di tenebra”. Non lo è.
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LA COOPERAZIONE CON PECHINO FA SALTARE GLI EQUILIBRI ESISTENTI |
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Settembre 2007 (con aggiornamento) - Due protocolli di intesa sono stati firmati a Kinshasa per un vasto piano di cooperazione tra la Repubblica democratica del Congo e la Repubblica popolare cinese: in virtù degli accordi presi, Pechino realizzerà una serie di interventi nell'ambito della sanità, delle infrastrutture e della scuola mentre il Congo concederà in cambio il diritto di sfruttare riserve minerarie. Secondo Pierre Lumbi, ministro congolese dei Lavori pubblici e delle infrastrutture, l'operazione ha un controvalore di 3,6 miliardi di euro e contribuirà anche alla creazione di posti di lavoro e all'acquisizione di nuove competenze: "La nostra cooperazione è fondata su una serie di principi – ha spiegato – tra cui quello di assicurare che i progetti siano realizzati da imprese cinesi e congolesi". I protocolli prevedono la costruzione di una strada che collegherà Boma a Kisangani passando per Matadi, Kinshasa e altre località fino a Bukavu e Goma. Tra Kinsangani e Mbandaka, sarà reso navigabile il fiume. Un secondo progetto prevede la realizzazione di 3500 chilometri di strade asfaltate, un altro ancora il recupero di 450 chilometri di viabilità urbana a Kinshasa. Saranno costruiti 31 ospedali, 150 centri sanitari, due università, 5000 alloggi popolari. Sono inoltre previsti una autostrada che collegherà Kasumbalesa a Lumumbashi, Kipushi e Likasi, e il recupero di 3500 chilometri di linee ferroviarie. In cambio la Cina dovrebbe ricevere la possibilità di ottenere concessioni minerarie nelle ricche regioni orientali del paese. La Repubblica democratica del Congo, paralizzata da anni di conflitti interni che hanno anche causato la distruzione delle sue già povere infrastrutture, può contare su immensi giacimenti minerari già solo parzialmente sfruttati da numerose multinazionali occidentali nel bel mezzo di continui scontri armati tra diversi gruppi locali e l'esercuto di Kinshasa. [Nota di aggiornamento: il nuovo signore della guerra Laurent Nkunda, nella crisi attualmente in corso ha più volte detto ai grandi mezzi d'informazione internazionali occidentali - su cui trova di frequente molto spazio - che sta combattendo proprio contro la cooperazione tra Pechino e Kinshasa.]
20 marzo 2008- Tasse non pagate allo stato, funzionari pubblici 'marginalizzati' nelle strture congolesi-internazionali, mancato rispetto degli obblighi sociali e ambientali sottoscritti: sarebbero i motivi principali per cui la Commissione governativa incaricata di studiare i contratti di concessione forniti ad aziende internazionali ha chiesto la ridiscussione e la rinegoziazione dei primi 61 contratti presi in esame finora. La Commissione – diretta da Alexis Mikandji, direttore di gabinetto del ministero delle Miniere, coadiuvato da esperti internazionali – ha annunciato quindi che in tutti i contratti presi in esame andranno rinegoziati i rapporti tra le società pubbliche da un lato e le aziende straniere dall’altro. In totale, secondo le stime correnti, 642 aziende di ogni angolo del pianeta (tra cui spiccano giganti del calibro della BHP Billiton, de Beers per i diamanti, dell’ Anglogold Ashanti per l’oro, della Tenke-Fungurume per il rame) si spartiscono attualmente le 4542 concessioni ‘ufficiali’ fornite negli anni dal governo. Cifre a cui andrebbero poi aggiunte tutte quelle attività minerarie illegali e non censite che negli anni hanno fatto la fortuna di gruppi armati e delle grandi aziende internazionali che con questi trattavano, spesso pagandoli in armi. “Il governo congolese intende ormai assicurare una gestione efficiente e un controllo adeguato del settore minerario, in modo che le miniere congolesi portino pieno e reale profitto alla nazione” ha affermato la Commissione nel documento diffuso in serata. Benedetta da immense risorse naturali – il 34% delle riserve mondiali di cobalto, il 10% di oro, oltre il 50% di coltan, ma con quote rilevanti anche nell’estrazione di diamanti, oro, uranio, cassiterite – la popolazione della Repubblica democratica del Congo continua ad essere uno delle più povere del mondo. Secondo le stime dell’Onu, circa il 75% della sua popolazione vive con meno di un dollaro al giorno e oltre 1200 persone muoiono ogni giorno per cause legate alla povertà. Proprio le immense ricchezze minerarie – a fronte degli altrettanto immensi appetiti internazionali, saziati attraverso la complice collaborazione di diversi ‘attori’ (eserciti, governi e vari gruppi armati locali) – sono considerate, prima di tutto dai congolesi, la causa prima dei devastanti conflitti degli ultimi anni e di quelli, geograficamente più ristretti ma non certo meno letali, che continuano a tenere in scacco ancora oggi alcune regioni.
27 marzo 2008 - Il governo di Kinshasa ha nominato il comitato che dovrè rinegoziare i termini dei contratti per prospezioni e sfruttamento minerario firmati nel corso degli ultimi anni con aziende locali e internazionali, dopo che sono emerse palesi e flagranti violazioni ai danni delle casse pubbliche. Nel riportare la notizia, la stampa congolese precisa che il comitato sarà composto da otto membri tutti scelti dal governo. Annunciando la nascita dell’organismo, il ministro delle Miniere, Martin Kabwelulu, ha precisato che il comitato si avvarrà del sostegno di alcuni consulenti esterni, locali e internazionali, e procederà all’esame di ogni singolo caso, ascoltando le ragioni delle parti contraenti e procedendo poi a un “riaggiustamento” dei contratti. La diffusione, nei giorni scorsi, delle prime conclusioni della Commissione governativa incaricata di studiare i contratti di concessione per lo sfruttamento dell’immenso tesoro minerario del paese ha portato alla sospensione di tutti i primi 61 contratti presi in esame finora perché giudicati non conformi agli accordi. Il lavoro della commissione ha confermato quello che tutti i congolesi sapevano, ovvero che l’industria mineraria, locale ma soprattutto quella internazionale, ha approfittato del conflitto in corso negli anni scorsi del paese (“con il concorso complice di funzionari corrotti”, precisano alcuni) per commercializzare i minerali congolesi senza che il paese ne traesse alcun beneficio.
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FINE 2007: A NAIROBI UN'INTESA TRA KINSHASA E KIGALI |
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17 dicembre - Un gruppo di lavoro permanente incaricato del monitoraggio degli accordi di Nairobi, firmati il novembre scorso dai governi di Kinshasa e Kigali per porre fine all'insicurezza nell'est della Repubblica Democratica del Congo, sarà operativo a partire dalla prossima settimana. Lo hanno annunciato ieri a Goma, capoluogo del Nord-Kivu, i governi dei due paesi confinanti, precisando che la 'task-force' sarà basata a Goma e sarà formata da rappresentanti di Congo, Rwanda, Onu, Unione Africana, Unione europea, Sudafrica e Stati Uniti. Nell'ambito degli accordi di Nairobi, il governo di Kinshasa ha già presentato un piano d'azione per sradicare la presenza di tutti i gruppi armati attivi sul suolo congolese, in particolare le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr) e gli insorti al soldo del generale dissidente filoruandese Laurent Nkunda. L'inviato di Kigali alla riunione di questo fine settimana ha assicurato il suo sostegno al governo eletto di Kinshasa nella lotta contro i gruppi ribelli. Intanto, fonti locali segnalano che scontri tra insorti di Nkunda e miliziani Mai-Mai (altro gruppo armato formato da ex-partigiani filo-Kinshasa) sono avvenuti tra sabato e domenica nella zona di Kirotche, a nord-ovest di Goma, provocando spostamenti di civili; l'ospedale della località sarebbe stato saccheggiato. Più a nord, nel territorio del Lubero, sono già più di 6.000 gli sfollati provenienti dal confinante territorio del Rutshuru, in condizioni estremamente precarie. Nel fine settimana è anche stato in visita nella provincia nord-orientale Antonio Guterres, Alto commissario Onu per i rifugiati, il quale ha qualificato di "inaccettabile" la presenza di gruppi armati nelle vicinanze dei campi profughi. "Chiedo a tutte le parti coinvolte di rispettare il diritto umanitario" ha detto Guterres, denunciando anche il reclutamento di minori tra i combattenti
12 novembre - I governi di Kinshasa e Kigali hanno siglato un nuovo accordo, l’ennesimo, per il disarmo forzato delle milizie armate di origine ruandese che dal 1994, anno del genocidio in Rwanda, si nascondono nelle foreste dell’est della Repubblica democratica del Congo. L’annuncio è contenuto in una nota congiunta diffusa al termine di un incontro tenutosi nel fine settimana a Nairobi tra i ministri degli Esteri dei due paesi. “Il governo della Repubblica democratica del Congo si impegna a lanciare, considerandole una questione urgente, operazioni militari per smantellare le ex-Far e gli interhamwe, in quanto organizzazioni militari genocide” si legge nella nota nella quale si fa riferimento all’ex-esercito regolare ruandese e alle milizie ritenute le principali responsabili dei massacri compito nell’aprile del 1994. In base ai termini dell’intesa, Kinshasa dovrà mettere a punto un piano dettagliato per il disarmo delle cosiddette “forze negative” entro il 1 dicembre prossimo con il sostegno della Missione delle Nazioni Unite in Congo (Monuc). In cambio il Rwanda avrebbe acconsentito a chiudere la propria frontiera con il Congo, attraverso la quale, secondo alcuni esperti, sarebbero transitati finora rinforzi in armi e uomini al generale dissidente filoruandese Laurent Nkunda, protagonista dell’ondata di violenze in corso da quest’estate in Nord Kivu.
[CO]
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PROGRAMMA "AMANI", TRA ACCORDI IGNORATI E NUOVE INTESE DI DISARMO |
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4 luglio - Un invito a rispettare il cessate-il-fuoco e gli impegni assunti lo scorso gennaio a Goma è stato rivolto ai capi dei principali gruppi armati attivi nel Kivu da Apollinaire Malu Malu, coordinatore del programma ‘Amani’ per la sicurezza, la pacificazione, la stabilizzazione e la ricostruzione. Malu Malu ha parlato dalla provincia meridionale del Katanga, dove era in visita - accompagnato da Alan Doss, rappresentante speciale del Segretario Generale dell’Onu - mentre a Goma, capoluogo del Nord-Kivu, si apriva una sessione di monitoraggio del programma ‘Amani’. Nonostante una quindicina di gruppi ribelli e l’esercito regolare abbiano firmato lo scorso 26 gennaio, davanti ai rappresentanti della società civile congolese e della diplomazia internazionale, un impegno a cessare le ostilità, ogni settimana il cessate-il fuoco è violato, mantenendo alto il livello d’insicurezza nel Nord-Kivu e impedendo i civili sfollati di tornare in pace nei loro villaggi. Tra i principali protagonisti degli scontri figurano il generale dissidente Laurent Nkunda e i suoi armati.
9 luglio - Si è chiuso senza la partecipazione di almeno due gruppi armati, tra cui il Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) di Laurent Nkunda, il seminario dedicato al processo di raggruppamento e smistamento delle milizie attive nel Kivu (est), nell’ambito del programma ‘Amani’ per la pace e la ricostruzione della regione. Fonti ufficiali riferiscono che i partecipanti ai lavori di Goma (capoluogo del Nord-Kivu) “si sarebbero messi d’accordo” sulle modalità di un piano di disimpegno che prevede l’obbligo di dichiarare il numero di combattenti, il volume e il tipo di armamenti e la localizzazione dei miliziani. E mentre ancora una volta si parlava di cessazione delle ostilità e di disarmo, sul terreno si sono verificati diversi scontri o attacchi nei quali sono coinvolti vari gruppi antigovernativi, fra cui il Cndp.
18 Settembre - È stato approvato, in una riunione speciale del governo tenuta ieri a Goma, il piano di disimpegno dei gruppi armati presenti nel Kivu previsto dagli accordi di Goma firmati quest’estate da tutte le formazioni della zona. Per l’approvazione del documento ieri si sono ritrovati a Goma – mentre a poche decine di chilometri si continuava a sparare e i civili continuavano a fuggire – il presidente della Repubblica democratica del Congo, Joseph Kabila, il presidente del Parlamento, Vital Kamerhe, i ministri degli Affari esteri, Interni e Difesa, nonché il coordinatore del programma Amani (garante degli accordi di pace), padre Malu Malu, il rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite in Congo, Alan Doss, accompagnato dal comandante della forza della locale missione di pace (Monuc), il generale Babacar Gaye. Il rappresentante dell’Onu ha definito l’approvazione del piano una pietra miliare del processo di pace nell’est, invitando tutte le parti all’azione. Il piano dovrà ora essere sottoposto ai vari gruppi armati a cominciare dal Cndp di Laurent Nkunda. Intanto ieri a Bukavu, sud Kivu, si è tenuta una manifestazione di studenti, scesi in strada per protestare contro lo stato di conflitto permanente che si registra in Kivu e contro l’immobilismo del governo e della locale missione Onu.[CO]
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I RISULTATI DELL'INDAGINE DI UNA COMMISSIONE DELLA NAZIONI UNITE SULLO SFRUTTAMENTO ILLEGALE DELLE RISORSE MINERARIE DELLA RDC (2002) |
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Diamanti, coltan, rame, legname: le immense ricchezze della repubblica congolese sono anche la sua maledizione. Un'economia di rapina fondata sul terrore. Con la complicità dell'Occidente
"Ero appena tornato dalla boscaglia dove ero andato per raccogliere un po' di legna. Avevo ancora il carico sulle spalle pronto a depositarlo davanti casa, quando sopraggiunse una jeep piena di militari. Dallo stemma che avevano sul berretto capii che erano soldati ruandesi ed ebbi paura. Tutti noi li avevamo visti picchiare, violentare, uccidere ed ero preparato al peggio. Mi puntarono il fucile contro la schiena e mi sentii già morto. Ma invece di sparare mi gridarono di salire sulla jeep. Facemmo qualche chilometro e giungemmo ad una cava che pullulava di persone intente a picconare, a trasportare il materiale rimosso, a vagliarlo. Tutto intorno c'erano guardie armate. Mi venne mostrato un piccone e mi dissero di unirmi agli altri. A sera mi autorizzarono a tornare a casa, ma mi dissero che dovevo presentarmi tutte le mattine al lavoro, altrimenti mi avrebbero ucciso. Dal 1999 vivo così, come lavoratore forzato nelle miniere di coltan".
A parlare è Salim, un giovane congolese dei dintorni di Kivu, una cittadina a ridosso del Rwanda. Benché il Congo sia un Paese che non conosce pace dai tempi in cui divenne colonia del Belgio, la sua situazione è precipitata nel 1994, quando venne coinvolto nel conflitto interetnico che si stava consumando in Rwanda. Da allora è diventato terra di occupazione di eserciti stranieri: quello ugandese nella parte Nord-orientale, quello ruandese nella parte Sud-orientale e quello dello Zimbabwe, dell'Angola e della Namibia nella parte meridionale comprendente il Katanga. In questo contesto il vecchio dittatore Mobutu fuggì in Marocco, dove morì nel 1997, senza rimpianti da parte di nessuno. Al suo posto era salito Joseph Kabila, un guerrigliero gradito agli eserciti occupanti. A partire dal 1999 sono state organizzate varie conferenze per riportare il Congo alla normalità e nel 2002 tutti gli eserciti occupanti si sono impegnati a ritirarsi. Ma in realtà nessuno vuole abbandonare il Congo perché nessuno vuole rinunciare alle sue ricchezze che si chiamano diamanti, coltan, germanio, rame. Per questo al di là dell'esteriorità ufficiale, il Paese rimane diviso in varie zone, ciascuna delle quali è sotto l'influenza di una diversa potenza straniera. A dirlo non sono dei giornalisti che azzardano delle ipotesi, ma una Commissione delle Nazioni Unite che ha già presentato due rapporti, l'ultimo dei quali il 16 ottobre del 2002. Per la verità il mandato assegnato alla Commissione era molto circoscritto: doveva indagare sullo sfruttamento illegale delle risorse naturali del Congo, perché solo indagando sulla gestione degli affari è possibile avere un quadro esatto della situazione anche da un punto di vista politico e giuridico.
Le cose scoperte dalla Commissione vanno oltre ogni immaginazione.
Di fatto ogni esercito si prepara ad andarsene perché tutti sanno di trovarsi in una situazione insostenibile, ma prima di lasciare vogliono assicurarsi che il potere economico e politico sia saldamente nelle mani di organizzazioni che rispondono ai loro ordini. Per questo i tre eserciti stranieri oggi presenti in Congo (quello dell'Uganda, del Rwanda, e dello Zimbabwe) stanno tentando di destabilizzare le loro zone d'influenza affinché si formino delle milizie paramilitari che avvalendosi della forza delle armi tengano in pugno ogni attività economica.
Inoltre, in ogni area si sono formate delle elite mafiose, formate da ufficiali degli eserciti stranieri, milizie locali paramilitari, uomini d'affari, e politici affaristi, che gestiscono in maniera fraudolenta le risorse minerarie racchiuse nei loro territori.
Il rapporto esamina in dettaglio la situazione che si è creata in tre macroaree: quella meridionale controllata dal governo congolese in alleanza con l'esercito dello Zimbabwe, quella Sud-orientale controllata dall'esercito del Rwanda e quella Nord-orientale controllata dall'esercito dell'Uganda.
Katanga L'elite che si è formata nel Katanga, oltre al governo congolese e all'esercito dello Zimbabwe, comprende anche numerosi uomini d'affari legati al contrabbando e al traffico di armi. Uno di questi è il proprietario della Duba Associates, una società che si occupa dell'estrazione e della vendita di diamanti, che opera in rapporti stretti con un ucraino, tale Leonid Minim, trafficante clandestino di diamanti e di armi. Il tutto grazie ai servigi finanziari offerti da banche europee.
Un altro soggetto legato contemporaneamente ai minerali e alle armi è un cittadino belga, tale George Forrest, che oltre ad essere presidente della Gécamines, la più grande impresa mineraria del Congo che produce cobalto e rame, possiede al 100% la New Lachaussée, una società belga che produce granate, armi leggere e pezzi da cannone.
La Commissione ha le prove che tre organizzazioni criminali di origine libanese, attive nel commercio di diamanti sulla piazza di Anversa, nel 2001 hanno comprato diamanti dalla repubblica del Congo per un valore di 150 milioni di dollari. Le loro attività comprendono il contrabbando di diamanti, lo smercio di soldi falsi e il riciclaggio di denaro sporco. Del resto il rapporto racconta come le società minerarie congolesi siano gestite nella più assoluta illegalità.
Si va dalla truffa nell'assetto proprietario per nascondere la presenza del governo dello Zimbabwe, alle fatture false per consentire alle élite congolesi di devolvere parte del ricavato sui loro conti personali aperti presso banche estere, alla sottrazione di fondi per acquisti militari a favore dell'esercito dello Zimbabwe. Ogni centesimo che finisce nei rivoli dell'illegalità è un centesimo tolto alle casse dello Stato che, naturalmente, non riesce a garantire neanche i servizi elementari. Perciò non c'è da sorprendersi se il Katanga è una delle provincie del mondo con la più alta mortalità infantile e non per cause violente ma per malaria e dissenteria.
La zona controllata dal Rwanda La seconda area esaminata dalla Commissione è quella in cui comanda la elite dominata dall'esercito del Rwanda. In questa zona i minerali principali sono ancora una volta i diamanti e il coltan, una materia prima che entra nella composizione di molti prodotti elettronici. Il rapporto informa che il 60-70 per cento di coltan esportato dal Congo è estratto in miniere che si trovano sotto il diretto controllo dell'esercito del Rwanda. Molte miniere sono fatte funzionare con lavoro forzato della gente del posto o di prigionieri deportati dal Rwanda.
Uno dei maggiori acquirenti di coltan è la Eagle Wings Resources, una filiale della multinazionale statunitense Trinitech International Inc. Eagle Wings ha uffici in Rwanda, Burundi e Congo, ed è noto che il responsabile dell'ufficio di Kigali (Rwanda) ha stretti legami con l'esercito. Circa il 25% del coltan acquistato dalla Eagle Wings viene spedito in una fabbrica di raffinazione del Kazakistan, un altro 25% finisce in Cina, mentre un 15% finisce in Germania negli stabilimenti della H.C. Starck, una filiale della Bayer. Starck nega di aver comprato coltan proveniente dall'Africa centrale dopo l'agosto del 2001, ma la Commissione ha documenti che dimostrano il contrario.
Per questo Bayer è finita nella lista nera delle imprese che non rispettano il codice etico delle multinazionali, messo a punto dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse).
Nell'ambito dei diamanti l'esercito ruandese non ha un coinvolgimento diretto nella produzione, ma si è assicurato che tutto il commercio passi attraverso suoi uomini di fiducia che fanno dichiarazioni false sul reale traffico dei diamanti affinché le tasse pagate dai commercianti non finiscano nelle casse dello Stato ma nelle tasche dei militari.
Una gran quantità di diamanti è venduta all'estero attraverso circuiti criminali e per fare perdere le tracce, i proventi sono riciclati attraverso l'acquisto, sul mercato di Dubai, di zucchero, sapone, vestiti, medicine da rivendere in Congo.
Incredibile ma vero, su tali prodotti vengono applicati prezzi al ribasso e non per fare un piacere alla gente, ma per l'esatto contrario. Secondo il rapporto, ciò fa parte di un piano premeditato per danneggiare l'economia locale in modo da renderla dipendente dalle importazioni estere, nella certezza che il primo beneficiario sarà il Rwanda.
Come esempio di distruzione dell'attività economica locale si cita la Kisangani Sotexki, una fabbrica di abbigliamento che da quando deve competere con vestiti importati a prezzi stracciati da Dubai, ha ridotto il suo personale da 2 mila a 100 dipendenti.
In questo gioco ci ha rimesso perfino la potente multinazionale Unilever che ha dovuto chiudere il suo impianto per la produzione di olio di palma.
Questo sabotaggio strisciante dell'economia locale associato alle deportazioni di massa, ai furti a danno delle casse pubbliche stanno gettando la popolazione in uno stato di crescente povertà e ancora una volta sono i bambini a fornirci i dati più drammatici.
Nella zona attorno a Kivu la malnutrizione colpisce il 30% dei bambini sotto i cinque anni.
Il ruolo dell'Uganda La terza elite, quella controllata dall'esercito ugandese, si contraddistingue per il contrabbando e per l'estorsione che non ruota solo attorno al coltan e ai diamanti ma anche al legname e al bestiame. Ad esempio ai macellai è stato imposto di consegnare le pelli di tutti gli animali macellati per portarle a Kampala (capitale dell'Uganda) e venderle alla multinazionale di scarpe Bata. Varie società ugandesi trasportano oltre confine ogni genere di prodotti ottenuti con metodi di rapina. A fare il lavoro sporco spesso sono le milizie locali, ma dopo arriva l'esercito ugandese che al danno aggiunge la beffa. La Fao ha descritto vari casi in cui l'esercito ugandese ha offerto protezione contro furti orchestrati da lui stesso.
L'esercito ugandese sembra particolarmente bravo nel creare un clima di rivalità che spinge i vari gruppi etnici ad armarsi per resistere agli attacchi e a vendicare gli sgarbi. Ad esempio ha addestrato la milizia dell'etnia Hema al saccheggio, il che ha indotto ogni villaggio a dotarsi della propria squadra armata. Il proliferare delle milizie spiega in parte anche il fenomeno dei bambini soldato. Rimasti orfani e abbandonati, dall'infuriare della guerra, si arruolano nelle milizie per avere la possibilità di spadroneggiare e quindi procurarsi da vivere.
Ad esempio i bambini arruolati nell'Esercito patriota del Congo non sono pagati ma ricevono una divisa, un fucile e dei proiettili con i quali possono intimidire e ricattare il loro prossimo. Alla fine la violenza regna sovrana con bambini uccisi, adulti aggrediti, donne violentate, case distrutte e qualsiasi altra struttura demolita. Sullo sfondo lo spettro dell'Aids trasmesso dagli stupri.
No all'embargo, sì al boicottaggio La Commissione non si è limitata a condurre un'indagine conoscitiva, ma ha anche formulato delle proposte per far cessare questo stato di violenza organizzata. Mentre ha escluso l'ipotesi dell'embargo, che farebbe pagare un prezzo ingiusto ad una popolazione già stremata, il suo suggerimento principale è che bisogna colpire le imprese.
Per questo ha contattato tutti i Paesi che a vario titolo hanno un ruolo nella commercializzazioni dei prodotti provenienti dal Congo, chiedendo che adottino misure punitive nei confronti delle imprese che ricadono sotto la loro giurisdizione. Ma dei 38 Stati interpellati alcuni non hanno risposto affatto, mentre gli altri si sono trincerati dietro i cavilli legali e mille altre scuse.
Cronologia 1994 Più di un milione di profughi ruandesi scampati al genocidio si spostano verso il Congo (allora ancora Zaire).
1996 I ribelli tutsi, avversi al governo di Mobutu, occupano la regione del Kivu, nello Zaire orientale. La guerra è guidata dal Laurent Desiré Kabila, sostenuto dai governi di Rwanda a Uganda.
1997 I ribelli tutsi occupano la capitale Kinshasa. Il Paese viene ribattezzato Repubblica democrfatica del Congo (Rdc) e Kabila ne diventa il presidente.
1999 Rdc, Zimbabwe, Namibia, Angola, Rwanda and Uganda, i sei che "presidiano" il territorio congolese con i propri eserciti, firmano a Lusaka, in Zambia, un accordo per il cessate il fuoco.
2000 Le Nazioni Unite intervengono, inviando oltre 5.500 uomini per monitorare il rispetto degli accordi di pace, ma continuano gli scontri tra la forze di Rwanda e Uganda e tra i ribelli e il governo.
gennaio 2001 Kabila viene assassinato da una guardia del corpo. Il suo posto è preso dal figlio Joseph.
febbraio 2001 I governi di Rwanda, Uganda e i ribelli sottoscrivono il programma dell'Onu per il ritiro delle truppe dai territori controllati in Congo.
aprile-settemebre 2002 Vengono firmati tre diversi accordi di pace tra la Repubblica democratica del Congo e i governi di Uganda e Rwanda oltre che con i ribelli sostenuti dall'Uganda per il ritiro dei soldati.
dicembre 2002 Viene firmato un "accordo globale e inclusivo", che dovrebbe definire il nuovo volto territoriale e politico del Paese, con un unico governo che raggruppa le diverse forze coinvolte nel conflitto. La presidenza in particolare, resta a Joseph Kabila, assistito da quattro vice-presidenti che rappresentano il governo centrale, i due princiapli gruppi di ribelli e l'opposizione non armata.
Non è per sempre Ormai la conosciamo, il vero costo dei diamanti. Non si valuta in carati, ma con le armi che il commercio illecito di pietre preziose permette di acquistare. E con i morti e i feriti di guerre troppo spesso dimenticate, come quella nella Repubblica Democratica del Congo. Ma qualcosa si è mosso. Il processo di Kimberley (la lunga trattativa tra rappresentanti del mercato dei diamanti, dei governi e delle ong) si è concluso e il sistema di certificazione sulla provenienza delle pietre sembra ormai al via definitivo. Dal primo gennaio 2003, almeno in teoria, possono essere comprati e venduti solo diamanti il cui commercio sia stato monitorato e riconosciuto slegato al finanziamento di conflitti. I Paesi che non rispetteranno l'accordo potrebbero essere sospesi e le loro esportazioni di diamanti vietate. Un evento significativo per la campagna "Il vero costo dei diamanti", animata da Amnesty International e sostenuta in Italia dalla ong ManiTese, da Azione Aiuto, da Greenpeace, da Legambiente e dal Wwf (vedi Altreconomia numero 27).
Coltan, non solo cellulari Il sangue del Congo ce lo portiamo in tasca. Il coltan, uno dei minerali che alimenta il conflitto nel Paese africano, viene utilizzato per costruire apparecchiature elettroniche, tra cui i cellulari. E proprio grazie al boom della telefonia mobile il suo prezzo è andato alle stelle, aumentando del 600% in pochi anni. Il coltan è un minerale metallico formato da colombite e tantalite (da qui il nome) e si presenta come una polvere nera. Leggermente radioattivo, dal coltan di estrae il tantalio, metallo molto duro che sopporta carichi elettrici elevati. Per questo viene usato per la realizzazione di condensatori di piccole dimensioni che trovano impiego nei telefoni cellulari, nei computer e videogiochi ma viene usato anche nel settore aerospaziale e per la produzione di armi nucleari.
L'80% delle riserve di coltan mondiali si trova in Africa e la maggior parte di queste in Congo. Qui le miniere hanno provocato anche ingenti danni ambientali devastando, secondo il Wwf, un parco nazionale e una riserva naturale. Tra le popolazioni animali più colpite quelle di elefanti e gorilla. Nel resto del mondo viene estratto da miniere in Brasile, Canada, Australia.
Un codice etico per le multinazionali. Ma non è vincolante Diritti umani e dei lavoratori, ambiente, progresso sociale. Ecco i punti attorno a cui ruotano le "Linee guida per le imprese multinazionali" preparate dall'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e pubblicate per la prima volta nel 1976. Il documento non è vincolante a livello legale, ma i 28 Paesi che oggi lo sottoscrivono sono impegnati nel promuoverne il rispetto. Nel 2000 le "Linee guida" sono state rielaborate con cambiamenti significativi nei settori del lavoro e dell'ambiente e con l'aggiunta di nuovi capitoli sulla lotta alla corruzione e la protezione degli interessi dei consumatori.
Tra i capitoli più completi, quello sui rapporti industriali e l'impiego, che prevede tra l'altro il rispetto della libertà di associazione e della contrattazione collettiva e il rispetto di adeguati standard di impiego, in particolare per quanto riguarda la sicurezza sul posto di lavoro e la salute.
Bayer: 70 mila marchi Nei primi nove mesi Bayer ha venduto i suoi prodotti (medicinali, ma anche prodotti per l'industria chimica, l'agricoltura e la ricerca scientifica) per qualcosa come 22 miliardi di euro. Numerosi i marchi e i prodotti: sopra tutti in quanto a fama rimane l'Aspirina, anche se in testa alle vendite c'è il Cipro, l'antibiotico divenuto famoso per il caso antrace negli Stati Uniti. Altri farmaci conosciuti sono il Lasonil, il Flector o il Glucobay. Gli insetticidi "domestici" non fanno invece più parte del catalogo: Baygon e Autan sono stati infatti venduti alla Johnson Wax (che non modificherà però i marchi).
In Italia le altre società del gruppo sono Bayer Biologicals, Deltapur, Haarman & Reimer, Makroform, Pharbenia e PolymerLatex. I cinque stabilimenti si trovano a Filago, Nera Montoro, Siena, Garbagnate Milanese e Mussolente.
Nei suoi 140 anni di storia Bayer ha accumulato 180 mila brevetti, e circa 70 mila marchi di fabbrica.
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© Altreconomia http://www.altreconomia.it/
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lI Congo trasformato in un self-service minerario (2006) |
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Per la prima volta dal 1960, la Repubblica democratica del Congo (Rdc) ha indetto, per il 30 luglio, elezioni generali. La consultazione deve essere il segnale del ritorno alla pace, dopo una guerra - civile e regionale - che ha provocato 3 milioni di morti, dal 1997 al 2003. Dal risultato del voto dipende il rafforzamento di uno stato estenuato le cui risorse minerarie sono oggetto di un vero e proprio saccheggio internazionale. Ricchezze in grado anche di spiegare la volontà dell'Unione europea di dirigere una commissione di controllo delle elezioni.
COLETTE BRAECKMAN *
Magri, il volto imbiancato dalla polvere, i minatori cantano con voce possente: «Questa è la terra dei nostri avi, il suo rame è nostro». Uomini e bambini vocianti circondano le delegazioni che si succedono nel sito minerario di Ruashi, vicino a Lubumbashi, nella Repubblica democratica del Congo (Rdc). Mwambe Kataki, Remy Ilunga e Pierre Kalume, ex dipendenti della potente Gécamines (1) e oggi riciclati come minatori («scavatori») assicurano, a nome dei loro compagni, che non riusciranno a mandarli via. Sono intenzionati a sbarrare la strada alle grandi società che, dopo gli anni di guerra, ritornano nel Katanga (o Shaba) grazie alle privatizzazioni incoraggiate dal governo di Joseph Kabila. Agitazioni si verificano anche in Kivu, dove gli ex lavoratori di Kamituga minacciano la società canadese Banro di impedire la ripresa della produzione, e nell'Ituri, dove i disordini infiammano la miniera di Kilo-Moto. Il problema è che le grandi società assumeranno solo un piccolo numero di lavoratori qualificati, mentre le nuove condizioni d'investimento le svincolano da qualsiasi obbligo sociale. Quanto allo stato congolese, non ha sicuramente i mezzi per riconvertire i disoccupati. In attesa che la Ruashi Mining, una società sudafricana, si installi sul sito di Ruashi e lo circondi di guardie e filo spinato, la miniera a cielo aperto mostra il suo aspetto lunare, crivellata da fori di cratere. Armati solo di piccone, gli uomini scavano gallerie a misura di bambino; gli uni scavano, gli altri separano il minerale e lo metto nei sacchi. Un po' più lontano, i camion si preparano a raggiungere la frontiera con lo Zambia con il loro carico di materia grezza. Una parte del materiale eterogeneo, un minerale in cui si mescolano rame e cobalto, è trattata sul posto da piccole società che gestiscono forni artigianali. Dopo una prima raffinazione, il cobalto e il rame scenderanno, sempre su camion, verso il Sudafrica o verso il porto di Dar es-Salaam (Tanzania), dove li aspettano i cargo cinesi... Il sindaco di Lubumbashi, Floribert Kaseba dice che, al contrario di quanto avviene nella capitale, non si vedono mendicanti o bambini per strada. Tutti lavorano... Certo, ma in quali condizioni! La maggior parte dei sessantamila «scavatori» del Katanga non guadagna neppure un dollaro al giorno... E se i minatori si sono creati una mutua, l'Impresa mineraria artigianale del Katanga (Emak), è solo per pagarsi il funerale, visto che i crolli provocano molte vittime. Lo sfruttamento minerario rappresenta il 74% delle esportazioni della Rdc, ma garantisce un lavoro «in regola» solo a trentacinquemila persone, gli altri novecentocinquantamila lavoratori sono «in nero». Per capire gli attuali timori del minatori congolesi, bisogna ricordare che lo Zaire del maresciallo Joseph Mobutu aveva conservato strutture coloniali da cui le grandi società di stato, come la Gécamines o la Minière di Bakwanga (Miba) nel Kasaï, traevano la maggior parte della valuta del paese. Ma, nello Zaire postcoloniale, le grandi imprese avevano anche ereditato una tradizione paternalistica: erano obbligate a garantire ai lavoratori e alle loro famiglie sia la casa che l'accesso gratuito alle cure, agevolazioni che rafforzavano il sentimento di appartenenza all'impresa. La privatizzazione ha sconvolto tutto: le grandi imprese statali sono state smantellate e i loro successori vogliono fare tabula rasa del passato e dei suoi vincoli. La privatizzazione ha sconvolto tutto Quello che viene definito il «carnevale minerario» del Congo si è svolto in più tappe, e l'ultima non sarà forse la meno crudele. Negli anni '90, verso la fine del regno di Mobutu, il primo ministro Léon Kengo wa Dondo, già preoccupato di conformarsi alle prescrizioni della Banca mondiale, aveva cominciato a privatizzare, in particolare le imprese minerarie, per risollevare le casse dello stato e permettere il pagamento del debito. Nel maggio 1995, quando iniziò lo smantellamento di Gécamines e la privatizzazione delle altre società di stato, si fecero avanti alcune grandi compagnie: le canadesi Lundin, Banro, Mindev, la belga-canadese Barrick Gold, l'australiana Anvil Mining, le sudafricane Genscor e Iscor. Tuttavia, vista l'instabilità del paese, le più importanti si tirarono indietro; non appena, nel 1996, scoppiò la guerra - il che comportò, sette mesi più tardi, la caduta del regime di Mobutu - , gli «junior» occuparono allora il territorio trattando direttamente con i movimenti ribelli, e riservandosi la possibilità di rivendere ad altri i titoli. È così che Laurent-Désiré Kabila, in cambio di accordi sui tre siti della Gécamines, sui giacimenti minerari di Mongbwalu (2) nel distretto dell'Ituri e sui cartelli di diamanti di Kisangani, ha ottenuto dall'American Mineral Fields, dalla società australiana Russel Ressources e dalla Ridgepointe Overseas dello Zimbabwe, i mezzi per finanziare la sua guerra e poi rilanciare l'apparato politico-amministrativo. L'euforia non è durata a lungo: all'indomani dell'arrivo al potere, nel maggio 1997, Kabila non si è accontentato di prendere le distanze dai suoi alleati ugandesi e ruandesi, ma ha deciso di rimettere in discussione i contratti minerari, sperando che, come in passato, i nuovi venuti accettassero gli obblighi sociali nei confronti dei lavoratori. Questo comportamento, giudicato ingrato e radicale, nonché valutazioni relative alla sicurezza, saranno all'origine della «seconda guerra», che inizia nel 1998. Con l'approvazione degli occidentali, il Ruanda e l'Uganda cercano di cacciare il loro ex alleato, ma si scontrano, oltre che con la resistenza della popolazione, soprattutto con gli eserciti dell'Angola e dello Zimbabwe accorsi in difesa di Kabila. Il territorio congolese si ritrova così diviso in quattro zone autonome, amministrate da un governo centrale e da tre gruppi ribelli, i più importanti dei quali sono l'Rcd-Goma (Unione congolese per la democrazia, sostenuto dal Ruanda) e il Movimento per la liberazione del Congo (Mlc), appoggiato dall'esercito ugandese. Dato che il governo centrale e i ribelli devono finanziare operazioni militari e pagare gli interventi dei paesi alleati, le quattro regioni, ormai separate, si sono trasformate in un «self-service» in cui s'incrociano reti mafiose di ogni tipo che sfruttano l'oro, il rame, la colombo-tantalite (il famoso coltan, con cui si costruiscono i cellulari), il legno e i diamanti (3). Questi predatori pagano tributi ai signori della guerra, che detengono il potere reale e, se necessario, li approvvigionano di armi. Scandalo umanitario (tre milioni e mezzo di vittime civili) e politico (4), questo dramma, che all'inizio non ha suscitato grande interesse, è anche uno spreco economico. Infatti, dall'inizio degli anni 2000, mentre la domanda di coltan cominciava a diminuire e la corsa del diamante si imponeva poco a poco, ha cominciato a crescere la domanda mondiale di rame, cobalto e uranio, i cui prezzi sono dopati dalla crescita cinese e dalle richieste dell'India. Ma lo sfruttamento di questi minerali esige investimenti costosi e a lungo termine, il che presuppone una situazione politica relativamente stabile. In breve, il tempo dei pirati è finito e, da parte sua, l'industria mineraria sudafricana (in cui sono presenti molti nuovi capitalisti neri) considera l'Africa centrale, e in particolare la cintura del rame del Katanga, una propria zona di espansione naturale. Con l'accentuarsi delle pressioni internazionali sui belligeranti congolesi e i loro rispettivi alleati, alla fine questi accetteranno di incontrarsi nella città sudafricana di Sun City e firmeranno, nel 2003, accordi che prevedono l'allontanamento degli eserciti stranieri, la riunificazione del paese e un periodo di transizione di due anni, poi prolungato a tre anni e che è terminato il 30 giugno 2006. La «comunità internazionale» (cioè i grandi paesi occidentali più il Sudafrica), molto presente, vuole soprattutto legittimare e stabilizzare il potere del paese per permettere il rilancio dell'economia e la ricostruzione. Per la popolazione congolese, che si vede proporre le prime elezioni realmente libere da quarantasei anni, si tratta, finalmente, di uscire da un sistema di cooptazione delle élite... Clausole leonine imposte dalle imprese Mentre le elezioni legislative e il primo turno delle elezioni presidenziali sono annunciati per la metà dell'estate 2006, si comincia a fare un bilancio della transizione. Molti rapporti presentati da varie associazioni internazionali mostrano fino a che punto è arrivato il saccheggio delle risorse dopo la fine ufficiale delle ostilità, nel 2003 (5). Questa constatazione, oggettivamente pertinente, trascura un dato di fatto: nonostante le affermazioni di principio, gli accordi di Sun City non avevano come scopo prioritario la democratizzazione della gestione delle risorse, ma la fine della guerra, l'allontanamento delle truppe straniere dal territorio e la sostituzione dei circuiti mafiosi operanti a breve termine con operatori economici più stabili, ma non necessariamente meno avidi. Poiché la logica politica non coincide con la morale, gli accordi di Sun Ciy hanno dato più spazio ai signori della guerra che non alla «società civile» e all'ex classe politica. È stato adottato lo slogan «uno più quattro», odiato dalla popolazione che vi ha letto un premio all'impunità: il presidente Joseph Kabila, succeduto al padre assassinato nel gennaio 2001, ha accettato di condividere il potere con quattro vicepresidenti in rappresentanza delle fazioni ribelli, dell'opposizione politica e della «società civile». E così si è visto uno dei vicepresidenti, Jean-Pierre Bemba, ex uomo d'affari accusato dagli esperti delle Nazioni unite di aver saccheggiato banche e raccolti di caffè in Ecuador, diventare presidente della commissione «economia e finanze», mentre a un altro, Azarias Ruberwa, ex ribelle le cui truppe, alleate all'esercito ruandese, avevano compiuto massacri su vasta scala nell'est del paese, è stato affidato il settore «difesa e sicurezza»... La rapidità con cui il paese si è riunificato dimostra fino a che punto la guerra fosse incentivata dall'esterno, e quanto invece sia sentito il senso di appartenenza nazionale. Tuttavia, il successo potrebbe essere solo di facciata. Tutti i contendenti, infatti, hanno mantenuto in riserva le proprie forze migliori, mentre le truppe del nuovo esercito nazionale, pagate poco o male perché i soldi vengono sottratti, vivono spesso a spese della popolazione. Per contenere eventuali eccessi, le Nazioni unite hanno chiesto, e poi autorizzato, una forza europea di rinforzo composta da duemila uomini (si legga l'articolo di Raf Custers), per coadiuvare i diciasettemilacinquecento caschi blu già presenti. Una volta avvenuta la riunificazione, il compito di garantire un minimo di sicurezza fisica e giuridica agli investitori nel settore minerario spetta al novello stato. Ma lo stato, reduce da una guerra e minato dalle contraddizioni, è anche fortemente indebolito: nella fase di transizione non è stato in grado di rifiutare le clausole leonine imposte dalle imprese. La svendita delle risorse naturali non è dunque finita con la fine della guerra; ha solo cambiato natura. I membri del parlamento nazionale, non eletti, sono stati incaricati di redigere due codici, uno per le miniere e uno per le foreste, la cui impostazione estremamente liberista, dettata dalla Banca mondiale, apre le porte agli interessi privati mentre, contemporaneamente, riduce al minimo i loro obblighi. È così, ad esempio, che la Banca mondiale ha pilotato la ristrutturazione della Gécamines. Prima che l'impresa fosse «venduta come fossero appartamenti», diecimilacinquecento lavoratori sono stati licenziati e hanno ricevuto delle indennità variabili tra a 1.900 e i 30.000 dollari. Ma queste somme sono servite a pagare debiti o spese correnti. I lavoratori, ormai privi di qualsiasi protezione sociale, lavorano nel settore informale, dove però le imprese tendono a sostituirli con le macchine e ad assumere solo un minimo indispensabile di lavoratori qualificati. Il Congo ha concesso importanti esenzioni fiscali, valide per un periodo che va dai quindici ai trent'anni, a molte società miste. La maggior parte di loro, nel 2004, non ha pagato che 0,4 milioni di dollari d'imposte... Nel settore dei diamanti, la situazione non è migliore: la Miba è stata spogliata del 45% del suo attivo a profitto della Sengamines, una società mista congo-zimbabwiana... Inoltre, se l'approvazione della nuova Costituzione, avvenuta nel dicembre 2005 con il consenso dell'85% degli elettori, è una vittoria storica in un paese privo di strade e di mezzi di comunicazione, rappresenta però anche un successo per coloro che vogliono limitare le prerogative dello stato: fraziona il paese in ventisei province e divide le risorse in ragione del 60% per le autorità di Kinshasa e del 40% per le autorità provinciali. Mira a decentrare le risorse, ma l'autonomia concessa ai governi provinciali rischia anche di aumentare la corruzione a livello locale. Il nuovo potere, benché legittimato e rafforzato, avrà il coraggio di affrancarsi dai personaggi più ambigui al suo interno e dai consigli assai poco disinteressati della «comunità internazionale»? Avrà l'audacia di rimettere in discussione gli accordi minerari? note: * Giornalista, Le Soir, Bruxelles.
(1) Si legga François Misser e Olivier Vallée, «Le miniere africane al centro della lotta politica», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1998.
(2) Si legga Stefano Liberti, «Traffici d'oro tra Congo e Uganda», Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 2005. (3) Rapporto di un gruppo di esperti dell'Organizzazione delle Nazioni unite sullo sfruttamento illegale delle risorse naturali e di altre forme di ricchezze della Repubblica democratica del Congo, n° S2003/1027 del 23 ottobre 2003.
(4) Si legga: Comitato dei diritti dell'uomo delle Nazioni unite, «Observations sur la situation en République démocratique du Congo (Rdc)», 27 marzo 2006. www.fidh.org/article.php3? id_article=3230.
(5) Si legga, ad esempio, il rapporto «L'Etat contre le peuple. La gouvernance, l'exploitation minière et le régime transitoire en République démocratique du Congo », Istituto olandese per l'Africa australe (Niza), Amsterdam, 2006, www.niza.nl (Traduzione di G. P.)
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Rapporto sulla RDC. ICE 1° semestre 2006 |
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Rapport sur le pillage de la RDC |
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Analisi del Nord Kivu (2005) |
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