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Violenze sulle donne in Congo, Islande racconta La lotta contro le violenze perpetrate alle donne, e soprattutto la lotta contro l'impunità che protegge gli autori di queste violenze è stato il tema centrale della Giornata Internazionale della donna che si è svolta in Congo, R.D.C. COOPI è una ONG italiana che opera in campo internazionale e che, tra gli altri progetti, fa di questa lotta in Congo, principalmente nell'Est del Paese, uno dei suoi cavalli di battaglia. Riportiamo di seguito l'intervista apparsa sul bollettino informativo della MONUC (Missione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite in Rep. Dem. del Congo) ad Islande Georges Cadet, coordinatrice degli interventi psicosociali di COOPI, che racconta come sono organizzati gli aiuti per le donne vittime di tale flagello.
Islande, Lei coordina le attività di COOPI a Bunia, nell'Ituri... quali sono i settori nei quali intervenite? Il primo intervento di COOPI nella Repubblica Democratica del Congo risale agli anni '70. All'inizio, l'azione di COOPI in R.D.C. era principalmente circoscritta nelle regioni del Kivu, nell'Est del Paese. A partire dal 2000 e tenuto conto delle necessità umanitarie, le attività di COOPI si sono estese nelle altre regioni coinvolte dai conflitti, con lo scopo di avviare programmi d'urgenza per sostenere la popolazione sfollata e le vittime della guerra. Oggi COOPI interviene nell'Ituri con diversi programmi, tra cui il programma psicosociale d'urgenza in favore delle vittime di violenze sessuali (finanziato da UNICEF e USAID), il Programma di Smobilitazione e Reinserimento delle bambine associate ai gruppi armati e di altre categorie di ragazze vulnerabili (ragazzine costrette a prostituirsi, giovani donne capofamiglia e ragazze-madri, bambine in condizioni di estrema vulnerabilità ), e il programma sanitario d'urgenza a favore delle donne e delle vittime di violenze sessuali nelle zone di Drodro, Fataki, e Jiba (UNDP). Vi è anche un programma d'urgenza per la salute riproduttiva delle donne e delle vittime di violenze sessuali nelle zone di Lita e Linga (UNDP e PNUD), oltre a un progetto medico nutrizionale che copre l'intera regione dell'Ituri (ECHO). In particolare lei segue i programmi che riguardano la spinosa questione delle violenze subite dalle donne, tra cui le violenze sessuali... come vi rapportate al problema?
Come sottolinea, si tratta certamente di una questione spinosa, ed è per questo che il nostro intervento poggia su alcuni principi chiave, come la discrezione, la non discriminazione e la confidenzialità . Tutto ciò costituisce la nostra forza sul campo. Se le vittime si sentono ascoltate e calate in un contesto di fiducia, vengono più facilmente a chiedere aiuto. Le strategie si basano essenzialmente sulla sensibilizzazione e sulla partecipazione comunitaria. L'attività di sensibilizzazione avviene soprattutto attraverso le associazioni locali, e le vittime identificate sono prese in carico dai nostri operatori. L'intervento posa poi su quattro pilastri. Anzitutto, gli operatori psicosociali accolgono le beneficiarie grazie all'attività di accompagnamento, e quando le vittime presentano dei sintomi o dei traumi evidenti le assegnano ad uno psicologo. Segue la visita medica, dove particolare urgenza è attribuita ai casi di ragazze che hanno subito violenze entro le 72 ore precedenti. Questi casi ricevono una profilassi post-esposizione, con la somministrazione di farmaci antiretrovirali per la riduzione dei rischi di trasmissione dell'HIV/AIDS. La terza fase prevede il sostegno socio lavorativo per l'aspetto di risocializzazione della vittima, che riceve anche un aiuto economico; infine, viene fornito supporto legale e giuridico grazie ad accordi di partenariato sul campo. Abbiamo recentemente visitato uno dei vostri centri, a Kpwandroma, che ospita le donne vittime di violenze sessuali... c'è una ragione particolare per cui avete scelto questa regione?
Nel giugno 2003, COOPI ha condotto un'indagine sociale che ha portato alla luce una situazione segnata da violenze sessuali perpetrate nei confronti delle donne. Bisogna inoltre ricordare che durante i conflitti, la violenza sessuale è stata spesso utilizzata come una vera e propria arma di guerra. L'équipe di COOPI ha dunque identificato le zone con un'alta incidenza di violenze sessuali, tra quelle che sono state teatro dei conflitti armati e/o comunque più esposte, a causa della loro localizzazione vicino alla frontiera. Abbiamo iniziato con l'accoglienza delle vittime e, dopo 2-3 anni di interventi sul campo e attività di sensibilizzazione della comunità , abbiamo introdotto poco a poco il tema delle violenze legate al genere; e così nella fase attuale, abbiamo aperto quattro centri di promozione della condizione femminile dove lo staff riceve tutti i casi di violenze legate al genere, nelle quali sono inclusi anche i casi di violenze sessuali. I centri sono situati a Bunia, Kasenyi, Mahagi e Kpwandroma. Potete farci un bilancio della situazione?
Dall'agosto 2003 fino al marzo 2006, gli operatori hanno identificato 8.957 casi di violenze sessuali in Ituri. Nella nuova fase, vale a dire dall'aprile 2006 a febbraio 2007, abbiamo accolto e gestito 5.492 casi di violenza. L'età delle vittime varia, da pochi mesi a 80 anni (recentemente, abbiamo preso in carico un bambino di 8 mesi), mentre i minori di età inferiore a 18 anni rappresentano circa il 55% dei casi recensiti. Di questi, negli ultimi 11 mesi, il numero dei casi identificati equivale a più di un caso e mezzo, ossia rappresenta il 163% della media annuale registrata nei tre anni precedenti (di 3.359 casi identificati/per anno). Quando consideriamo queste cifre, possiamo affermare che il nostro intervento dal 2003 ha effettivamente contribuito a cambiare la mentalità nei confronti delle violenze sulle donne. In seguito all'attività di sensibilizzazione, le vittime escono dal loro silenzio e cercano le cure. Allo stesso modo, ci si rende conto che la maggior parte dei casi identificati recentemente non può essere attribuita esclusivamente ai conflitti armati, e che quindi l'impunità gioca un ruolo importante nell'incentivare le violenze.
Da quando COOPI lavora con le donne vittime di queste violenze, cosa si è evoluto positivamente, e cosa bisogna ancora cambiare?
Ciò che è concretamente migliorato con l'intervento di COOPI, è il riguardo della comunità nei confronti delle vittime. All'inizio, la comunità considerava le persone violentate come delle colpevoli. Le ragazze erano stigmatizzate, rifiutate dalle loro famiglie e dalle loro comunità . Oggi sono invece considerate come delle "vittime", che necessitano di cure. Grazie ai momenti di condivisione i coniugi si sono riconciliati e le vittime ritornano alla loro vita domestica, le bambine ritornano a casa e a scuola, e la comunità comincia ad accettare i bambini nati da una violenza. I casi di violenza entro le 72 ore sono riferiti dai capi delle comunità affinché ricevano la profilassi post-esposizione. Il meccanismo di rigetto, basato sull'idea cieca di negazione della realtà , è nettamente diminuito in seno alla comunità . I leader comunitari partecipano alle attività di sensibilizzazione. La popolazione comincia a comprendere l'ampliarsi del problema e l'urgenza di fronteggiarlo. Durante le sedute di dibattito, la comunità comincia ad attaccare certi tabù o costumi legati alle violenze sessuali e/o alle violenze di genere; ugualmente, comincia a partecipare alla riabilitazione psichica delle vittime. Le violenze domestiche cominciano a essere identificate come tali. Ciò che invece vorremmo ancora migliorare è il rafforzamento delle attività di prevenzione, la partecipazione di tutti i gruppi della comunità nella presa in carico delle vittime di violenze sessuali e, come grande sfida, quella di mettere fine all'impunità degli aggressori. Al momento, quest'ultimi circolano liberamente e le vittime non si sentono ancora al sicuro; tutto ciò genera diffidenza nei confronti dell'apparato giudiziario e la persistenza di certi sintomi di carattere psicologico. Il mese di marzo è considerato come il mese della Donna, c'è un messaggio particolare che vorresti lanciare in rapporto al lavoro che svolgete?
Se c'è un messaggio che ci piacerebbe indirizzare a tutti per il mese di marzo, è di unirci per far valere effettivamente i diritti della Donna; perché la fioritura e la pienezza di una donna ha delle ripercussioni favorevoli su tutti i membri della sua famiglia in particolare, e della comunità in generale. E' evidente che non si tratta di una questione femminile, perché è affare di tutti: uomini, donne, bambini, comunità e nazioni. Ne va della sopravvivenza stessa della nostra gente. In questo caso, i media possono aiutarci a sensibilizzare la popolazione sui modi di combattere non solamente le violenze sulle donne, ma tutti i tipi di violenze. Non bisogna mai dimenticare che molte vittime di violenze sessuali subiscono nel lungo periodo, isolate e in silenzio, le conseguenze di questi atti. |