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“UN AVENIR FRAGILE”. OXFAM INTERNATIONAL, FEBBRAIO 2007. Introduzione Nel 2006 il popolo congolese, affrontando uno scetticismo profondo e molto diffuso, si è recato alle urne per partecipare ad una delle elezioni più importanti della storia africana. Questo voto ha messo fine a più di 40 anni di cattiva amministrazione e di guerra civile. All’inizio del 2007, malgrado le minacce continue alla sua stabilità, la Repubblica Democratica del Congo, ha davanti a sé un periodo che dovrebbe offrirgli delle opportunità senza precedenti, a condizione che nei mesi prossimi vengano prese decisioni politiche appropriate. La Missione dell’ONU nella RDC (MONUC) ha sostenuto il governo congolese nel corso del processo di transizione politica. Ha contribuito alla riuscita delle elezioni e ai successivi atti istituzionali. L’importanza del processo elettorale, però, non dovrebbe fare ombra al ruolo cruciale giocato dalla MONUC per portare la sicurezza nella RDC. Grazie alla sua presenza militare e alle sue operazioni, la MONUC ha potuto ripristinare la stabilità in vaste regioni di questo paese devastato dalla guerra; cosa che ha consentito di ridurre gli episodi di violenza organizzata contro i civili, di migliorare l’accesso agli aiuti umanitari e di promuovere le attività economiche. Non c’è dubbio che, senza una presenza forte ed efficace della MONUC, la relativa stabilizzazione delle condizioni di sicurezza potrebbe rapidamente venir meno e minacciare tutta la regione. I responsabili della MONUC, gli agenti umanitari e i civili che sono stati vittime della violenza mettono in guardia la comunità internazionale sulle conseguenze umanitarie catastrofiche che una riduzione prematura delle forse della MONUC potrebbe generare. “Se la MONUC chiuderà la sua base e metterà fine ai suoi pattugliamenti, noi prenderemo i nostri battelli e ce ne andremo in Uganda”, dichiarano i capi delle comunità nell’Ituri, nell’Est della RDC. “Noi non saremo in condizioni di sicurezza, qui. Non ancora”. (Si tratta di due villaggi sul Lago Alberto). Malgrado il fatto che 46.000 combattenti (su un totale di 130.000) sono stati già integrati nel nuovo esercito nazionale, è ben chiaro che le FARDC (Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo) non sono in grado di difendersi – né di difendere i civili che avrebbero il dovere di proteggere – contro i capi delle milizie, i ribelli stranieri, le forze di difesa locali, o altri soggetti in armi. Gli attacchi contro le forze governative che si sono avuti nel Nord Kivu nel novembre 2006 ci hanno ricordato ancora una volta che, senza il sostegno reale della MONUC, l’esercito congolese è del tutto incapace di impedire la presa di importanti centri abitati, come ad esempio Goma. Sottopagati, sottoalimentati, mal equipaggiati e mal diretti, soldati delle FARDC restano, in tutte le province dell’Est, la principale causa di insicurezza nella RDC; sono responsabili di più dell’80% di tutte le violazioni dei diritti umani commessi contro i civili. Accuse simili riguardano allo stesso modo altri corpi delle forze di sicurezza (compresa la polizia) e gli ex-combattenti smobilitati che continuano a usare la violenza come mezzo di sopravvivenza. Per definizione, la maggior parte delle forze di sicurezza che dovrebbero proteggere le popolazioni civili dalle numerose minacce sempre presenti nella RDC non sono capaci – o non sono messe in grado – di portare a compimento questa missione. (…) Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU deve assicurarsi che gli sforzi straordinari che sono stati realizzati dal popolo congolese per fare entrare il loro paese in un nuova era non vengano ricompensati con un approccio “lascia e vai” di disimpegno immediato da parte della comunità internazionale. Al contrario, il Consiglio di Sicurezza deve, con i principali Stati membri, tr cui gli Stati Uniti, rendere prioritarie le seguenti azioni: - Mantenere le attuali forze della MONUC in modo che possano contribuire a proteggere la popolazione civile contro l’insicurezza e i terribili abusi a cui essa è soggetta. Continuare a ricorrere all’utilizzo della forza per proteggere i civili, ma approfittare della possibilità di revisione del mandato per prendere misure relative al miglioramento dell’efficacia operativa della MONUC. - Legare esplicitamente la strategia del ritiro a lungo termine della MONUC, da una parte, ad un’evoluzione reale e dimostrabile della riforma del settore della sicurezza, a cominciare da una netta riduzione degli abusi commessi dalle stesse forze di sicurezza, e, dall’altra parte, alla capacità minima dei settori militare, di polizia e giudiziario nel difendere la popolazione contro le minacce interne ed esterne. - Assicurarsi che le forze militari attuali della MONUC si dedichino prioritariamente alla protezione dei civili e che i Caschi blu dispongano di una definizione più chiara di ciò che significa “protezione”, di migliori istruzioni operative e di mezzi più efficaci per tradurre il concetto di protezione in azioni concrete sul terreno. - Garantire al nuovo governo congolese il sostegno totale della MONUC nei confronti delle nuove procedure e istituzioni democratiche e della promozione e protezione dei diritti umani. Offrire un sostegno strategico e operativo al nuovo governo sovrano nella sua lotta contro lo sfruttamento illecito dei minerali e contro il commercio illegale di armi. Non c’è bisogno di dire che il popolo congolese ha diritto di vedere che i suoi enormi sacrifici non sono stati vani e che la comunità internazionale è pronta a collaborare con il suo nuovo governo per aprire un avvenire migliore nella RDC. (…) “In numerosi luoghi del Paese, e soprattutto nell’Ituri, nel Kivu e nel Katanga, il popolo congolese è continuamente minacciato, ogni giorno, da atti di violenza, di estorsione, di abuso sessuale, di tortura o di morte perpetrati da centinaia di migliaia di combattenti armati. Si stima che, a partire dall’agosto 1998, circa 4 milioni di civili sono deceduti in seguito al conflitto, il che rappresenta il bilancio più devastante tra tutti i conflitti armati dopo la Seconda Guerra mondiale. (cfr. The Lancet 367, 2006). Se certi indicatori mostrano che queste tendenze sono reversibili, ciò sarà possibile solo se impegni politici e finanziari solidi saranno presi dal nuovo governo congolese e dalla comunità internazionale.” “E’ un fatto risaputo da tutti che, in tutte le province dell’Est, i soldati delle FARDC (l’esercito nazionale congolese) fuggono il nemico ogniqualvolta vengono attaccati e si liberano regolarmente delle loro uniformi per mescolarsi alla popolazione civile. In certi casi, le funzioni di comando e di controllo sono inesistenti, i comandanti non sono al corrente dei movimenti o delle operazioni delle loro truppe”. “Il “brassage” è solo una parola. Non significa niente quando si guarda in faccia la realt”, lo ha ammesso un comandante delle FARDC. “In assenza di truppe dell’esercito nazionale capaci di compiere la loro missione, soldati della MONUC hanno dovuto spesso incaricarsi di difendere zone strategiche. L’esempio recente del generale dissidente Lauent Nkunda, che ha tentato di attaccare la città di Goma nell’Est del paese, illustra a che punto l’esercito è dipendente dalla MONUC. ‘Il battaglione indiano della MONUC era la sola presenza tra Nkunda e Goma. Senza di loro Goma sarebbe caduta’”, ha affermato un responsabile delle Nazioni Unite a Goma (Dichiarazione del dicembre 2006). “I salari mensili attuali (dei soldati dell’esercito) sono di 25 dollari, e ‘assenza totale di aiuto sociale e di cure sanitarie per i soldati si traduce mediamente nella morte di 15-20 di loro per ciascuna Brigata e per ogni mese” (E i salari vengono pagati un po’ più regolarmente solo per l’intervento di un nuovo sistema di pagamento, che arriva direttamente ai soldati, finanziato dall’Unione Europea). “I tribunali e i magistrati sono in numero insufficiente. Nella RDC solo una prigione, su un totale di 145, dispone di un budget per dar da mangiare ai suoi detenuti.”. La riforma del settore della sicurezza è una priorità del nuovo governo. Ma è necessario che un soggetto esterno ben definito (MONUC o Unione Europea) sia destinato a gestire il coordinamento dell’aiuto dei donatori internazionali per portare avanti il processo di riforma del settore della sicurezza. Il carattere temporaneo del mandato attuale della MONUC non è appropriato per assicurare questo coordinamento strategico, che si pensa debba durare 15-20 anni. Uale protezione deve assicurare la MONUC? “L’inazione della MONUC di fronte ai violenti attacchi di Nkunda a Bukavu nel 2004, a Rutshuru nel 2005, o a Sake nel 2006, è sempre citata dai civili del Nord e del Sud Kivu come un esempio dell’incapacità della comunità internazionale a proteggerli contro la violenza. Questi incidenti (!) contrastano fortemente con il buon risultato della MONUC avutosi con la dimostrazione di forza data dai suoi battaglioni nel novembre 2006 quando Nkunda ha tentato di prendere la città di Goma o quando la MONUC ha dovuto affrontare la minaccia costituita dalle milizie nell’Ituri”. “Una messa in opera più sistematica del mandato di protezione della MONUC sarebbe necessario per guadagnarsi la fiducia della popolazione”. (…) Lo scorso 15 febbraio le Nazioni Unite hanno iniziato il processo di rinnovo del mandato della MONUC. C’è il rischio che, se non viene mantenuto l’impegno della MONUC al livello attuale, ed anzi rafforzato per migliorarne l’efficacia operativa, il Congo rischia di andare incontro ad una ripresa generalizzata dei combattimenti, vanificando del tutto i positivi risultati acquisiti con le storiche elezioni del 2006. La MONUC è la più importante missione delle Nazioni Unite, con circa 17.000 uomini. La guerra ha devastato la RDC dal 1998 al 2003, con un insicurezza generalizzata nell’Est del paese. La missione ONU è iniziata nel 1999 dopo i primi accordi di pace firmati a Lusaka, in Zambia nello stesso anno. Tra il governo transitorio unitario della RDC e ONU si stabilì un programma congiunto che prevedeva il disarmo, la smobilitazione e la reintegrazione, per poi arrivare alle elezioni. Alcuni investigatori della MONUC hanno scritto che nell’Ituri tutti i gruppi armati hanno integrato bambini nei loro ranghi. Almeno il 40% di ogni milizia è composto da ragazzi sotto i 18 anni, con una significativa minoranza sotto i 15 anni di età. L’indagine della MONUC ha accertato che l’esercito ugandese e quello ruandese hanno spesso addestrato bambini rapiti e reclutati, a forza o meno, dalle milizie operanti nella RDC. La Missione ha documentato casi in cui centinaia di bambini sono stati portati via-terra e via-aria in Uganda o Ruanda per l’addestramento militare. Come ha scritto la Ong Survivors Rights International nel dicembre 2005 la violenza sessuale è, nella RDC, un’epidemia nazionale, che ha contagiato tutte le fazioni militari e sembra essere autorizzata dai comandi militari ad ogni livello. |









