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Da qualunque parte si guardi al conflitto che insanguina da circa vent’anni la Regione dei Grandi laghi dell’Africa centrale, al centro si pone il genocidio del 1994 in Rwanda. Tale evento ha molte connessioni con la storia recente degli altri paesi che costituiscono il cuore di questa Regione: Repubblica democratica del Congo (RdC), Burundi e Uganda.
Nella Repubblica democratica del Congo, in particolare nelle sue due province dell’est, il Nord Kivu e il Sud Kivu, nei giorni del genocidio si sono riversati oltre un milione di profughi in fuga dal Rwanda. Ma già prima di quel terribile evento, a partire dal 1990, la guerra civile che scuoteva il Rwanda aveva avuto contraccolpi in quelle due province congolesi, le quali sono abitate sia da hutu (in misura maggiore) sia da tutsi, cioè dalle due etnie protagoniste della tragedia ruandese, e nelle quali da decenni risiedevano molti immigrati ruandesi. La presenza nei due Kivu dei rifugiati hutu ruandesi, e tra essi di molti responsabili del genocidio, ha dato motivo (ma anche pretesto) al nuovo governo del Rwanda, uscito dal bagno di sangue della primavera del ’94 e strettamente nelle mani della minoranza tutsi, di invadere ripetutamente le due province congolesi nel corso di due guerre e di tenervi stabilmente un certo numero di propri militari, sostenendo in loco formazioni politiche e milizie “amiche” grazie alle quali esercitare lo sfruttamento delle grandi risorse minerarie locali e condizionare la vita politica della Repubblica democratica del Congo.
Quanto al Burundi, si tratta di un paese piccolo e a forte densità demografica come il Rwanda, e con la medesima composizione etnica: 85% di hutu, 14% di tutsi, 1% di twa. Inoltre, in epoca coloniale, il Burundi è stato insieme al Rwanda sotto la dominazione prima tedesca e poi belga. Con l’indipendenza, però, a differenza del Rwanda, il potere politico fu conquistato da forze politiche a maggioranza tutsi; e furono gli hutu a subire, a più riprese, persecuzioni etniche e il massacro delle proprie classi dirigenti. In particolare, nel 1993, in seguito al processo di democratizzazione che aveva portato alla presidenza un hutu, Melchior Ndadaye, si ebbe una violentissima reazione dell’esercito, costituito quasi per intero da tutsi, che portò all’assassinio del presidente e ad un ennesimo massacro degli hutu, i quali a migliaia si riversarono nel vicino Rwanda. Questo fu percepito come un drammatico segnale di allarme da parte del regime hutu al potere a Kigali, dove era in corso un analogo processo di democratizzazione, ma di segno inverso: lì era il presidente hutu Habyarimana che stava aprendo al multipartitismo e al dialogo con i ribelli del Fronte patriottico ruandese di Paul Kagame (espressione principalmente dei tutsi in esilio). Gli avvenimenti burundesi del ’93 resero la componente estremista hutu, in Rwanda, ancora più diffidente e aggressiva. Questo per dire come i due paesi abbiano avuto una forte influenza reciproca. Senza dimenticare che nell’aereo che fu colpito da un missile sul cielo di Kigali il 6 aprile del ’94 - data che diede inizio al genocidio ruandese – insieme al presidente hutu Habyarimana c’era anche il presidente burundese, ancora un hutu, che era succeduto da pochi mesi a Ndadaye. In seguito, dalla metà degli anni ’90 e fino al 2005, il Burundi, dominato da forze politiche che sono tornate ad essere espressione della minoranza tutsi, è stato un alleato del Rwanda del post genocidio e ha partecipato anch’esso alle due guerre nella RdC.
Infine, l’Uganda. Rispetto agli tre paesi, l’Uganda ha avuto una diversa storia coloniale (è stato infatti un protettorato inglese) ed anche una composizione etnica dissimile. Ma è in Uganda che un gran numero di tutsi ruandesi sono andati in esilio quando, negli anni dell’ottenuta indipendenza del Rwanda (1959-62), il potere è stato preso dal “Partito dell’emancipazione del popolo hutu”, espressione dell’etnia di maggioranza nel paese. Il nuovo governo aveva, infatti, impostato una politica ostile nei confronti dei tutsi, che in epoca coloniale avevano avuto tutti i posti di potere, sorretti in questo dai Belgi. Ed è in Uganda che i tutsi esiliati (insieme ad alcuni hutu all’opposizione) hanno dato vita al Fronte patriottico ruandese. Ed è con l’aiuto anche militare dell’Uganda del presidente Museveni che il Fronte, guidato da Paul Kagame (che era stato in precedenza a capo dei Servizi segreti dell’esercito ugandese), ha innescato a partire dal 1990 la guerra civile nel Rwanda e l’ha condotta fino alla conquista del potere, nella primavera tragica del 1994, l’anno del genocidio. Ai molti massacri di hutu e tutsi provocati dalla guerra civile negli anni precedenti, si aggiunsero, in soli tre mesi, le circa 800.000 persone (in grande maggioranza tutsi) sterminate dagli estremisti hutu. L’Uganda è poi rimasto sino ad oggi (con una breve parentesi nel ‘98) un alleato molto stretto del Rwanda, non solo partecipando alle due guerre nella RdC ma anche condividendo l’obiettivo ruandese di egemonia sull’est del Congo e armando a questo fine proprie milizie in territorio congolese.
Il filo conduttore del genocidio ruandese (o, per meglio dire, della guerra civile ruandese iniziata nel 1990, culminata nell’ecatombe del ‘94, e, in realtà, ancora non conclusa) si è dipanato, dunque, negli anni successivi unendo in larga parte le sorti dei paesi della Regione dei Grandi Laghi.
Le due guerre nella Regione dei Grandi laghi (1996-97, 1998-2003)
Per il Rwanda di Paul Kagame costituiva certamente una spina nel fianco la presenza al di là della frontiera, nel Kivu congolese, di alcune migliaia di interhamwe, gli estremisti hutu che avevano partecipato al genocidio, mischiati alle centinaia di migliaia di hutu ruandesi fuggiti dal paese per scampare alla reazione del Fronte patriottico. C’era poi un’altra ragione dell’interferenza: ruandese nell’est del Congo: difendere da quegli stessi interhamwe la minoranza tutsi, sia quella originaria del Kivu sia quella immigrata nei decenni precedenti dal Rwanda per trovare migliori condizioni di vita e di lavoro. Ma l’attenzione speciale riservata dal Rwanda al Congo (attenzione condivisa anche dall’Uganda) ha ben presto dimostrato di avere altre motivazioni: in sostanza poter disporre, in un modo o nell’altro, di quella regione congolese di confine, ricca di terre da pascolo, di legname e di minerali preziosi, che già aveva aperto le porte da decenni all’immigrazione ruandese e che il grande ma debole stato congolese, con la capitale Kinshasa a duemila chilometri di distanza, governava malamente.
Nel 1996, il Rwanda sostiene la nascita, nel Sud Kivu, di un movimento politico-militare, l’Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Congo (Afdl), con lo scopo di reprimere gli interhamwe rifugiati nell’est del Congo e farsi spazio in quel territorio. Attraverso il nuovo movimento politico, il Rwanda sfrutta le istanze di ribellione nei confronti del governo centrale che serpeggiavano nell’Est del paese in seno alla minoranza tutsi immigrata negli ‘30 (i cosiddetti banyamulenge, molti dei quali negli anni precedenti avevano lasciato nel Kivu la famiglia per andare a combattere insieme al Fronte patriottico ruandese in Rwanda). Soprattutto, il Rwanda, tramite l’Alleanza delle Forze Democratiche e la ribellione dei banyamulenge, trova modo di sostenere l’ambizione mai sopita di un anziano leader congolese, Laurent Desireé Kabila, di mettere fine alla dittatura di Mobutu, che durava da trent’anni. Gli eserciti ruandese, ugandese e burundese, entreranno, dunque, in territorio congolese e consentiranno a Kabila, in soli sette mesi, di attraversare l’intero paese (grande otto volte l’Italia) e di conquistare Kinshasa, nel ’97, cacciando via Mobutu e autoproclamandosi presidente. Nel corso di questa prima campagna militare in terra congolese l’esercito ruandese commetterà efferati crimini di guerra, in particolare gli eccidi all’interno dei campi profughi degli hutu ruandesi.
Nel 1998, di fronte al voltafaccia del neo-presidente congolese Laurent Kabila, che aveva preso le distanze dai suoi alleati non consentendo loro di condividere con lui il potere né di avere mano libera nel Kivu, la situazione si complica ulteriormente. Rwanda, Uganda e Burundi, sempre con l’intento di continuare a sfruttare le imponenti risorse minerarie del Kivu (non solo oro e diamanti, ma anche la cassiterite e il coltan, preziosi per le più recenti strumentazioni elettroniche) e, più ancora, di spingere l’est del Congo ad ottenere una sorta di autonomia dal governo centrale, non ritireranno le proprie truppe e daranno vita a un nuovo movimento politico-militare, il Raggruppamento Congolese per la Democrazia”, Rcd, che prenderà il posto della precedente Alleanza delle Forze Democratiche, ormai dissolta. La nuova formazione politica si fa ancora una volta portavoce, strumentalizzandole, delle istanze della minoranza tutsi del Kivu. Si giunge, così, ad un nuovo conflitto armato, che avrà varie fasi e che vedrà, per un periodo, il Rcd dividersi tra un’ala ruandese una congolese, in lotta tra loro per il controllo delle zone diamantifere.
La nuova guerra dell’est, sarà lunga e devastante per la popolazione civile congolese. Solo l’intervento dell’Angola, dello Zimbabwe e della Namibia, a fianco di Kabila, e le pressioni internazionali impediranno la capitolazione del debole governo di Kinshasa. Laurent Kabila nel 2001 verrà assassinato. Gli succederà il figlio Joseph, assai meno capace di fronteggiare gli avversari. Prima la missione di 3.000 caschi blu delle Nazioni Unite, poi un’operazione militare francese di peace keeping e infine lunghi negoziati con la mediazione in particolare del governo sudafricano porteranno infine, nel 2003, al ritiro degli eserciti ruandese e ugandese dall’est del Congo.
La pace apparente (2003-2008)
Gli anni successivi, se da una parte segnano alcuni passaggi importanti per il consolidamento delle istituzioni della Repubblica democratica del Congo (creazione di un governo di unità nazionale nel 2003, varo di una nuova Costituzione nel 2005 approvata con referendum popolare, e infine le prime elezioni democratiche, vinte da Joseph Kabila con il 53% dei voti nel 2006), restano però anni di destabilizzazione, di violenze, di soprusi, di saccheggi, di stupri, per la popolazione del Nord e del Sud Kivu. L’est del Congo è rimasto in balia delle milizie locali, sempre legate al Rwanda e all’Uganda. Ed è rimasto così anche negli anni successivi. E continua ad esserlo ancora oggi, nonostante le importanti novità che, come vedremo, hanno contrassegnato lo scenario politico della Regione dei Grandi Laghi nel primo semestre del 2009.
Dopo la fine della guerra (1998-2003, la seconda nel Congo, considerata una sorta di “prima guerra mondiale africana”), la nuova creatura politico-militare a cui è stato assegnato, dal Rwanda, il compito di fare in loco i propri interessi, e in sostanza di tenere aperto il conflitto nel Kivu, è il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (Cndp), guidato da un ex generale congolese tutsi, Laurent Nkunda. Costui si era formato in seno all’esercito ruandese ed era poi stato membro del precedente movimento di infiltrazione ruandese, il Raggruppamento Congolese per la Democrazia. Era tristemente famoso nella zona per i crimini di guerra compiuti nel ‘96.
Ancora una volta la giustificazione dell’appoggio ad una milizia in territorio congolese (appoggio comunque sempre assolutamente minimizzato dal Rwanda o persino negato) era stata la necessità di combattere i rifugiati hutu ruandesi del ’94, che nel frattempo avevano dato vita alle Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda, le Fdrl, un movimento politico e militare che poneva come condizione del ritorno in Rwanda l’apertura di un dialogo politico a Kigali. Le Fdlr, secondo il governo ruandese, costituivano un pericolo sia per le istituzioni ruandesi, contestate dai rifugiati hutu, sia per la vita dei tutsi residenti nel Kivu, che avrebbero potuto subire gli attacchi di quella milizia. Secondo Kigali, il governo di Kinshasa non era però in grado di neutralizzare le Fdlr, per via della debolezza del suo esercito; oppure non voleva farlo, per una nascosta simpatia per i rifugiati hutu e per la causa delle Fdlr. E, dunque, lo dovevano fare altri. Questa volta il Cndp di Laurent Nkunda.
E’ in particolare nell’autunno del 2008 che le vicende del Kivu sono state al centro di una qualche attenzione dell’opinione pubblica internazionale.
Il terribile autunno del 2008: l’iniziativa finale di Laurent Nkunda
Lo scenario che si presentava era, infatti, di nuovo particolarmente tragico. A partire dalla fine di agosto c’era stata una ripresa in forze dei combattimenti da parte delle milizie del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) di Laurent Nkunda. Il Cndp disponeva di una porzione di territorio congolese (il Masisi e il Rutshuru), nel Nord Kivu, su cui aveva pieno comando. Aveva instaurato dogana, posti di blocco, persino la sua bandiera. Aveva creato una sorta di provincia autonoma, nella quale considerevoli guadagni gli venivano dal commercio illegale delle risorse minerarie della zona.
Le milizie di Nkunda non combattono soltanto contro le Forze democratiche di liberazione del Rwanda (Fdlr), per altro tra loro divise, ma soprattutto contro le Forze armate della Repubblica congolese (le Fardc). A catena, poi, gli scontri avvengono anche contro una serie di gruppi armati locali, che in parte difendono la popolazione in funzione anti-Cndp e suppliscono alla inconsistenza dell’esercito nazionale congolese e in parte agiscono nell’interesse di uomini politici congolesi che sfruttano l’assenza di autorità dello stato centrale e fanno guadagni con le miniere. Tra i gruppi più significativi vi sono le milizie dei Mai Mai e i Patrioti Resistenti Congolesi (Pareco). Tutti questi gruppi, in modo non dissimile dal Cndp di Nkunda, hanno il controllo delle loro zone di insediamento, sfruttano una o l’altra miniera, o il legname delle foreste, mettono imposte sulle strade che controllano e impongono tasse alle popolazioni locali. Le stesse Forze armate, un po’ perché non pagate un po’ perché corrotte, prendono possesso abusivamente di zone minerarie e sfruttano il lavoro della gente del posto.
«Tutte le principali parti belligeranti – si legge in un rapporto dell’organizzazione internazionale Global Witness uscito nel luglio del 2009 con dati riferiti al 2008 (“Face à un fusil, que peut-on faire?”. La guerre et la militarisation du secteur minier dans l’est du Congo) – sono fortemente implicate nel commercio dei minerali nel Nord e nel Sud Kivu. Questa pratica non si limita ai gruppi ribelli. Militari dell’armata nazionale congolese così come alcuni loro comandanti partecipano anch’essi assiduamente all’attività mineraria di queste due province (…) Ricorrono al lavoro forzato, commettono atti di estorsione sistematica e impongono ‘tasse’ illegali alla popolazione civile”.
In mezzo ai gruppi in lotta, con circa 6.000 dei 17.000 uomini di stanza nell’insieme della Repubblica democratica del Congo, c’è la Missione dell’Onu per il Congo (Monuc), che però non riesce a proteggere la popolazione locale, la quale, nel corso degli scontri, subisce razzie, rappresaglie, incendi della case, sequestri di persona, stupri, ora da parte di una milizia ora da parte di un’altra, compreso lo stesso esercito nazionale congolese. E’ un fatto che la Monuc è presente nell’est del Congo da molti anni, ma le violenze sulla popolazione sono sempre continuate, al punto che l’opinione della gente nei confronti della Missione è, per lo più, pessima.
L’iniziativa militare di Nkunda era stata in aperta violazione degli Accordi di Goma, il capoluogo del Nord Kivu, sottoscritti dal Cndp e da tutti gli altri gruppi armati nel gennaio 2008 (il cosiddetto Programma Amani), che prevedevano il cessate il fuoco e il disarmo progressivo di tutti i 22 gruppi militari presenti nei due Kivu e nel territorio dell’Ituri (più a nord, nella Provincia Orientale). Inoltre, considerato l’evidente appoggio ricevuto dal Rwanda, l’iniziativa di Nkunda implicava anche la violazione del patto sottoscritto a Nairobi nel novembre 2007 dai ministri degli esteri ruandese e congolese, che prevedeva, da parte ruandese, la fine del sostegno al Cndp, così come, da parte congolese, lo smantellamento delle milizie delle Forze democratiche di liberazione del Rwanda.
Inoltre, la riapertura del conflitto armato veniva dopo uno stillicidio durato troppo a lungo. Si temeva una catastrofe umanitaria. La popolazione del Kivu era allo stremo. E di nuovo si assisteva a gente costretta a scappare dalle proprie case, dai propri villaggi, a vagare senza cibo, senza acqua, in una fuga continua. Profughi sulla propria terra. Di nuovo le Ong internazionali denunciavano l’intensificazione dell’arruolamento forzato di minori e la recrudescenza degli stupri delle donne. Era l’incubo di una terza guerra nel Congo, dopo i già 4 milioni di morti e il milione e 600.000 sfollati.
Questa volta, dunque, c’era stata una forte reazione sia delle forze vive della società congolese sia della comunità internazionale. Tanto più che Laurent Nkunda, questa volta, sembra puntare a mettere in discussione il governo centrale di Kinshasa. Egli denuncia l’incapacità del presidente congolese, Kabila, di difendere il suo popolo; lo accusa di allearsi con le “forze negative” presenti ai confini orientali del paese (i rifugiati hutu ruandesi delle Fdlr nel Kivu, ma anche l’Esercito di Liberazione del Signore, LRA, ai confini con l’Uganda e il Sud Sudan, e persino il “Partito per la liberazione del popolo hutu”, burundese, che talora sconfina nel Sud Kivu nella sua lotta contro il governo di Bujumbura). Critica Kabila per la sua deriva autocratica e per il tradimento delle attese popolari di miglioramento delle condizioni sociali del paese. Lo critica anche su un tema delicatissimo: la firma di cospicui contratti di cooperazione economica con la Cina; e in questo qualcuno osserva che Nkunda sta assumendo una posizione voluta dai paesi occidentali. Insomma, il leader del Cndp punta a scalzare il potere legittimo della Repubblica democratica congolese e fa appello alla popolazione perché si unisca a lui in una nuova lotta di liberazione nazionale.
Ma il Rwanda lo seguirà in questo cambiamento di strategia? O, meglio, quella di Nkunda è in realtà la strategia stessa di Kagame? L’obiettivo ruandese è il rovesciamento di Kabila? Per alcuni giorni sembra di sì. L’Onu dispone di informazioni che rivelano la presenza di 400 soldati ruandesi a fianco dei ribelli di Laurent Nkunda. Eppure, questa volta le cose sembrano andare diversamente.
Le reazioni della Comunità internazionale. Due pesi e due misure
Per ricomporre la crisi e far cessare i combattimenti intervengono i rappresentanti delle Nazioni Unite, dell’Unione africana, dell’Unione europea, e di tutte le grandi potenze occidentali, in particolare Inghilterra, Francia, Belgio e Stati Uniti. Gli alleati storici del Rwanda, Gran Bretagna e Stati Uniti, sembrano prendere le distanze da Nkunda, e dunque dall’appoggio che il leader riceve dal Rwanda.
Il rappresentante speciale dell’Onu nella RdC, Alan Doss, già ai primi di ottobre, afferma che le intenzioni di Nkunda appaiono come “un tentativo di invertire i risultati delle elezioni democratiche e ciò sarebbe inaccettabile per le Nazioni Unite e per la Monuc”. Intanto, il 29 ottobre le truppe di Nkunda, arrivate alle porte del capoluogo del Nord Kivu, Goma, si fermano, non entrano in città, nonostante che le Forze armate congolesi si fossero ritirate sgombrandola (e poi, rimasto fuori Nkunda, torneranno per saccheggiarla!). Nkunda dichiara il cessate il fuoco. Chiede di trattare direttamente con Kabila. Alcuni deputati locali e alcuni ufficiali dell’esercito congolese lo appoggiano.
E’ un susseguirsi di incontri nelle due capitali, Kinshasa e Kigali. Alcuni paesi, Francia e Belgio, si dicono favorevoli all’invio di truppe dell’Unione europea pur di spegnere il conflitto. Gran Bretagna, Stati Uniti e il commissario della UE per gli aiuti comunitari, Louis Michel, puntano invece a favorire un incontro tra Kabila e Kagame che, questa volta, costringa davvero i due presidenti a mettere in pratica l’accordo già siglato il 9 novembre 2007 a Nairobi: cessazione definitiva del sostegno ruandese al Cndp (dunque fine dell’ingerenza militare ruandese in Congo) e, d’altro canto, azione militare decisa dell’esercito congolese per disarmare le Forze democratiche di Liberazione del Rwanda (Fdlr), arrestando gli ex-genocidari e rimandando in patria le molte migliaia di rifugiati hutu tra i quali i “genocidari” si nascondono.
Se questa è la posizione di gran lunga prevalente nella comunità internazionale, essa non è però ben vista dalla popolazione del Kivu, che accusa di usare, come già in passato, il criterio dei “due pesi e due misure”: si combattono militarmente le Fdlr, mentre con il Cndp si conduce una trattativa politica (destinata a concludersi con un premio: l’integrazione dei militari nell’esercito nazionale e dei quadri politici nel parlamento e nelle istituzioni locali). Ma, se non altro, i toni usati dalla vice-segretaria di Stato americana, Jeandayi Frazer, sono netti. E’ lei che il 29, da Nairobi, intima a Nkunda di non entrare con le armi a Goma. E’ lei che sostiene che non è compito del Cndp di difendere la popolazione tutsi congolese (“Questo pretesto per continuare ad attaccare dei civili innocenti e costringerli alla fuga non è accettabile”). E’ lei che afferma che, se non ci sono prove certe del sostegno attuale del Rwanda al Cndp, è però provato che questo sostegno c’è stato in passato.
Emergono le responsabilità del Rwanda nel dramma dell’Est del Congo
Le prove della responsabilità del Rwanda nelle mosse del Cndp emergono, in modo più eclatante del solito, da una serie di rapporti di fonte autorevole che arrivano sui tavoli della diplomazia internazionale proprio in quei giorni. I documenti in questione danno conto in modo esauriente del peso che le ricchezze minerarie dell’est del Congo hanno sin qui avuto nel conflitto e del ruolo che il Rwanda ha avuto nel sostenere le ribellioni interne al Kivu per avvantaggiarsi del commercio illegale di quelle ricchezze. Documentano anche l’analogo ruolo che hanno avuto le milizie dei rifugiati hutu ruandesi (le Fdlr) e altri gruppi armati nell’opprimere le popolazioni locali e sfruttare anch’esse il sottosuolo congolese, con la complicità di ampia parte dell’esercito nazionale congolese. Non solo, emergono anche i nomi delle compagnie minerarie multinazionali che foraggiano i gruppi armati per trarre vantaggi dal commercio dei minerali o che, comunque, fanno un commercio illegale non pagando le tasse alla Repubblica democratica del Congo.
In verità, era già stato reso pubblico, nel 2002, il rapporto di un Gruppo di esperti delle Nazioni Unite, su questi temi; ma aveva avuto scarso seguito. Ma ora è diverso. Prima è Global Witness a scrivere in un suo rapporto, il 1° novembre 2008, che la quasi totalità dei principali gruppi armati implicati nel conflitto, come pure gran parte dei soldati dell’esercito nazionale congolese, si dedicano da anni al commercio illegale dei minerali del Kivu, soprattutto cassiterite (minerale di stagno), oro e coltan. “Con l’istituzionalizzione della frode alle frontiere con il Rwanda – scrive l’organizzazione britannica -, importanti quantità di cassiterite e di coltan escono dalla RdC senza essere registrate né tassate”. “Finchè ci saranno degli acquirenti pronti a partecipare a questo commercio illegale delle risorse minerarie, direttamente o indirettamente, in collaborazione con dei gruppi responsabili di gravi attentati ai diritti dell’uomo, questi gruppi – commenta Patrick Alley, direttore di Global Witness – non avranno nessuna ragione di depositare le loro armi”. Poi è Human Right Watch, altra autorevole organizzazione statunitense di difesa dei diritti umani, a far presente che “il Rwanda ha potuto importare una quantità importante di cassiterite durante i cinque ultimi anni, ossia circa 500 tonnellate per anno nel periodo 2000-2002, 1.400 tonnellate nel 2003 e altrettante nel 2004”.
In seguito, il 12 dicembre, un nuovo, probabilmente decisivo, rapporto, elaborato da un Gruppo di esperti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, offre abbondante materiale investigativo sia sullo sfruttamento illegale delle risorse naturali da parte delle milizie attive nel Kivu sia sul concreto sostegno dato dal Rwanda al Cndp di Laurent Nkunda e dall’esercito congolese alle Fdrl. Nel rapporto si legge che, ad esempio, alcune rilevazioni telefoniche pervenute agli esperti dell’Onu indicano che i ribelli del Cndp “comunicano regolarmente con l’alto comando dell’esercito ruandese e con la presidenza ruandese” e che ci sono “frequenti contatti fra ufficiali superiori delle Fardc e la gerarchia delle Fdrl”. Il Rapporto poi fa i nomi delle società minerarie che, via Rwanda o Uganda, sfruttano le risorse minerarie del Kivu, non pagando tasse e dando tangenti alle milizie: si tratta di società inglesi, statunitensi, australiane, belghe, francesi, canadesi e sudafricane.
Il giorno seguente, 13 dicembre, l’Osservatorio delle risorse naturali in Africa Australe (SARW), in un suo rapporto, rivela che nel 2008 il Rwanda ha esportato del coltan per un valore di 250 milioni di dollari, pur non essendone affatto produttore. In questo rapporto, che è assai analitico per quanto riguarda il coltan, vengono segnalate società che commerciano in modo illegale appartenenti anche a Germania, Svizzera, Israele, Cina, Malesia, Kazakistan, oltre naturalmente a due società una ruandese e una ugandese. Un altro organismo di valutazione delle materie minerarie (CEEC) fa sapere che Rwanda, Uganda e Burundi, nel 2007, hanno dichiarato sul mercato mondiale una produzione di oro 20 volte maggiore di quella della RdC, quando essi non dispongono di giacimenti auriferi paragonabili a quelli del Congo.
La Chiesa congolese parla di “genocidio silenzioso”
Anche la Chiesa si muove (quella di Bukavu nel Sud Kivu lo ha sempre fatto ed ha avuto un vescovo assassinato, mons. Christophe Munzihirwa, ed un altro, mons. Emmanuel Kataliko, minacciato di morte e costretto a lasciare il paese, entrambi perseguitati perché denunciavano la spietata politica di Kigali contro gli hutu, sia in Rwanda che nel Kivu). Già il 13 ottobre la Conferenza Episcopale del Congo aveva pubblicato una dichiarazione (“Ancora il sangue degli innocenti in RdC”) in cui denunciava che le guerre a ripetizione nell’est del paese sono diventate “un paravento” per coprire il saccheggio delle risorse naturali e un modo di concretizzare un piano di balcanizzazione del paese attraverso la creazione di “Stati nani”. “Si combatte - scrivono i vescovi - precisamente là dove ci sono delle ricchezze che si sta sfruttando e che si vorrebbe continuare a sfruttare illegalmente”.
Un secondo comunicato era poi apparso il 13 novembre. I vescovi puntano ancora il dito sull’interesse che “certe potenze” hanno per le risorse naturali del Congo, e soprattutto per i giacimenti minerari, lamentando che tutte le conferenze e le riunioni che si vanno facendo per cercare la pace nell’area non abbordano “le questioni di fondo”. “Denunciamo – scrivono - il lassismo con cui la comunità internazionale tratta il problema di cui è vittima il nostro paese. Un vero dramma umanitario, che assomiglia a un genocidio silenzioso, si sta consumando nell’est del Congo e sotto gli occhi di tutti”.
L’espressione “genocidio silenzioso”, usata dai vescovi congolesi, pone una questione ulteriore. Non c’è qui solo la denuncia della gravità della situazione umanitaria nell’est del paese, del suo durare ormai da quindici anni, e del silenzio che per troppo tempo l’ha accompagnata. C’è anche un’accusa alla comunità internazionale per aver preso incondizionatamente (e ipocritamente) le difese del gruppo dirigente del governo ruandese, assurto al potere alla fine del genocidio del ’94, e per non aver mai osato criticarlo per le ripetute invasioni nella Repubblica democratica del Congo che hanno causato milioni di morti nella popolazione, prevalentemente hutu, dell’est del paese, comprese alcune centinaia di migliaia di rifugiati hutu ruandesi. Sta qui il “genocidio silenzioso” di cui parlano i vescovi. E con loro una parte considerevole della società civile del Nord e del Sud Kivu.
L’arresto di Laurent Nkunda e l’inaspettato accordo militare tra RdC e Randa
All’inizio di dicembre, mentre stanno per iniziare a Nairobi le trattative tra governo congolese e Cndp, con la mediazione della Conferenza internazionale per la Regione dei Grandi laghi, il clima politico è cambiato. Il Rwanda avverte che non ha più un sostegno così incondizionato da parte della comunità internazionale. Dopo il rapporto degli esperti Onu del 12 dicembre sui legami di Kigali con il Cndp e sullo sfruttamento illegale delle miniere congolesi, la Svezia e i Paesi Bassi hanno annunciato la sospensione dei loro aiuti bilaterali al Rwanda; e persino sulla stampa inglese si minaccia la sospensione dei finanziamenti. Il ruolo del Cndp, insomma, è nel mirino di tutti. Non è più difendibile. E il Rwanda decide di non sostenerlo più. Anche Kinshasa, d’altra parte, è in difficoltà. Praticamente non riesce più a governare l’est del paese; e probabilmente è stato proprio questo l’obiettivo del Cndp di Nkunda e, dietro di lui, del governo di Kigali: non permettergli di esercitare la autorità dello Stato nelle province dell’est.
Tra i due capi di stato matura la decisione di un riavvicinamento. Come si saprà solo alcune settimane dopo, i governi congolese e ruandese firmano, il 5 dicembre, in segreto, un piano militare congiunto che ha per obiettivo il disarmo delle milizie hutu ruandesi delle Fdlr. L’accordo comporta sacrifici per entrambi: da un lato, Kigali sacrifica il Cndp e il suo leader Nkunda; dall’altro, Kinshasa accetta, ancora una volta, di far entrare truppe ruandesi sul suo territorio. La decisione del presidente Kabila avviene all’insaputa dell’Assemblea nazionale e del Senato congolesi, e persino del capo di stato maggiore dell’esercito, e crea profondo sconcerto nel paese, tanto nella capitale quanto nel Nord e nel Sud Kivu (“la gente - si sente dire nelle province dell’est - non è psicologicamente pronta a farsi liberare oggi dai suoi boia di ieri”…).
Pochi giorni dopo (quando ancora non si sapeva dell’accordo tra Kabila e Kagame), il Cndp interrompe la trattativa in corso a Nairobi. Il 5 gennaio viene resa pubblica una spaccatura all’interno del Cndp. Laurent Nkunda viene destituito. Lo sostituisce Bosco Ntaganda, (un criminale di guerra, che ha un mandato di arresto da parte della Corte Penale Internazionale). Il 16 gennaio, quando ormai l’accordo militare tra RdC e Rwanda è venuto alla luce, il Cndp annuncia la definitiva cessazione delle ostilità nei confronti delle Forze Armate della RdC e la volontà di mettere le sue truppe a disposizione della operazione militare congiunta RdC-Rwanda. L’operazione contro le Forze democratiche di Liberazione del Rwanda è ormai prossima. Avrà inizio, infatti, il 20 gennaio e durerà poco più di un mese. Il 22 gennaio viene dato l’annuncio dell’arresto, in Rwanda, di Laurent Nkunda, che però non sarà estradato nella RdC.
La questione dei rifugiati hutu ruandesi. L’operazione “Umoja Wetu”
La questione del disarmo delle Forze democratiche di Liberazione del Rwanda (Fdlr) era stata al centro di tutti i precedenti negoziati tra Rwanda e Repubblica democratica del Congo. E non era mai stata risolta. Era sempre stata vista sotto un’unica angolatura: quella militare, con la cattura dei militanti delle Fdlr e il loro rientro forzato in Rwanda. Si è sempre cercata la vittoria sul campo. Kigali ha sempre chiesto a Kinshasa di neutralizzare le Fdlr e ha sempre usato il pretesto della presenza delle Fdlr nel Kivu per giustificare l’ingresso di proprie truppe sul suolo congolese (dal ’96 al 2003) e il sostegno dato a più riprese a gruppi politici e milizie ribelli in quella regione. In realtà, nel patto sottoscritto tra i due governi a Nairobi nel novembre 2007, si era tentata una strada in parte diversa: Kinshasa si sarebbe, cioè, impegnata a dislocare lontano dalla frontiera i combattenti ruandesi che avessero accettato il disarmo, senza rimpatrio obbligatorio, e avrebbe consegnato a Kigali solo quei combattenti che il governo ruandese sospettava di essere “genocidari”, e la cui lista dei nomi si impegnava a fornire a Kinshasa. Ma poi non se n’era fatto nulla, anche perchè Kigali aveva mostrato di crederci poco: in un modo che era apparso piuttosto provocatorio, aveva fornito una lista con 6.800 nomi di presunti “genocidari”, un numero che corrispondeva al numero totale dei combattenti ruandesi presenti in territorio congolese, secondo le stime di Kinshasa. Insomma, non c’era possibilità di intendersi.
Anche l’operazione “Umoja Wetu” (La nostra unione), decisa a sorpresa dai governi ruandese e congolese, sotto la pressione degli Stati Uniti e della Comunità internazionale, è andata in questa stessa direzione. E’ stata un’operazione militare, durata 35 giorni, che ha avuto scarsi risultati dal punto di vista dei numeri: la Monuc, che ha collaborato nell’operazione, ha dichiarato di aver rimpatriato 355 combattenti (sui circa 6-7.000 che si presume siano in armi) e 648 loro familiari, oltre a 2.583 civili (su un totale stimato di circa 50.000 rifugiati ruandesi ancora presenti nella RdC). I caduti in combattimento sarebbero state poche unità (una decina secondo le Fdlr, 153 secondo il comando militare congiunto Rwanda-RdC). E, comunque, i ribelli, dapprima spostatisi più all’interno nel territorio congolese per sfuggire al nemico, sono subito ritornati nelle posizioni che avevano prima.
Pessimi, poi, sono stati i risultati dell’operazione dal punto di vista del prezzo pagato dalla popolazione del Nord Kivu, la quale ha subito nuove pesantissime violenze sia dagli uni che dagli altri. Ed è ben difficile distinguere i responsabili in questo complesso sovrapporsi di milizie e di interessi, in una situazione in cui le Forze armate nazionali sono praticamente allo sbando, ufficiali e soldati si lasciano corrompere e commettono abusi e violenze come gli altri, e in cui gli stessi “nemici” – in questo caso i combattenti hutu ruandesi – non sono facilmente distinguibili perché vivono mescolati con la popolazione locale dalla quale ben poco li differenzia. Certamente, come molte fonti confermano, si registrano rappresaglie sulla popolazione di molti dei villaggi condotte dalle milizie delle Fdlr una volta che la coalizione congolo-ruandese s è ritirata.
Il ritorno in scena dell’Uganda
Negli stessi giorni in cui Kabila si accordava con Kagame per dar vita all’operazione militare contro le Fdlr nel Nord Kivu, il presidente ugandese Museveni aveva fatto pressioni sul presidente congolese per condurre un’altra operazione militare, più a nord, nella Provincia Orientale, ai confini tra RdC, Uganda e Sudan. Un’altra dolorosissima piaga africana era rimasta aperta per quasi vent’anni nel nord dell’Uganda: una guerra di guerriglia tra l’esercito ugandese e il Lord’s Resistency Army, l’Esercito di Resistenza del Signore (Lra), una milizia antigovernativa, di matrice tribale e confusamente religiosa,. Un conflitto mai chiarito nelle sue motivazioni, e comunque collegato al più noto conflitto nel vicino Sudan, ma che di fatto aveva visto come protagonista i guerriglieri del Lra, comandati da Joseph Kony, che hanno terrorizzato la popolazione locale, rastrellando i villaggi, costringendo i bambini e le donne a seguirli nella foresta, riducendo le donne a schiave e i bambini a “soldati”. Con la conseguenza di ue milioni di sfollati, oltre centomila morti, e ventimila bambini-soldato.
Nel 2005 si era concluso il conflitto nel Sudan tra il governo centrale, espressione della maggioranza arabo-musulmana del Nord del paese, e i ribelli dell’Esercito popolare di liberazione del Sudan (Spla), espressione del Sud del paese, dove la popolazione è di provenienza nilotica e di religione prevalentemente animista o cristiana. L’accordo prevedeva la nascita di uno Stato indipendente, il Sud Sudan. L’Uganda di Museveni, per tutto il conflitto, aveva appoggiato l’Spla e, per ritorsione, il governo sudanese aveva sostenuto i ribelli ugandesi del Lra. Con la fine del conflitto sudanese, sembrava che fosse possibile un accordo anche tra Museveni e Joseph Kony e gli altri capi del Lra. Le trattative erano iniziate nel 2006. Una parte del Lra aveva cominciato a smobilitare e non c’erano più combattimenti. Molta gente era tornata nei propri villaggi. Ma l’incriminazione di Kony e degli altri capi da parte della Corte Penale internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità, intervenuta nel frattempo, aveva reso più difficile la conclusione della trattativa, che si era trascinata a lungo. Nel novembre 2008 avrebbe dovuto esserci la firma conclusiva. Kony, che già da qualche tempo si era spostato in territorio congolese, nella foresta di Garamba (distretto dell’Alto-Uélé, nella Provincia Orientale), e aveva ricostruito la sua milizia sequestrando uomini e donne nel Sud Sudan e in Congo, non si era presentato all’appuntamento. A questo punto parte la richiesta di Museveni a Kabila e al Sud Sudan per un’azione militare comune contro i combattenti del Lra.
L’operazione (“Lightning thunder”, Tuoni e fulmini) è iniziata il 14 dicembre 2008. Anche in questo caso, come per “Umoja Wetu”, Kabila non ha chiesto il consenso dell’Assemblea nazionale; nè la Monuc è stata coinvolta. E dunque per la popolazione dei villaggi situati nella zona dove si nascondevano i combattenti del Lra non c’è stata alcuna protezione. Quella stessa gente che aveva sofferto per le razzie degli uomini di Kony soffre ora sotto le bombe dell’aviazione ugandese, sotto gli attacchi delle Forze armate congolesi e poi anche per le rappresaglie dei guerriglieri. L’operazione dura circa tre mesi. Secondo i dati dell’Onu, in poche settimane trovano la morte un migliaio di civili, e decine di migliaia di congolesi fuggono in Uganda. Le basi della guerriglia vengono distrutte, ma il leader Kony non viene catturato.
Dal punto di vista militare l’operazione è un insuccesso. Però consente la ripresa delle relazioni diplomatiche tra RdC e Uganda, che erano interrotte dalla guerra del 1998. Kabila incontra Museveni il 4 marzo 2009. Uno degli argomenti di discussione è il petrolio, che una società privata ha trovato sul versante ugandese della frontiera, ma che si ritiene vi sia anche sul versante congolese. Museveni, negli stessi giorni, avanza una inaspettata proposta che sembra rispondere, insieme, sia alla consolidata sua attenzione alle miniere dell’est del Congo sia al nuovo interesse per il petrolio, e che si inserisce nel dibattito internazionale che si è aperto sul futuro della regione. Propone un referendum popolare per l’autodeterminazione delle tre province congolesi dell’est (i due Kivu e la Provincia Orientale nella quale si sta svolgendo l’ultimo conflitto con l’Esercito di Resistenza del Signore). La proposta appare come un segnale che va nella direzione della balcanizzazione della RdC; e riversa sull’operazione “Tuoni e fulmini” una luce sgradevole.
L’incontro tra Joseph Kabila e Paul Kagame. E l’arrivo di Hillary Clinton
Mentre si esaurisce anche l’operazione Umoja Wetu, tra febbraio e aprile avviene la smobilitazione dei membri del Cndp e degli altri gruppi armati minori. L’accordo di pace del Cndp con la RdC è firmato a Goma il 23 marzo. Il Cndp diviene un partito politico. La società civile del Kivu è perplessa: alcuni tra i principali dirigenti del Cndp sono nominati ministri del governo provinciale del Nord Kivu, senza passare per la via democratica delle urne, e assumono i dicasteri della Giustizia, delle Miniere e dell’Ambiente. Altri civili del Cndp sono nominati alla direzione degli uffici informazione, dogane e immigrazione. I quadri militari del gruppo ribelle vengono integrati nell’esercito congolese. Gli agenti della polizia del Cndp entrano nella polizia congolese. La cosa avviene molto in fretta e senza alcuna preparazione, senza criteri. In molti casi non si sa neppure se questi uomini abbiano o meno la nazionalità congolese. Il governo, inoltre, si impegna a promulgare (e lo farà il 7 maggio) una legge di amnistia per tutte le azioni di insurrezione e di guerra commesse dal 2003 fino ad allora (eccettuati i crimini di guerra e contro l’umanità; ma la distinzione è formulata in modo vago…).
Nell’Accordo di pace ci sono anche alcuni riferimenti poco chiari alla necessità di rivedere la suddivisione territoriale delle due province del Kivu, secondo criteri “sociologici”, cioè etnici, e di costituire una “polizia di prossimità”. Questi orientamenti fanno temere, alla società civile del Kivu, un incancrenimento delle tensioni interetniche, oltre che un’accresciuta dipendenza della regione dal Rwanda. Intanto, il 28 aprile è annunciata una seconda operazione militare per disarmare le Fdlr (“Kimia 2”), questa volta però realizzata dal solo esercito congolese, con l’apporto della Monuc, e soltanto nel Sud Kivu. Di fatto, però, nell’esercito congolese vi è un gran numero di militari ex-Cndp.
Il 1° marzo, in una conferenza stampa a Kigali, il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon afferma con soddisfazione che le operazioni militari congiunte contro le Fdlr nel Kivu hanno aperto un nuovo capitolo nelle relazioni tra la Repubblica democratica del Congo e il Rwanda. E il presidente Kagame conferma l’interesse del Rwanda ad intraprendere nuove opportunità di cooperazione congiunta non solo in campo militare ma anche a livello economico.
Nel mese di luglio si arriva al pieno ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica democratica del Congo e il Rwanda, con lo scambio degli ambasciatori. Le relazioni diplomatiche erano state interrotte nell’agosto 1998, dopo la seconda offensiva ruandese nell’Est del Congo. Con l’Uganda, come si è detto, avviene la stessa cosa.
Il 6 agosto si tiene il primo incontro bilaterale tra i presidenti della RDC e del Rwanda, dopo 10 anni. Nel comunicato congiunto si legge il compiacimento dei due leader, Joseph Kabila e Paul Kagame, per gli sforzi compiuti “per sradicare tutti i gruppi armati operanti nell’Est della RdC, soprattutto le Fdlr”. Si fa riferimento al “successo” dell’operazione congiunta “Umoja Wetu” e dell’altra, da poco avviata, “Kimia 2”. Siamo di fronte a “una nuova era”, dicono i due presidenti, che comunicano anche la decisione di rilanciare le attività della Grande Commissione Mista Rwanda-RdC, rimasta inutilizzata per oltre vent’anni. La prima riunione di questa commissione, nel nuovo clima di collaborazione, si terrà alla fine dell’anno e si occuperà di sicurezza, energia, ambiente, commercio e investimenti, come anche della questione dei rifugiati e della cooperazione giudiziaria.
Nel loro primo incontro faccia a faccia, Kabila e Kagame, si confrontano, dunque, in primo luogo, con l’annosa questione dei rifugiati hutu ruandesi nel Kivu e dei combattenti delle Fdlr. Difficile dire quanto sinceramente il presidente ruandese Kagame senta il problema o quanto, invece, non lo stia strumentalizzando per continuare ad avere un argomento forte per rimproverare il suo collega congolese e condizionarlo politicamente. In ogni caso, la questione è al centro del tavolo. Il comunicato congiunto del 6 agosto parla, come si è visto, di successo dell’offensiva congiunta, ma in verità il successo si vede poco. Il Rapporto intermedio del Gruppo di esperti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in data 5 maggio, aveva rilevato che la struttura di comando delle Fdlr era rimasta ancora intatta. Anche “Kimia 2”, in realtà, ottiene risultati deludenti, almeno fino a tutto il mese di luglio. Ma su questo torneremo in conclusione, perché qui sta un nodo cruciale per tutta la Regione dei Grandi laghi.
E’ innegabile: gli avvenimenti del 2009 sono stati clamorosi ed hanno segnato un mutamento positivo nel clima che si respira, almeno sul piano dell’opinione pubblica internazionale e del dialogo tre le diplomazie. Nkunda è stato arrestato. Il Cndp ha deposto le armi; e così pure la maggior parte degli altri gruppi armati. Rwanda e Repubblica democratica del Congo hanno ricominciato a parlarsi. Anche con l’Uganda Kinshasa ha ristabilito le relazioni diplomatiche. La paura di un nuovo conflitto è stata fugata. La catastrofe umanitaria che si temeva pochi mesi prima, nell’autunno 2008, non c’è stata. Anche se, come accenneremo, al di là dei discorsi ufficiali e seppure con meno clamore, nei due Kivu nell’estate del 2009 ancora si continuerà a morire; ancora la gente sarà costretta a scappare dai suoi villaggi e a riempire i campi profughi; le violenze sessuali persino aumenteranno. La popolazione appare frastornata: da un lato le sembra di poter tirare un sospiro di sollievo, sentendo Kabila e Kagame parlare di “nuova era” che si apre, dall’altro è molto spaventata e si chiede da dove venga, ancora, tutta quella violenza.
A Kinshasa e a Goma, intanto, è perfino arrivata, trattenendosi due giorni (10 e 11 agosto), il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Hillary Clinton. Arriva sull’onda dell’entusiasmo che la nuova presidenza Obama ha generato in Africa e del forte discorso che il presidente ha rivolto agli Africani ad Accra un mese prima. La Clinton fa alcune affermazioni che l’opinione pubblica congolese considera unanimemente coraggiose. Primo: gli Stati Uniti si pongono a fianco della RdC con un “impegno forte” per condividerne le speranze e “per aiutarla a scrivere una nuova pagina della storia del popolo congolese”. Secondo: “le ricchezze minerarie, e tutte le altre, di questo paese dovranno essere utilizzate a vantaggio del popolo congolese, e non a beneficio di un gruppo molto piccolo di persone come tradizionalmente avviene”; e dunque si deve mettere fine all’impunità e alla corruzione, e far posto alla trasparenza. Terzo: vanno condannate ”le imprese e i paesi stranieri che estraggono le ricchezze minerarie per esportarle a loro profitto, senza che vi sia un guadagno per il paese”. La stampa congolese, a questo proposito, ricorda come Barack Obama, quando era ancora senatore dell’Illinois, avesse ben individuato, in un suo discorso, le responsabilità dei “paesi stranieri che destabilizzano la RdC per saccheggiarne le risorse”.
Il “piano americano”: commercializzare la via della pace
Eppure, c’è una profonda diffidenza, tra la popolazione congolese, soprattutto dell’Est, nei confronti della piega che hanno preso gli eventi.
Già prima dell’arrivo di Hillary Clinton, che per motivi diplomatici non si è esposta più di tanto, si discuteva su come le grandi potenze stavano ridisegnando il quadro geopolitico della Regione dei Grandi laghi. E c’erano non poche perplessità. Il 15 dicembre 2008 il New York Times aveva reso pubblico un piano americano per mettere fine alla guerra nel Kivu. Titolo: “Può l’Africa commercializzare la via della pace?”. Autore del documento è Herman J. Cohen, ex sottosegretario di stato americano agli Affari africani (1989-1993). Il “piano” sembra sia il primo elemento messo a disposizione di Barack Obama sulla questione congolese.
“Il solo modo – si legge nel testo - per mettere fine ad una guerra che ha causato cinque milioni di morti e costretto milioni di persone a fuggire dalle loro case nell’est del Congo è quello di rispondere alla dimensione internazionale del conflitto e alle sue radici economiche”. Cohen fa un’analisi molto realista. Considera che il ruolo del Rwanda in questi conflitti è innegabile; e, parlando di Nkunda (siamo a dicembre del 2008, sarà arrestato un mese dopo, ndr), dice: “Le sue truppe sono armate e finanziate dal governo del Rwanda. Le sue operazioni militari mirano principalmente ad impedire all’esercito di Kinshasa di ristabilire la sua autorità sulle province dell’Est”. Ora, “dopo aver controllato le province del Kivu per 12 anni, il Rwanda non vuole rinunciare alle risorse naturali congolesi che rappresentano una buona parte del suo prodotto nazionale lordo, ma su cui il governo congolese è in diritto di esercitare il controllo a vantaggio del suo popolo. Questa dimensione economica del conflitto – conclude la sua analisi Cohen – deve essere presa in considerazione, senza che ci sia tuttavia un vincitore né un perdente”.
Le proposte di Herman Cohen tendono a “commercializzare la via della pace”. Egli sollecita l’apertura di un mercato comune di tutti i paesi della Regione dei Grandi laghi, dunque RdC, Rwanda e Burundi, ma anche Uganda, Kenya e Tanzania. Si introdurrebbe, così, la libera circolazione delle persone e dei beni. Questo darebbe garanzie alle imprese ruandesi di poter continuare ad avere accesso alle risorse minerarie e forestali congolesi. I prodotti fabbricati con queste materie prime continuerebbero, infatti, ad essere esportati attraverso il Rwanda. Il cambiamento consisterebbe nell’introduzione del pagamento di imposte allo Stato congolese. Cohen accenna anche alla questione dello spazio territoriale. Afferma che il Rwanda, come del resto il Burundi, ha un’alta densità di popolazione e dunque, tramite la libera circolazione delle persone, potrebbe fornire la mano d’opera necessaria per il Congo come per la Tanzania. “Se si potesse negoziare un tale mercato – conclude - il Rwanda e il Congo non avrebbero più bisogno di armare delle milizie per farsi la guerra allo scopo di disporre delle risorse naturali delle province dell’est del Congo”.
Il “piano americano” è visto da una parte dei congolesi dell’Est come un’iniziativa smaccatamente pro-Rwanda. Gli Stati Uniti, non potendo più giustificare le aggressioni di Kigali, vogliono ora aiutarla ad ottenere attraverso il mercato comune ciò che fino oggi si è presa con la forza. Eppure, se i rapporti nell’est del Congo non si fossero così deteriorati, se non fosse successo che l’ex braccio destro di Nkunda, e cioè Bosco Ntaganda, criminale di guerra, è diventato nella primavera del 2009 il numero due dell’esercito congolese di stanza nel Nord Kivu, se tutti coloro che hanno commesso violenza non godessero della più assoluta impunità e, anzi, fossero premiati con l’attribuzione di posti di responsabilità nelle istituzioni, se tutto questo non accadesse, allora il piano Cohen – sembra pensare la maggior parte della gente dell’Est - sarebbe probabilmente una buona cosa (e, del resto, un tempo, prima del ‘90, qualcosa di simile già avveniva, almeno per i pascoli); ma così…, così si percepisce solo il rischio di un altro passo verso un’annessione mascherata.
Il “piano Sarkozy” (poi rivisitato): condividere lo spazio, condividere le ricchezze…
Non molto diverso è il “piano Sarkozy”. Il presidente francese ha interesse ad attenuare la tensione che da anni grava nei rapporti tra la Francia e il governo del Rwanda. Kagame ha sempre rimproverato ai francesi di aver sostenuto il governo Habyarimana, responsabile del genocidio. Ma i rapporti tra i due paesi sono diventati pessimi dopo che il giudice francese Jean-Louis Bruguiere, nel novembre 2006, ha emesso un’ordinanza con mandato di arresto nei confronti di 9 ufficiali del Fronte patriottico rivoluzionario, tra cui Kagame stesso, in quanto sospettati di essere i mandanti dell’attentato del 6 aprile 1994 all’aereo su cui viaggiava l’allora presidente ruandese Juvénal Habyarimana. Kagame ha risposto rompendo le relazioni diplomatiche con la Francia e, nell’agosto 2008, ha reso noto il Rapporto di una commissione “indipendente” ruandese sul ruolo della Francia nel genocidio. Da questo rapporto risulterebbe che la Francia non solo era informata dei preparativi del genocidio da parte della classe dirigente di Habyarimana, ma ha anche partecipato attivamente alla sua esecuzione. La tensione, all’inizio del 2009, è, dunque, molto forte tra i due paesi.
In una sua prima formulazione, all’Eliseo, in gennaio, in occasione degli auguri al corpo diplomatico, il discorso di Nicolas Sarkozy aveva destato, tra i congolesi, un’impressione pessima. Il Rwanda, aveva detto il presidente francese, è un “paese dalla demografia dinamica e dalla superficie pccola. Ciò pone la questione della Repubblica democratica del Congo, paese dalla superficie immensa e dall’organizzazione strana delle ricchezze frontaliere. Occorrerà – aveva aggiunto – che ad un certo momento ci sia un dialogo (…) strutturale su come in questa regione del mondo si possa condividere lo spazio, si possano condividere le ricchezze e si accetti di comprendere che la geografia ha le sue leggi, che i paesi cambiano raramente di indirizzo e che bisogna imparare a vivere gli uni accanto agli altri”.
Era un po’ troppo! Nel Kivu hanno la netta impressione che si voglia mantenere la RdC nel suo ruolo di “self-service minerario” a favore delle multinazionali occidentali. Che si voglia riconoscere al Randa, legittimandolo, il suo ruolo di potere regionale dominante e la sua qualità di “subappaltatore” privilegiato per gli interessi occidentali nel trasferimento delle risorse. Insomma, la diffidenza è forse esagerata, ma certo il discorso di Sarkozy appare attento solo alle esigenze del Rwanda, dando quasi per scontato il ruolo subalterno della Repubblica democratica del Congo, considerata probabilmente incapace di assumere pienamente una dimensione statuale. Poi Sarkozy, in febbraio vola a Kinshasa e cerca di rimediare. Nega qualsiasi ipotesi di smembramento della RdC, afferma che la RdC è e resterà il paese-perno della regione, e chiarisce di non voler proporre una qualche “condivisione delle ricchezze” (le ricchezze del Congo…), ma bensì un processo che favorisca la messa in valore del potenziale della RDC e della regione.
Una soluzione per i rifugiati ruandesi nel Congo: disarmo e rimpatrio?
Quel che nelle province dell’est del Congo non si capisce è il silenzio sulla politica ruandese. Come se nessuna critica potesse essere mossa. Come se ci dovesse essere impunità assoluta per i crimini commessi nel Kivu. E anche per quelli commessi all’interno del paese… Qui sta la diffidenza della popolazione. Diffidenza che naturalmente riguarda anche la persona del presidente Kabila e le sue scelte. Ci si può fidare di quest’alleanza con Kagame, stabilita di soppiatto, imposta all’assemblea nazionale e al paese?
Il fatto che non venga mai posta l’attenzione sulla natura del potere a Kigali si riflette anche su come ci si pone di fronte alla questione dei rifugiati hutu ruandesi nel Kivu. Né il “piano americano” né il “piano Sarkozy” dicono nulla in proposito. Anche la Clinton non ne ha parlato. La linea sembra essere sempre una sola: disarmo dei combattenti delle Fdrl e loro rimpatrio forzato; o, tutt’al più, per coloro che non sono responsabili del genocidio, un’opera di convincimento in vista di un ritorno volontario oppure uno spostamento più all’interno del paese, lontano dalla frontiera ruandese.
La via maestra per risolvere il problema, suggerita nei vari tavoli di negoziato, è il rafforzamento delle Forze armate congolesi, che sono profondamente disunite, poco motivate, poco o nulla pagate, spesso corrotte e infedeli. Certamente, questa è una cosa necessaria; lo è anche e soprattutto per garantire finalmente una qualche protezione alle popolazioni congolesi. Ma se a ottenere una vittoria militare sulle Fdlr non ci sono riuscite le Forze armate ruandesi, che non sono certo accusabili di scarsa preparazione professionale e che sono entrate a più riprese nel Kivu negli anni passati, compresa l’operazione “Umoja Wetu”, perché ci dovrebbe riuscire un esercito congolese più efficiente? A meno che, come alcuni osservatori pensano, il Rwanda, in realtà, non abbia mai voluto arrivare alla sconfitta definitiva delle Fdlr poiché le faceva comodo, piuttosto, che le Fdlr restassero nel Kivu e contribuissero alla sua destabilizzazione, fino a rendere in qualche modo inevitabile l’autonomizzazione della regione e il suo pieno ingresso nell’orbita del Rwanda (gli “stati nani”, di cui parlano, scongiurandoli, i vescovi congolesi nei loro documenti). E, in questo senso, circola per il paese il sospetto che il Rwanda, tramite i suoi servizi segreti, abbia in qualche modo “favorito” il consolidamento delle Fdlr in territorio congolese.
L’altra soluzione di cui si è parlato molto è una più efficace campagna di sensibilizzazione rivolta sia ai combattenti sia all’insieme dei rifugiati al fine di convincerne il più alto numero possibile ad un rimpatrio volontario, svuotando così l’acqua in cui nuotano i combattenti più radicali delle Fdlr. Anche questo è stato tentato. Ma con scarsi risultati. I rifugiati hutu non si fidano a rientrare, e non è solo perché sono succubi dei loro capi più ideologizzati e più strenuamente avversi al governo di Kigali. Non si fidano perché hanno molte buone ragioni per non farlo.
Nel gennaio del 2009, una delegazione di combattenti e di loro familiari ha effettuato una “visita esplorativa” in Rwanda. L’iniziativa è nata con il sostegno della comunità internazionale e in accordo con il governo di Kigali. I membri della delegazione appartenevano a due gruppi che si erano staccati dalle Fdlr (il “Raggruppamento per l’unità e la democrazia” e il “Raggruppamento del popolo ruandese”) e che si erano mostrati intenzionati a procedere al disarmo volontario e al rimpatrio senza porre condizioni politiche ma solo di sicurezza personale e di rispetto dei diritti umani e sociali.
Nel rapporto stilato al rientro dalla visita (il documento venne presentato a Roma, il 27 gennaio, presso la Comunità di S.Egidio, la quale dal 2005 sta svolgendo opera di mediazione con i diversi gruppi dei combattenti hutu ruandesi) si viene a conoscenza dei tanti ostacoli posti alla delegazione nel visitare il paese (ad esempio la proibizione ad accedere ad alcune carceri o ad alcuni tribunali popolari, i “gacaca”) e si apprendono molte notizie sconfortanti: gli ex-combattenti già rimpatriati volontariamente sono stati recentemente inviati di nuovo nella RdC per combattere nelle file del Cndp di Laurent Nkunda o nell’operazione “Umoja Wetu”; una ventina di detenuti della prigione di Gitarama sono morti di fame, e molti altri sono in carcere a Nsinda da 14 anni senza alcun dossier giudiziario aperto nei loro confronti; molte case di proprietà dei rifugiati sono state distrutte; la quasi totalità delle persone incontrate hanno confidato in privato di essere terrorizzate dalle forze di sicurezza governative; e così via.
La fonte di queste informazioni (una delegazione di rifugiati) potrebbe essere considerata poco attendibile; ma davvero non mancano fonti largamente attendibili che vanno nello stesso senso. Basta leggere uno dei numerosissimi rapporti, per esempio, di Human Rights Watch, organizzazione che pure non è affatto prevenuta nei confronti di Kigali, oppure di EurAC, la rete delle Ong europee che operano nell’Africa centrale, o di Amnesty International. Nel rapporto 2009 di Amnesty si legge, ad esempio, che “la libertà di espressione ha continuato ad essere fortemente limitata. Giornalisti critici del governo sono stati posti sotto stretto controllo da parte delle autorità. A giornalisti sia esteri sia rwandesi che lavoravano per testate estere è stato in diverse occasioni impedito l’ingresso in Rwanda”; e si apprende che “l’Assemblea nazionale ha emendato la Costituzione per concedere agli ex presidenti l’immunità a vita dai perseguimenti giudiziari”, e che “un altro emendamento ha ridotto l’incarico a vita dei giudici a quattro anni, compromettendo potenzialmente l’indipendenza della magistratura”.
In un studio recente promosso dalla Fondazione Hotel-Rwanda Rusesabagina (“Le Rwanda actuel. Quand l’aide étrangère fait plus de mal che de bien”, 5 aprile 2009), Brian Endless, della Loyola University di Chicago, e Emmanuel Hakizimana, dell’Università del Quebec a Montreal, osservano: “I dati sull’economia ruandese mostrano che il contenzioso tra hutu e tutsi, che è stato all’origine dei violenti conflitti tra le due etnie nella storia del Randa, costituisce ancora la trama di fondo delle politiche economiche del governo del Fpr a maggioranza tutsi. Pertanto, le grandi ineguaglianze di reddito che caratterizzano l’economia ruandese si rivelano fortemente in relazione con le politiche discriminatorie nei confronti degli hutu. Inoltre, esistono delle forti somiglianze tra la situazione attuale e quella di prima degli anni ’60 che ha portato ai violenti scontri interetnici del 1959 e alla fuga dei padri della maggioranza dell’attuale classe dirigente tutsi. Come già in quell’epoca, gli hutu, che sono fortemente maggioritari nella popolazione, sono di nuovo molto poco rappresentati nella classe dirigente, e le politiche tanto ufficiali che ufficiose sono messe in opera per mantenerli nella povertà” (corsivo nel testo).
Il “dialogo politico” in Rwanda: soluzione impossibile?
Gli hutu rifugiati nel Kivu non vogliono rientrare in Rwanda perché il regime di Kigali è illiberale, vendicativo e conduce una politica pesantemente penalizzante nei confronti degli hutu, considerati tutti più o meno “genocidari”. Non solo quelli rifugiatisi nel Kivu o all’estero, ma anche quelli rimasti in patria. Si tenga presente, comunque, che, per quanto riguarda le alcune migliaia di combattenti delle Fdlr, è stato verificato che circa il 70% di loro sono dei giovani di età inferiore ai 25 anni e quindi, all’epoca del genocidio, avevano non più di 10 anni. Il vero nodo da sciogliere appare dunque la natura del regime politico di Kigali, la sua credibilità. Ma questo punto è un tabù. Tanto che in nessuna sede politico-diplomatica sembra venir presa in considerazione la condizione che i capi delle Fdlr pongono per disarmare e ritornare in patria, e cioè la convocazione di un dialogo inter-ruandese.
E’ illuminante, a questo proposito, il Rapporto dell’autorevolissima organizzazione non governativa “International Crisis Group” (ICG) del 9 luglio 2009, “Congo: una strategia globale per disarmare le Fdlr”. Il Rapporto sostiene che il problema che le Fdlr pongono a Kigali ormai non è più militare (cioè non esse non costituiscono un pericolo per l’integrità del paese), ma è di ordine politico. L’ICG, da un lato, prende atto che “il presidente tutsi Paul Kagame è espressione di una comunità che rappresenta oggi meno di un quinto della popolazione del suo paese; e che, per consolidare il suo potere nel tempo, egli non può permettersi di conservare un sistema di rappresentazione politica nel quale i Ruandesi continuino a definire la loro identità in base alla loro appartenenza etnica. Kigali oppone alla mobilitazione politica su base etnica un discorso unitarista e sviluppista, che vuole promuovere il superamento delle rivendicazioni comunitarie, in favore di un nuovo Rwanda”. Questa è la ragione per cui – secondo l’analisi dell’ICG – “un’apertura politica ai dirigenti delle Fdlr è di fatto impossibile nel breve termine”. Reintegrare personalità politiche la cui rappresentatività è esclusivamente frutto della loro appartenenza alla maggioranza hutu e che sono portatrici di una ideologia revisionista risulterebbe, pertanto, inaccettabile.
Ma l’ICG conviene sul fatto che, al di là della questione delle Fdlr, “in linea più generale, la visione che il Fpr (il Fronte patriottico ruandese al governo in Rwanda, ndr) ha della rinascita ruandese non può tollerare una vera opposizione, dal momento che il paese deve essere interamente consacrato alla ricostruzione della sua unità e al suo sviluppo”. Si può parlare, per il Rwanda, di un “modello Singapore”, per cui “i concetti di governance, di stabilità e di sviluppo sono favoriti a discapito dell’apertura politica e della libertà di espressione e di associazione”. Di conseguenza, ammette l’ICG, “ogni vera opposizione al regime è presto accusata di divisionismo e gettata nell’illegalità”. Si noti che il cosiddetto “divisionismo” dal 2002, in Rwanda, è un crimine stabilito per legge (con pene fino a 5 anni); così come lo è, dal 2008, anche la “ideologia del genocidio” (con pene da 10 a 25 anni).
Di qui, però il regime di Kigali scende un ulteriore scalino: “L’esistenza delle Fdlr e il tema del genocidio – si legge infatti in questo rapporto dell’International Crisis Group - sono talvolta strumentalizzati per giustificare misure autoritarie volte a mettere ai margini ogni tipo di opposizione e a giustificare la concentrazione del potere nelle mani del capo dello Stato”. E la strumentalizzazione vale anche nei rapporti con l’estero. “Le autorità ruandesi tengono conto del sentimento di colpa che la comunità internazionale nutre per non aver saputo impedire il genocidio del 1994”. Pertanto, “Kigali manipola questo sentimento per mettere i suoi interlocutori sulla difensiva, per opporsi alle critiche che gli vengono dall’esterno e per negoziare progetti di assistenza o di investimenti stranieri”. E, per quanto riguarda specificamente le Fdlr, “Kigali è ugualmente consapevole della difficoltà e dell’imbarazzo che rappresenta il dossier delle Fdlr per la comunità internazionale”, dal momento che è proprio quest’ultima che ha fatto pressione perché la RdC accogliesse i ruandesi in fuga davanti all’avanzata della ribellione del Fpr di Paul Kagame, creando così il “problema rifugiati”, e dal momento che sono state le truppe francesi dell’operazione “Turquoise”, inviata in Rwanda nell’estate del ’94 per proteggere i francesi colà residenti, a lasciare che i soldati delle Forze armate ruandesi e gli Interhamwe fuggissero, portandosi persino appresso le armi.
La critica, sibillina, del Rapporto ICG al governo ruandese è che le Fdlr costituiscono, sì, un problema, ma “un problema talvolta utile per il regime attuale di Kigali”. Qualcosa che a Kigali serve. Pertanto, la sfida che la comunità internazionale ha di fronte – secondo l’ICG - è di chiedere con fermezza al governo ruandese “una coerenza assoluta” e “la fine della strumentalizzazione politica del dossier Fdlr”. Cioè, Kigali – secondo l’ICG - deve smettere di ostacolare le operazioni volte a eliminare la ribellione hutu nel Kivu; deve smettere di lamentarsi della sua presenza, senza impegnarsi davvero alla sua eliminazione. Le affermazioni dell’ICG sembrano andare nella stessa direzione dei sospetti che larga parte dell’opinione pubblica congolese nutre da tempo. Quanto alla “sfida” per la comunità internazionale, viene da pensare che essa dovrebbe essere rivolta davvero a molti protagonisti della scena mondiale, e, in primo luogo, a Tony Blair che, tra gli incarichi assunti dopo aver lasciato Downing Street, già dal gennaio del 2008 ha anche quello di consigliere speciale di Kagame.
In ogni caso, per gli analisti dell’ICG, come per la stragrande maggioranza degli opinionisti internazionali, non vi è possibilità (almeno “a breve”) che si apra un dialogo politico inter-ruandese per risolvere la questione delle Fdlr. Kigali – si afferma - non può accettare di sedersi al tavolo con chi (le Fdlr) parla di “contro-genocidio”, riferendosi, in particolare, alle centinaia di migliaia di rifugiati hutu ruandesi uccisi nei campi profughi del Kivu nel 1996 (si stima tra 150 e i 200 mila morti). Qui, per Kigali, scatta il reato di “ideologia genocidaria”.
Del resto, però, di “genocidio silenzioso” hanno parlato persino i vescovi della Conferenza episcopale congolese, come si è visto. E ci si può chiedere se non somiglia, effettivamente, a un genocidio la morte in alcuni anni di 5 milioni di abitanti dell’est del Congo - la cui etnia prevalente è hutu -, causata in sostanza dall’andata al potere, in un paese contiguo, di un regime che proclama di non dare peso e riconoscimento al fattore etnico in politica ma poi esercita il potere restringendolo nelle mani di un gruppo etnico ben preciso e lo usa per controllare le terre e le risorse minerarie del Kivu procurando un conflitto senza fine.
Il “dialogo politico” in Rwanda: soluzione necessaria…
Che il dialogo politico inter-ruandese sia, invece, l’unica vera soluzione lo pensano la maggior parte delle forze vive del Kivu e alcuni (anche se rari) osservatori internazionali. Uno di questi è Jan Van Eck, ex deputato dell’African National Congress e negoziatore da molti anni nell’Africa centrale (soprattutto in Burundi), il quale ritiene che, fino a che Kagame non autorizzerà la formazione di un partito hutu, che però non sia “anti-tutsi”, l’instabilità resterà una caratteristica onnipresente nell’est del Congo. “Finchè il Rwanda non avrà liberalizzato la sua situazione politica interna e permesso una libertà politica ed etnica – ha dichiarato l’uomo politico sudafricano in un’intervista lo scorso novembre ad un’agenzia dell’Onu (Irin) -, resterà sempre oggetto di pressione da parte degli hutu, soprattutto di quelli che sono profughi nella RdC o membri della diaspora in Occidente”.
Per la rete EurAC (le Ong europee attive in Africa centrale) l’Unione europea deve aprire uno spazio negoziale con le Fdlr nel Kivu per accelerare il processo pacifico del loro disarmo, e nel contempo deve “esercitare una pressione sul governo ruandese affinché garantisca il rispetto delle libertà democratiche e inizi un dialogo costruttivo con la sua propria diaspora”. Nel breve periodo, “deve incoraggiare il Rwanda a rassicurare i membri delle Fdlr e i loro familiari, garantendone la sicurezza, l’effettiva reintegrazione socio-economica e il funzionamento degli strumenti di giustizia ordinaria e di transizione, secondo le norme internazionali” (“Do no Harm?” Kimia 2 avrà solo effetti controproducenti, Bruxelles, 16 giugno 2009).
I deputati nazionali del Sud Kivu, in una dichiarazione firmata a Kinshasa in gennaio “raccomandano l’organizzazione di un dialogo inter-ruandese come lo si è fatto in Burundi, nella Repubblica democratica del Congo, in Uganda, nel Kenya, in Sudan, nel Congo Brazzaville e in Centrafrica ultimamente. Si chiedono perché il Rwanda può fare un’eccezione, sfidando così tutta la comunità internazionale”. La stessa cosa se la chiede anche l’arcivescovo di Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, mons. Francois-Xavier Maroy Rusengo. “Occorre - scrive nel novembre 2008 in una lettera al primo ministro congolese - aiutare il popolo ruandese a riconciliarsi con se stesso, invece di esportare i suoi problemi in casa altrui dove non potrà trovare alcuna soluzione. La Comunità internazionale ha aiutato Congo e Burundi a organizzare i rispettivi dialoghi nazionali ed elezioni democratiche, libere e trasparenti. Sarebbe tempo che si faccia altrettanto per il Rwanda”.
Sì, perché non seguire l’esempio del Burundi, che è certamente la situazione più paragonabile a quella del Rwanda? Stessa composizione etnica. Stesso difficile problema di tenere insieme il principio della democrazia “un uomo un voto” e la realtà di una conflittualità politica che affonda ancora nelle identità etniche. Stesse tragedie inenarrabili di massacri e di esodi forzati durati per decenni. Stesso confronto violento tra minoranza tutsi e maggioranza hutu (anche se in Burundi è la minoranza tutsi che ha tenuto il potere quasi ininterrottamente dal 1962 al 2005).
L’esempio del Burundi
In Burundi, si sta arrivando ad un sostanziale compimento del processo di pace che ha preso avvio nel 2000 con gli accordi di Arusha (in Tanzania). In quell’occasione era stato previsto un periodo transitorio di tre anni, con alternanza alla presidenza di un hutu e di un tutsi fino a nuove elezioni democratiche. Nel 2005 è approvata una nuova costituzione, che ripartisce il potere tra maggioranza hutu e minoranza tutsi (sia nel parlamento sia nell’esercito) introducendo delle quote prestabilite. Nello stesso anno si sono svolte le elezioni legislative. Scontri armati sono continuati nel paese anche dopo l’avvio del processo di pace, benché in misura ridotta, e sono durati fino all’inizio del 2009, perché le forze politiche hutu più radicali non avevano rinunciato al disarmo non fidandosi dell’effettivo riequilibrio dei poteri tra le due etnie. Ma il clima nel paese è cambiato. L’ultimo movimento della ribellione hutu a rinunciare espressamente alla lotta armata è stato il Partito per la Liberazione del Popolo Hutu – Forze Nazionali di Liberazione (Palipehutu-Fnl). Tra aprile e giugno del 2009 anche questo movimento si è costituito in partito politico e ha accettato di togliere dal suo nome il riferimento etnico (ora si chiama solamente Fnl, Forze nazionali di liberazione). Ne è seguita la smobilitazione e l’integrazione di una parte dei suoi combattenti nell’esercito nazionale. Numerosi suoi quadri hanno assunto incarichi politici e amministrativi a livello nazionale e locale.
Ora, il Burundi che va verso le elezioni del 2010 (elezioni locali, parlamentari e presidenziali) è un paese sostanzialmente pacificato, al punto che si vedono hutu burundesi della diaspora decidere di rientrare nel loro paese o anche solo tornare nei propri villaggi per far conoscere la famiglia che si sono formati all’estero. Certo, ancora ci sono tante armi in giro e tanti risentimenti; avvengono ancora arresti arbitrari; è vivissimo il problema delle terre e delle abitazioni abbandonate dai profughi e occupate da nuovi proprietari; ci sono ancora centinaia di migliaia di sfollati e di ex combattenti che si debbono reintegrare. E, soprattutto, ancora non è stata fatta giustizia dei crimini di guerra, dei crimini contro l’umanità e degli atti di genocidio che sono stati perpetrati nel corso di tanti anni, da una parte e dall’altra. E’ per questo che lo scorso mese di maggio è stata attivata un’iniziativa internazionale, il “Partenariato per la pace in Burundi”, cui partecipano rappresentanti delle Nazioni Unite, dell’Unione Africana, dell’Africa del Sud, dell’Uganda e della Tanzania, che ha il compito di consolidare il processo di pace. Ma il dialogo c’è stato ed è servito.
La prepotenza di Kigali e il rischio di nuove rivolte
Secondo molti, in Kivu, non c’è una vera alternativa all’apertura del dialogo politico in Randa. che L’apertura del dialogo dovrebbe essere autorevolmente richiesta da una Comunità internazionale finalmente priva di sensi di colpa e di imbarazzi, i quali, se sono giustificati, non ha senso però che vengano coltivati oltre un certo limite. Serve una iniziativa della comunità internazionale che tolga definitivamente al regime di Kigali il pretesto per intervenire nel Kivu e che dunque liberi le popolazioni locali dalla conflittualità permanente. Conflittualità che in questi mesi, a causa delle due sciagurate operazioni anti-Fdlr e nonostante tutti gli accordi di pace che ci sono stati, è proseguita facendo ancora moltissime vittime. Di fatto, solo in parte i diversi gruppi armati presenti nell’Est hanno effettuato il disarmo, perché nessuno si fida che sia stata davvero imboccata la strada della pacificazione. Non nel Kivu, e tanto meno nel Rwanda.
Presente a Goma, nel Nord Kivu, in visita a un centro di accoglienza delle donne che hanno subito violenza sessuale, a Hillary Clinton è stato presentato un quadro drammatico. Nel primo semestre del 2009, e nel solo Nord Kivu, erano stati accertati più di 2.200 casi di stupro. Ancora più angoscioso è constatare che da qualche tempo a questa parte la violenza sessuale è usata anche come arma per rendere sterile il grembo delle donne violate (“torture per sterilizzare” le ha chiamate un documento di denuncia della Camera belga dei Deputati del luglio 2008). La violenza sessuale come arma di pulizia etnica. E persino, ultimamente, la violenza sessuale contro gli uomini, per umiliarli, per spingere la gente dei villaggi alla sottomissione totale (una testimonianza in questo senso è apparsa sul New York Times del 4 agosto (“Un conflitto predatorio in Congo. Gli uomini vittime di violenza sessuale”).
Anche gli sfollati, nel primo semestre del 2009, sono molto aumentati. Secondo un comunicato del 3 giugno del Comitato di coordinamento degli Affari umanitari delle Nazioni Unite, l’OCHA, dall’inizio del 2009 ben 800.000 persone, nelle due province del Kivu, sono state costrette ad abbandonare le loro case e i loro villaggi. Nell’insieme, gli sfollati nell’est del paese sono circa un milione e ottocentomila, cioè un terzo della popolazione complessiva.
Abusi, violenze, saccheggi, dunque, non sono finiti. Con in più un paradosso: la protezione della popolazione dovrebbe essere assicurata da un esercito e una polizia al cui comando, ora, ci sono quasi esclusivamente gli ex membri del Cndp, che hanno vessato per anni la popolazione spadroneggiando e violando ogni forma di legalità (la testimonianza è dell’Assemblea episcopale provinciale di Bukavu, nel Sud Kivu, in un messaggio del 29 maggio); e nelle Forze armate militano, come ufficiali o come soldati, un numero imprecisato di militari ruandesi transitati attraverso il Cndp, (fonti locali concordano, infatti, nel dire che, dei 5 o 6 mila militari ruandesi entrati a gennaio per l’operazione congiunta “Umoja Wetu”, una parte non sono rientrati nel loro paese e si sono mischiati ai membri del Cndp). Una cosa simile avviene anche a livello amministrativo e politico-istituzionale: i “quadri” del Cndp e degli altri gruppi politico-militari minori, ora, dopo gli accordi di smobilitazione, pretendono e ottengono ministeri e posti di responsabilità nelle istituzioni locali e nazionali (come ha denunciato il 4 giugno l’Associazione africana di difesa dei diritti dell’uomo, ASHADO). Nel frattempo, però, nessuno veramente depone le armi.
“Spingere Kigali a democratizzare la vita politica nazionale: ecco il Rubicone che Nicholas Sarkozy, Barack Obama, Medvdev, Gordon Brown e Angela Merkel dovrebbero avere il coraggio di superare, se si vuole vede ritornare un giorno la pace e la sicurezza nella Regione dei Grandi laghi. Oseranno farlo?” Così scrive su Digitalcongo del 1° luglio un giornalista congolese, E così sostengono tanti gruppi di base attivi nei due Kivu, compresi alcuni ambienti missionari, come si apprende dai periodici bollettini informativi Congo Attualità della Rete Pace per il Congo pubblicati nel primo semestre del 2009.
“Oseranno farlo?”. In modo più discreto, e al contempo più ironico, qualcuno ha cominciato a chiedersi: “Si può ancora parlare del Rwanda?”, intendendo dire che la minima critica sembra essere politicamente scorretta (Hervé Deguine, Medias, Printemps 2008, n. 16). Se è vero che la semplice espressione “necessità del dialogo con i rifugiati” rischia di incorrere, in Rwanda, nel reato di “ideologia del genocidio”, si assiste da anni, in Europa e non in Rwanda, a quella che Filip Reyntjens, professore all’Università di Anversa e presidente del “Centro di studi della regione dei grandi laghi d’Africa” chiama “la rivoltante facilità con cui il Fronte patriottico ruandese arriva ad assicurarsi l’impunità più totale” (in “Les risques du metier Trois décennies comme ‘chercheur-acteur’ au Rwanda et au Burundi”, L’Harmattan 2009).
Reyntjens indica quattro ragioni che spiegano perché la stampa internazionale, con rarissime eccezioni, non muove mai una critica al regime di Kigali: 1°) il modo con cui il Fronte patriottico ruandese di Paul Kagame gestisce l’informazione. Cioè fa vedere solo ciò che vuole; il suo messaggio in ogni momento è: “o con noi o contro di noi”; 2°) il “credito del genocidio”, che il regime sa sfruttare assai bene come “un’arma ideologica che permette di acquisire e mantenere lo statuto di vittima e dunque di beneficiare dell’impunità”; 3°) il senso di colpa che è proprio della comunità internazionale per non essere intervenuta al momento del genocidio; 4°) il fatto che, per i molti che dapprincipio hanno guardato con simpatia al regime, è diventato poi difficile riconoscere la propria ingenuità. In ogni caso, quel che è grave è presentare “come un modello per l’Africa” quello che è, secondo Reyntiens, “un regime profondamente criminale”. Chi, per calcolo, ignoranza o simpatia, sostiene ciecamente il regime ruandese si assume la gravissima responsabilità di rafforzarlo nella convinzione che ogni cosa gli sia permessa.
Del resto, si pensi solo al fatto che il Tribunale penale internazionale per il Rwanda, che ha il mandato di indagare e giudicare i crimini commessi durante l’anno 1994 in Rwanda, pur avendo raccolto già da 10 anni le prove di crimini commessi anche dal Fronte patriottico, e non solo dagli Interhamwe, non ha ancora assolto a questo mandato neppure in un caso. Carla Del Ponte, procuratore generale del Tribunale per pochi anni, ci aveva provato, e di conseguenza è stata fatta mettere alla porta dal segretario generale dell’Onu su pressione di Paul Kagame nel 2003. Quanto all’attuale procuratore generale, Hassan Jallow, lo scorso 14 agosto ha ricevuto l’ennesima lettera di protesta da parte del direttore esecutivo di Human Rights Watch. “Sarebbe una mancanza di giustizia, e non soltanto una giustizia del vincitore – gli ha scritto Kenneth Roth -, se voi non portaste avanti le inchieste in modo energico anche nei confronti degli alti responsabili del Fpr per il fatto che essi attualmente sono alti funzionari o capi militari nel Rwanda”.
Se spingere Kigali a democratizzare la vita politica nazionale proprio non si può, allora l’alternativa che molti temono, e che qualcuno vede come probabile, è che, nel Kivu, si arrivi, per esasperazione, ad una rivolta contro la componente tutsi congolese da parte dei giovani hutu autoctoni, stanchi di assistere allo strazio della propria gente, di ritrovare le proprie donne violentate e rese sterili, di subire passivamente l’avanzare della colonizzazione della loro regione, con la progressiva acquisizione di sempre nuove terre da parte della minoranza congolese ruandofona (soprattutto tutsi), da anni favorita dalle varie “quinte colonne” ruandesi presenti nell’Est, e nell’acquiescenza o complicità di buona parte della propria classe politica e delle forze armate. Insomma, un nuovo bagno di sangue.
La drammatica previsione che lo strapotere dell’attuale regime di Kigali porti ad una rivolta nell’est del Congo, trova un’eco inaspettata in un’altrettanto drammatica previsione che un conoscitore profondo del Rwanda, il già citato Filip Reyntjens, ha avanzato nei primi mesi del 2009 rispetto al futuro del “paese delle mille colline”. Il regime di Kigali – ha scritto - “è fonte di una grande violenza strutturale, per cui si sa che, un giorno o l’altro, sfocerà in una violenza acutissima. Provo lo stesso sentimento di apprensione che avevo provato prima del 1994. L’esclusione e la marginalizzazione della maggior parte della popolazione – e non solo degli hutu – creano e rafforzano frustrazioni, risentimenti e odi. Malgrado le apparenze di sicurezza, di ordine e di progresso, il Rwanda è un vulcano che aspetta la sua eruzione”.
Nel concludere queste note, osservo che naturalmente è possibile fare anche un’altra previsione. Cioè che i segnali di risveglio della comunità internazionale diano vita ad una politica effettivamente lungimirante, e che gli stessi “piani” americano e francese siano declinati nel loro versante più positivo, riequilibrando la condizione di vassallaggio a cui è stato spinto l’est del Congo da quindici anni a questa parte. Che vadano avanti i progetti come il Congo conflict minerals Act, in discussione al Congresso Usa, per mettere fine allo sfruttamento incontrollato dei minerali congolesi, e che un’analoga iniziativa, annunciata il 15 giugno dalla segretaria esecutiva della Conferenza internazionale sulla Regione dei Grandi laghi, di istituire un meccanismo di autenticazione per tutti i minerali provenienti dall’est della RdC, faccia veramente sul serio. Che l’attuale vice-comandante dell’esercito congolese in Nord Kivu, gen. Bosco Ntaganda, venga arrestato, come molti altri militari che hanno operato nell’Est e che hanno rubato e stuprato, e paghino per i loro crimini (la discussa legge di amnistia non dovrebbe favorire l’impunità…). Che il presidente Kabila esca da troppe ambiguità e smetta di imbavagliare la stampa come ha preso a fare dopo le critiche ricevute per l’improvvisa e segreta alleanza militare con Kigali. Che la legge in via di applicazione per il decentramento e il federalismo nella RdC serva non già a creare zone franche a vantaggio della comunità ruandofona e degli esclusivi interessi ruandesi, ma piuttosto a sviluppare, con le elezioni locali, forme nuove di partecipazione dei cittadini e di risanamento della politica locale (il 14 luglio è stato firmato, in questo senso, un protocollo d’intesa tra il Ministero del Decentramento e la Conferenza episcopale nazionale). E così via. E’ possibile che tutto questo accada. Ma all’ottimismo della volontà deve affiancarsi il pessimismo dell’intelligenza…
Piuttosto, c’è forse ancora un’altra possibilità. Che quei giovani di cui sopra, invece di cedere alla esasperazione e usare sciaguratamente la violenza contro gente innocente, che è solo favorita dal potere del più forte, e d’altronde senza attendere passivamente che le cose in qualche modo si vadano mettendo per il meglio, scelgano la via dell’impegno personale, della lotta politica, del riscatto nazionale, della ritrovata dignità patriottica, di una rivoluzione dal basso il più pacifica possibile e che rifiuti di discriminare tra un’etnia e l’altra. Anche questo, a volte, sembra di cogliere nelle parole e nei pensieri che circolano tra la gente del Kivu e nella diaspora.
Giampiero Forcesi
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