Home

Menu Principale

Il conflitto su Wikipedia

Conflitto
Per aggiungere questo sito fra i preferiti (solo IE) clicca qui
Africa

Designed by:
SiteGround web hosting Joomla Templates
Congo Attualità 102 PDF Stampa E-mail

Come risulta dal rapporto presentato ai primi di dicembre dal gruppo degli esperti per la RDCongo al Consiglio di Sicurezza, l’attuale operazione militare condotta dall’esercito congolese con l’appoggio della Monuc (Missione dell'Onu in RDC) contro le Fdlr è stata un clamoroso fallimento, in quanto non solo non è riuscita a smantellare la struttura militare del movimento ribelle, ma ha addirittura contribuito a peggiorare la crisi umanitaria del Nord e Sud Kivu.

La lunga e dolorosa serie di massacri, stupri, incendi di villaggi, sequestri, furti, saccheggi… di cui è vittima la popolazione civile del Kivu è ormai nota a tutti e non fa che aumentare. Notizie di ultim’ora informano dell’uccisione di P. Daniel Cizimya, sacerdote congolese della parrocchia di Kabare, nei pressi di Bukavu (Sud Kivu) e di suor Denise, una suora congolese dell’Abbazia di Clarté de Dieu, a Murhesa, sempre a pochi chilometri da Bukavu. Gli autori di tali omicidi sono uomini armati non identificati. Già il 2 ottobre, un gruppo di uomini in uniforme militare e armati avevano attaccato la parrocchia cattolica di Ciherano, al sud di Bukavu e il 4 ottobre furono saccheggiati il convento dei fratelli Maristi di Nyangezi e l'internato del gruppo scolastico Weza da loro gestito.
Come si potrà constare, probabilmente non si tratta più di casi isolati di banditismo e bisognerà chiedersi se ciò non faccia parte di un piano prestabilito, quello di colpire e destabilizzare le forze vive della società, cominciando dalla chiesa, per portare a termine progetti criminali inconfessabili. E anche se si trattasse solo di atti di banditismo selvaggio, c’è da chiedersi a chi essi giovano, dal momento in cui la giustizia non sa, o non vuole, trovarne i responsabili.

La situazione è complessa, perché l’Onu e la Comunità Internazionale non sono riuscite a dare una risposta radicale alla crisi della regione dei Grandi Laghi o, addirittura, sono proprio loro che l’hanno provocata e alimentata. La crisi si snoda attorno al controllo dello sfruttamento illegale delle risorse minerarie della RDCongo (cassiterite, coltan, oro, wolfram, petrolio e gas metano), in cui sono implicate note multinazionali e società minerarie occidentali con sede in Europa, Canada, Stati Uniti e Asia.
Per dividersi tra loro la gustosa torta mineraria del Congo, occorreva trovare chi la tagliasse in fette. Per non sporcarsi le mani di sangue, le multinazionali e i governi occidentali loro sottomessi hanno affidato lo sporco compito ai Paesi limitrofi, soprattutto il Rwanda e l’Uganda, le cui note mire espansioniste sul territorio congolese sono utilizzate per destabilizzare la RDCongo, in vista di una nuova configurazione geografica che veda il sorgere di stati-nani, ciascuno controllato da corrispettive multinazionali. L’attuale cosiddetto “ritorno” massiccio e irregolare di “rifugiati congolesi” dal Rwanda sembra coprire un’occupazione militare del Kivu già in corso mediante le operazioni militari Umoja Wetu e Kymia II e si inserirebbe proprio in tale dinamica. In questa immane tragedia, appare evidente anche la complicità interna, offerta da una piccola elite politica, militare ed economica.

Spetta a tutto il popolo congolese e alla Società civile, in particolare, far pressione con i mezzi della non violenza attiva sui suoi rappresentanti in Parlamento e sui suoi governanti, affinché la politica, l’esercito e l’economia del Paese siano sempre più al servizio della pace e dell’unità del Paese. I 5 milioni di vittime innocenti e la schiera dei martiri, fra cui Mons. Christophe Munzihirwa, Mons. Emmanuel Kataliko, Pascal Kabungulu, Serge Maheshe, Didace Namujimbo, Bruno Koko Chirambiza, P. Daniel Cizimya e Suor Denise Kahambo, ci indicano la strada da percorrere e ci accompagnano nel nostro cammino.


UN SACERDOTE E UNA RELIGIOSA ASSASSINATI NEI PRESSI DI  BUKAVU (SUD KIVU) 

Il Padre Daniel Cizimya è stato ucciso nella notte dal 5 al 6 dicembre verso le 2h00 del mattino, da uomini armati non diversamente identificati, nella casa parrocchiale di Kabare, a una ventina di chilometri a nord-ovest di Bukavu. 
Suor Denise Kahambo Murahirwa è stato uccisa il 7 dicembre verso le 19h30 locali, da uomini armati in uniforme, al monastero Nostra Signora della Luce di Muresha, situato a 20 chilometri dalla città di Bukavu, in territorio di Kabare.   

L’11 dicembre, il clero di Bukavu ha consegnato un messaggio al Presidente Joseph Kabila. Secondo i firmatari del messaggio:
- Le uccisioni di P. Daniel CIZIMYA a Kabare e di Suor Dénise Kahambu a Murhesa si inseriscono in una lunga serie di attacchi diretti, negli ultimi due mesi, contro ecclesiastici e religiosi: a CIHERANO il 3 ottobre, a NYANGEZI il 5 ottobre, all'ospedale di Mukongola e a KARHALE.
- La popolazione del Sud Kivu è sotto shock, perché con tali crimini si è preso di mira la chiesa cattolica: gli ecclesiastici (Preti, Religiosi e Religiose) sarebbero considerati come i testimoni imbarazzanti di tutte le violazioni dei diritti umani massicciamente perpetrate nel Sud Kivu.
- In città e in campagna, molte persone passano la notte senza la speranza dell'indomani.
- Le strade e i villaggi sono presi d’assalto da persone armate in tenuta militare "non diversamente identificate".
- La cultura dell'impunità conduce solo alla pace dei cimiteri e favorisce coloro che sono in possesso di armi.  
- La rivalità di comando e la disparità di trattamento nei confronti delle diverse unità dell’esercito nazionale, per quanto riguarda questioni di salari e di logistica, covano una tensione che potrebbe esplodere in ogni momento. Per rimediare a tali inconvenienti, si propone l'unificazione del comando militare a livello provinciale e un equo trattamento nei confronti delle varie unità militari.
- La partecipazione di certi militari, provenienti dal Cndp, all’operazione Kymia II contro le Fdlr non rassicura la popolazione che ben ricorda le atrocità subite nel 2004, all'epoca dell'occupazione della città di Bukavu per opera di Nkunda e Mutebusi.  
- Molti crimini e violazioni dei diritti umani sono attribuiti a certi militari dell’esercito nazionale dispiegati nel Kivu. Sarebbe quindi auspicabile accasermare e identificare tutti i militari, per evitare la circolazione incontrollata di uomini armati in uniforme militare e non diversamente identificati. 
- I servizi di sicurezza non sembrano essere all'altezza del loro compito, dal momento in cui non sembrano sapere anticipare gli avvenimenti e intervenire in tempo. La polizia provinciale farebbe di più se fosse meglio attrezzata e  organizzata.  

Già il 6 dicembre, in un primo messaggio, Mons Pierre Bulambo Lunanga, Vicario Generale della diocesi di Bukavu, scriveva: "Arriveremo a sapere, un giorno, che esistono dei legami tra i malviventi e coloro che assicurano la sicurezza sul territorio?… Una guerra d'usura è visibilmente in corso, ma invece di annientarci, essa suscita in noi nuove energie… Si tratta di fatalità o di ipocrisia da parte di coloro che vogliono stancarci per meglio dividerci e terrorizzarci?… Alle Autorità congolesi diciamo che le persone sono stanche di gridare e di morire!… Alle popolazioni congolesi diciamo che nessuno ci porterà la pace senza di noi. Malgrado le intimidazioni, sappiamo che i nostri villaggi ci appartengono e che dobbiamo proteggerli e imparare a viverci. Malgrado tutto, facciamoci coraggio!".

Al funerale del P. Daniel Cizimya celebrato sulla spianata della cattedrale di Bukavu erano presenti circa 150 preti, oltre 5.000 cristiani, compresi gli studenti di alcune scuole e università.
Nell’omelia, il vescovo Mons. François Xavier Maroyi ha affermato con forza: «La Chiesa si inginocchia solo davanti all'Eucarestia e non davanti a un fucile. Quindi se qualcuno pensa di metterla in ginocchio ammazzando preti e suore, ha certamente sbagliato». 

In una conferenza stampa presso il centro diocesano Lindonge, a Kinshasa, Mons. Laurent Monsengwo Pasinya, ha affermato che gli ultimi casi di violenza registrati a Bukavu contro personalità ecclesiastiche dimostrano che essi sono diretti intenzionalmente contro la chiesa cattolica nella sua missione di pace e di riconciliazione. Egli ha concluso: "Chiediamo allo Stato congolese e alla Monuc, a ciascuno per ciò che lo riguarda, di prendere delle misure veramente efficaci per arrestare la scalata della violenza, identificare i colpevoli, giudicarli secondo la legge e assicurare la protezione dei beni e delle persone".   

“Gli atti di violenza contro i religiosi vanno al di là di ogni comprensione”, dichiara padre Jean-Paul Bahati, missionario barnabita a Bukavu. "Ignoriamo chi sono gli autori di tali crimini e per quale ragione agiscono così, ma abbiamo l'impressione che si tratti di azioni pianificate, per seminare il terrore e il caos, perché quando si uccide un pastore, le pecore si perdono", precisa il missionario congolese.  

Il vice-governatore del Sud Kivu, Jean Claude Kibala, deplora tali uccisioni che qualifica di astuzia da parte degli assalitori (i ribelli delle Fdlr - ndr) per istigare la popolazione contro i militari, la polizia e le autorità.    

Questa spiegazione non convince la chiesa locale che sospetta invece alcune fazioni dell'esercito nazionale. Quest'ultimo è una "giustapposizione di forze che si odiano, ciascuna cercando i propri interessi", spiega il P. Justin Nkunzi, responsabile della commissione Giustizia e Pace del Sud-Kivu. Il dubbio non è più permesso: è la chiesa cattolica che è presa di mira nel Sud-Kivu. La chiesa del Sud Kivu, come la sua gemella del Nord-Kivu, ha pagato un caro prezzo durante gli anni della guerra. Ciò che si vuole è indebolire e stroncare il suo ruolo di portavoce delle vittime. "La chiesa è l'unica istituzione a fare da contrappeso. Alcuni vorrebbero implicarla nella logica delle armi, ma essa resterà fedele alla sua missione", spiega il P. Nkunzi.    


UN RAPPORTO DELL'ONU 

All'inizio di novembre, il gruppo di esperti dell'ONU incaricato di sorvegliare l'embargo sulle armi a destinazione dei gruppi armati ancora attivi in RDCongo, ha trasmesso al Consiglio di Sicurezza un rapporto non ancora reso pubblico.   
In tale rapporto, gli esperti affermano che "le operazioni militari condotte contro le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR), i ribelli hutu rwandesi ancora presenti nell'est della RDCongo, non sono riuscite a smantellare le strutture politiche e militari dell'organizzazione", che continua a reclutare nuovi membri e si è reinstallata in numerose zone da cui era stata allontanata in seguito alle recenti offensive militari.  
Secondo il rapporto, le FDLR hanno intessuto una "rete regionale e internazionale di finanziamento e di sostegno a loro favore" e sono riuscite ad esportare minerali fino in Europa o negli Emirati per procurarsi le armi e far fronte a ogni tentativo di neutralizzarle. Gli esperti citano compagnie britanniche, tailandesi e della Malesia che acquisterebbero minerali provenienti da miniere controllate dai ribelli.    
Secondo gli inquirenti delle Nazioni Unite, le FDLR si sono potuti rifornire in armi e munizioni soprattutto grazie a contatti con ufficiali dell'esercito congolese - che li ha sostenuti durante molto tempo - e hanno stretto alleanze strategiche con altri gruppi armati.    L'esercito di Kinshasa appare come la "principale fonte di armi e munizioni destinate alle FDLR" . Sempre secondo gli esperti, alcune unità congolesi hanno ostacolato il lavoro della Monuc per smobilitare e rimpatriare dei membri delle FDLR; altre hanno addirittura avvertito i combattenti ribelli del loro arrivo sparando in aria, per dare loro la possibilità di fuggire. 
Secondo il rapporto, le FDLR si autofinanziano mediante il commercio delle risorse naturali congolesi e il contributo della diaspora. Essi beneficiano di solidi appoggi in Burundi e Tanzania. L'Uganda e il Burundi sono i due paesi attraverso cui transita senza difficoltà l'oro del Kivu.  
Gli esperti sottolineano che le operazioni militari condotte in gennaio-febbraio da Kigali e Kinshasa e, in seguito, dall'esercito congolese col sostegno della Monuc, hanno "aggravato la crisi umanitaria" del Nord e Sud-Kivu. Parecchie centinaia di civili sono state uccise, molti villaggi saccheggiati e incendiati e centinaia di migliaia di persone hanno dovuto fuggire in seguito alle violenze.   
Convinto che il gruppo armato delle FDLR si indebolirebbe considerevolmente se fosse isolato dalla diaspora hutu ruandese, il gruppo di esperti deplora la mancanza di cooperazione dei paesi occidentali, tra cui Francia, Belgio, Gran Bretagna e Stati Uniti, in cui vivono i dirigenti politici del movimento, mantenendo contatti regolari coi combattenti in RDCongo.   Il gruppo invita tali paesi ad adottare un "approccio comune" nei confronti delle FDLR e raccomanda  loro di emettere dei mandati d’arresto contro i principali leader ribelli che vivono sul loro territorio.   

Gli inquirenti dell'ONU ritengono inoltre che l'integrazione nell'esercito nazionale delle truppe del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) di Laurent Nkunda non sia ancora effettiva. Benché oggetto di un mandato di arresto da parte della Corte Penale Internazionale (CPI) per crimini di guerra, il suo nuovo capo, Bosco Ntaganda, è vice comandante dell'operazione anti-FDLR nel Sud-Kivu.   
Per il rapporto, l'operazione congiunta, denominata Umja Wetu, condotta in gennaio-febbraio dall'esercito ruandese con la ribellione tutsi, il CNDP, il cui obiettivo doveva essere quello di combattere i ribelli hutu, in realtà spesso non è stata che una campagna militare per spopolare certe zone nei pressi di Walikale, per installare i ribelli alleati di Kigali in una zona particolarmente ricca in cassiterite, minerale da cui si ottiene lo stagno.   
Secondo il gruppo degli esperti, le operazioni militari hanno esacerbato la crisi umanitaria nei Kivu e hanno permesso agli ex ribelli del CNDP, integrati nell'esercito nazionale (FARDC), di estendere la loro influenza sull'intera regione.  
Gli esperti dell'ONU dichiarano che gli ex-ribelli del CNDP hanno mantenuto un sistema di tassazione che procura loro almeno 250.000 dollari al mese, continuano ad approfittare del commercio illegale di minerali verso Kigali e controllerebbero parecchi nascondigli di armi nei due Kivu. Più grave ancora, il rapporto indica chiaramente che durante operazioni militari e sotto il comando di Bosco Ntaganda, le unità CNDP integrate nell'esercito congolese si sono rese responsabili di massacri mirati, stupri e altre violazioni dei diritti dell'uomo. Il Gruppo degli esperti conclude che le attività del CNDP provocano gravi tensioni tra comunità etniche nel Nord-Kivu.    

Il rapporto affronta anche la problematica relativa allo sfruttamento delle risorse naturali della RDCongo.   Gli esperti constatano che il livello di esportazione fraudolenta di minerali verso i paesi limitrofi (Rwanda, Uganda e Burundi) è aumentato in modo significativo dal 2008 e particolarmente dal riavvicinamento tra Kinshasa e Kigali nel mese di gennaio 2009. 
Nel Sud Kivu, per quanto riguarda il traffico di oro, gli esperti denunciano l’implicazione dei numeri uno e due dell'esercito congolese nel Sud-Kivu, il generale Pacifique Masunzu e il colonnello Baudouin Nakabaka - già citati nella fornitura di armi alle FDLR.
Per il Nord-Kivu, gli esperti implicano "nel trasporto di minerali a suo nome", il numero due dell'esercito congolese nella provincia, il colonnello Etienne Bindu, figura già conosciuta dal mondo minerario del Kivu e "orchestratore-chiave del massacro" del 13 agosto 2009 a Bisié per il controllo di una delle più importanti miniere di cassiterite della regione. 
Il rapporto implica nel traffico di oro anche il gruppo armato Forze Repubblicane Federaliste (FRF), costituito da Banyamulenges, Tutsi del Sud-Kivu e segnala che il FRF aveva importanti contatti in Ruanda e in Burundi fino a settembre 2009, fino a quando il gruppo ha stretto nuove alleanze con le FDLR.   

Sulla Monuc, i relatori notano la contraddizione nel suo mandato che le chiede di proteggere i civili e appoggiare, nello stesso tempo, operazioni militari che hanno aggravato la situazione umanitaria della regione.    

Gli esperti si preoccupano anche della mancanza di rispetto, da parte di vari Stati, del loro obbligo di segnalare ogni invio di materiale militare all'esercito congolese. In particolare, sospettano di irregolarità alcuni carichi nord-coreani e cinesi.     Infine, per quanto riguarda la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Kigali e Kinshasa, gli esperti notano che si tratta, in realtà, di un riavvicinamento per meri interessi economici.  

Reazioni al Rapporto

Vari paesi si sono dichiarati contro il contenuto di quest’ultimo rapporto. L'Uganda, che siede attualmente al Consiglio di Sicurezza, non apprezza affatto di essere designata come uno dei luoghi di transito dell'oro sfruttato illegalmente dalle FDLR nell'est della RDCongo. La Cina, sospettata per vendite di armi a Kinshasa, ha fatto di tutto per ritardare la pubblicazione del rapporto, chiedendo che il documento sia tradotto nelle quattro lingue dei membri permanenti del Consiglio per essere poi studiato. Il rapporto disturba anche Francia, Stati Uniti, Russia e Gran Bretagna. Finora Parigi non ha mai voluto trasmettere agli inquirenti la minima informazione sui membri FDLR che vivono in Francia; Washington blocca sempre, quando si tratta di cooperare per il controllo sui conti bancari americani del CNDP e Londra non accetta volentieri che si citino pubblicamente uomini d'affari britannici implicati in traffici illegali di minerali.  

Il 27 novembre, in un comunicato reso pubblico da Parigi, le FDLR deplorano il fatto che il gruppo degli esperti dell'ONU rediga una lista di ruandesi della diaspora sulla base di chiamate telefoniche con membri delle loro famiglie, amici e conoscenti residenti in RDCongo e li presenti come una "rete internazionale di sostegno e di finanziamento" del movimento ribelle.    

Decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU

Il 30 novembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all'unanimità la risoluzione 1896 che proroga, fino al 30 novembre 2010, le sanzioni imposte precedentemente contro la RDCongo e rinnova il mandato del gruppo degli esperti per la sorveglianza dell'embargo sulle armi. Chiede inoltre a questo gruppo di concentrarsi sui due Kivu, l'Ituri e le reti regionali e internazionali che forniscono aiuto ai gruppi armati ancora attivi nell'est della RDCongo.   

La Risoluzione 1896 rinnova, in tal modo, l'embargo parziale sulle armi: tutto ciò che è destinato all'esercito congolese deve essere segnalato dal venditore, per tentare di evitarne la rivendita ai gruppi armati che imperversano all'est della RDCongo, fra cui le FDLR.  
Cosciente del legame che esiste tra lo sfruttamento illegale delle risorse naturali, il commercio fraudolento delle stesse, la proliferazione e il traffico clandestino delle armi, da una parte e la continuazione del conflitto nella regione dei Grandi Laghi in Africa, dall'altra, il Consiglio di sicurezza chiede agli Stati membri dell'Onu di prendere misure adeguate affinché gli importatori, le industrie di trasformazione e i consumatori di prodotti minerali congolesi, con sede nei loro territori, agiscano con grande precauzione nei confronti dei loro fornitori e dell'origine dei prodotti che acquistano; raccomanda agli importatori e alle industrie di trasformazione di adottare politiche, pratiche e codici di condotta che impediscano ai gruppi armati ancora attivi in RDCongo di usufruire di un sostegno indiretto, grazie allo sfruttamento e al commercio di risorse naturali; raccomanda inoltre agli Stati membri, in particolare quelli della regione dei Grandi Laghi, di pubblicare regolarmente le statistiche complete relative a importazioni ed esportazioni di oro, cassiterite, coltan e wolfram.    

Per una lettura del Rapporto

La pace rimane problematica nel Kivu, dove la crisi supera il quadro nazionale e regionale per rivelarsi come un problema internazionale. L'ultimo rapporto degli esperti dell'ONU prova a sufficienza che il Kivu è abbandonato ai predatori. La "guerra del Kivu" è innanzitutto la "guerra del controllo dei minerali" da parte di "signori di guerra sia nazionali che stranieri." 
Il rapporto degli esperti dell'ONU dimostra l'esistenza di reti internazionali legate strettamente allo sfruttamento dell'oro, della cassiterite, del diamante, del coltan. Questi minerali illegalmente esportati dalla RDCongo in generale e dal Kivu in particolare, transitano per il Ruanda, il Burundi, l'Uganda, la Tanzania, il Kenya per essere poi venduti in Belgio, negli Emirato Arabi, in Cina, a Dubai, Bombay, Entebbe, Anversa, Hong Kong… 
Quanto ai nomi delle imprese, si citano: Glory minerals, Tony Goetz & Zonen, Commercial Impex Ltd, Etablissement Namukaya, Gold Burundi Link Tranding divenuto Berkenrode BVBA installato in Belgio, Machanga Ltd e UCL LKtd, Emirats Gold, Huayangi Trading Company (HTC), Afro Ventures Ltd, Hong kong, Metalli refrattari Mining Company Ltd, sempre a Hong Kong… 
Per quanto riguarda i gruppi armati, si citano: le FDLR, il CNDP, il PARECO, i Maï Maï e le FARDC stesse.  

Per una valutazione

Dalla lettura di questo rapporto rivoltante, si desume che da sola la RDCongo non potrà risolvere il problema del saccheggio illegale delle sue risorse minerarie. Tutte le iniziative di pace, come la conferenza di Goma del gennaio 2008, sarebbero solamente un’ulteriore distrazione. Il male è molto profondo e supera le frontiere sia nazionali che regionali. Spetta al Governo di Kinshasa assumere pienamente le responsabilità derivanti dalle sue prerogative costituzionali per chiedere la tenuta di una "Conferenza internazionale sul saccheggio dei minerali in RDCongo".   
L'approccio degli Stati Uniti e dell'Europa nei confronti del conflitto nell'est della RDCongo rischia di perpetuarne le radici più che risolverlo. Tale approccio è centrato ossessivamente sul ruolo delle FDLR e di altri gruppi ribelli e lascia nell'ombra il ruolo giocato dall'Uganda e dal Ruanda. Quest’ultimo è il principale punto di transito dei minerali saccheggiati dai gruppi ribelli attivi in RDCongo (FDLR, CNDP ed altri), anche se alcuni di essi, soprattutto le FDLR, sono considerati ufficialmente come una minaccia per la sua sicurezza.  
Secondo Dow Jones, nel 2008 le esportazioni minerarie del Ruanda sono aumentate del 20% rispetto all'anno precedente, grazie al tungsteno, cassiterite e coltan, tre importanti materie prime di cui il suo sottosuolo è quasi privo. Se il saccheggio dei minerali del Congo da parte del Ruanda continua allo stesso ritmo di oggi, si calcola che le sue entrate potrebbero raggiungere i 200 milioni di dollari US nel 2010.
Herman Cohen, ex Segretario di Stato statunitense per gli Affari africani lo dice meglio di chiunque, quando afferma che "essendo riuscito a controllare le due province del Kivu durante 12 anni, il Ruanda non è disposto a privarsi delle ricchezze di questa regione che gli procurano una percentuale significativa del suo prodotto nazionale lordo". Finché l'Occidente lascia carta bianca a Kagame, non si potrà risolvere la questione del conflitto e dell'instabilità in RDCongo. 
Il Ruanda è uno dei principali punti di transito per l'esportazione illegale dei minerali del Congo, ma nell'approccio degli Occidentali che si concentra sui gruppi armati che traggono profitto dal saccheggio dei minerali del Congo, non c'è nessuna menzione al ruolo giocato dal Ruanda, il più grande beneficiario del conflitto e del saccheggio delle risorse del Congo, da tanti anni alla base del conflitto stesso. 
Tutti quei paesi occidentali che si presentano come difensori della pace, avrebbero certamente più credito se esercitassero una loro pressione sulle multinazionali direttamente implicate nel finanziamento della guerra e nello sfruttamento del popolo congolese. I nomi di queste corporazioni sono tuttavia ben conosciuti. Tra queste, si citano tra altre Traxys, OM Group, Blattner Elwyn Group, Freeport McMoran, Eagle Wings/Trinitech, Lundin, Kemet, Banro, AngloGold Ashanti, Anvil Mining, e First Quantum. 
L'approccio della Comunità Internazionale fa assoluta astrazione dalla questione della sovranità delle risorse, punto centrale della guerra geostrategica per le ricchezze del Congo; una guerra che ha giustificato l'assassinio da parte dell'occidente nel 1961 di Patrice Lumumba, primo ministro democraticamente eletto del Congo e l'installazione al potere del dittatore Mobutu durante tre decenni. È in nome di questa stessa filosofia che gli Stati Uniti hanno sostenuto e finanziato l'invasione del Congo nel 1996 e 1998 da parte del Ruanda e dell'Uganda, a scapito del movimento non violento e pro-democratico espresso all'inizio degli anni 1990 dal popolo congolese in occasione della Conferenza Nazionale Sovrana.
L'ossessione nel focalizzare gli sforzi sulla parte orientale del Congo, ricca in minerali, cela a malapena le intenzioni delle lobbies a Washington che invocano senza tregua la balcanizzazione della RDCongo. 
L'opinione secondo cui il conflitto del Congo è risolvibile soltanto mettendo fine al commercio dei "minerali di guerra" non è realistica. La soluzione più plausibile e probabilmente anche più rapida sarebbe piuttosto di tipo diplomatico e politico. Si è già visto come la pressione internazionale può essere davvero efficace. È il caso dell'arresto di Laurent Nkunda nel mese di gennaio 2009 e della smobilitazione del CNDP, il gruppo ribelle da lui diretto, da parte del presidente rwandese Paul Kagame, in seguito alle pressioni di alcuni paesi occidentali. Si dovrebbe aumentare la pressione su Kagame e Museveni che sono alla radice del conflitto sin dal 1996. 
I paesi occidentali dovrebbero costringere tutti i responsabili della crisi a sedersi intorno a un tavolo di negoziato, più che rafforzare l'approccio militarista con la sua dicotomia dei "buoni" contro i "cattivi". La realtà è ben diversa dall'immagine bicolore che si vuol presentare. 
L'approccio politico e diplomatico che si potrebbe raccomandare alla Comunità Internazionale dovrebbe essere fondato sulle seguenti linee: 
1.    Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dovrebbero esercitare una forte pressione su Ruanda e Uganda, minacciando di sospendere l'aiuto, se necessario. 
2.    Imporre sanzioni alle compagnie e individui implicati nel commercio illegale dei minerali con la collaborazione di gruppi ribelli o con la mediazione di paesi limitrofi, particolarmente il Ruanda e l'Uganda. 
3.    Opporsi decisamente alla militarizzazione della regione dei Grandi Laghi realizzata mediante l'intervento di AFRICOM che ha già causato tanta miseria alle popolazioni civili;
4.    Evitare il rafforzamento dei regimi autoritari della Regione, come quello di Joweri Museveni in Uganda (al potere dal 1986) e di Paul Kagame in Ruanda (che ha vinto le elezioni nel 2003 col 95% dei voti); denunciare la restrizione dello spazio politico da parte di coloro che sono al potere nei paesi della regione dei Grandi Laghi.     

Come alcuni osservatori della realtà congolese avevano predetto, oggi il Governo di Kinshasa e l'ONU cercano capri espiatori da sacrificare sull'altare dell'occupazione militare ruandese del Kivu mediante l'attuazione di crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Tra i capri espiatori ci sono le FDLR, i Mai Mai, alcune ONG, dei preti, ecc. La lista dei capri espiatori appare nell'ultimo rapporto degli esperti internazionali dell'ONU, nel quale manca tuttavia la lista delle persone implicate nel commercio clandestino delle armi e quella delle banche attraverso cui transitano i milioni di dollari che servono ad alimentare la guerra e che riciclano il denaro proveniente dal coltan macchiato di sangue.  
Per vari osservatori, l'insistenza sulle FDLR, i Mai Mai e le Confessioni religiose prefigura già i prossimi bersagli della guerra di conquista del Kivu. Gli attacchi a comunità religiose del Sud-Kivu e la guerra totale contro i Mai Mai del Kivu non sarebbero affatto casuali.  
Il silenzio del Rapporto su importanti responsabili del conflitto congolese, soprattutto sul Ruanda, spinge vari osservatori a denunciare la volontà deliberata di certe grandi potenze di coprire i militari ruandesi e ugandesi già infiltrati clandestinamente nelle province dell'est della RDCongo e camuffare le manovre militari di occupazione progressiva delle province dell'est del paese.  
Si spera che gli esperti dell'ONU onorino la loro qualità di esperti per stabilire senza ambiguità tutte le responsabilità nazionali, regionali e internazionali della guerra che imperversa in RDCongo da 13 anni e che è costata la vita di 7 milioni dei congolesi. Ciò che i Congolesi si aspettano è che riescano a spingere le loro conclusioni fino all'evidenza dell'espansionismo territoriale ruandese verso le miniere del coltan del Kivu.  
In caso contrario, si possono arrestare tutti gli Hutu sparsi per il mondo, si può imporre l'embargo sulle armi destinate alle FDLR e ai Mai Mai del Kivu, ma finché si lascerà fare al Ruanda e all'Uganda, due paesi che non nascondono le loro ambizioni territoriali ed espansioniste, non ci sarà pace per il Kivu. Finché le grandi potenze manipolatrici del Consiglio di Sicurezza dell'ONU cercheranno di scagionare il Ruanda e l'Uganda dalle loro pesanti responsabilità nel conflitto congolese, non ci sarà né pace né sviluppo nel Kivu.  
Per costruire la pace nel Kivu, occorrerà smantellare ogni rete di finanziamento terroristico: quella delle FDLR, ma anche quelle del CNDP e del LRA. La giustizia internazionale deve occuparsi dei dossier dei terroristi Laurent Nkunda e Bosco Ntaganda che sono come elefanti nella casa Congo, per evitare che la credibilità della giustizia internazionale sia discreditata, se già non lo è, e per non lasciare i vecchi lupi della Regione dei Grandi Laghi africani scappare verso i pascoli verdeggianti del Kivu.


ARRIVO MASSICCIO DI "RIFUGIATI CONGOLESI" DAL RUANDA 

Da circa 4 mesi, si osservano sempre più dei massicci movimenti di popolazioni provenienti dal Ruanda e diretti verso i territori di Masisi e Rutchuru. Tali persone attraversano clandestinamente la frontiera di Kibumba, a una ventina di chilometri a nord di Goma, sulla strada che conduce a Rutchuru. Il loro numero è stimato a più di 12 mila famiglie. Affermano di essere dei rifugiati congolesi, ha indicato Laingulia Njewa, coordinatore della Commissione nazionale per i rifugiati nel Nord-Kivu (CNR). Sempre secondo il coordinatore della CNR, essi non hanno alcun documento che attesti il loro statuto di rifugiati in Ruanda. Portando addirittura capi di bestiame, si sono installati in villaggi come Kirolirwe, Kitchanga, Mushaki, Bihambwe, nella fattoria di Kisuma e altrove. L'80% di queste popolazioni dichiara di provenire dai campi profughi di Byumba e Kibuye in Ruanda. Il coordinatore provinciale della CNR precisa: "Quanto ai motivi che avanzano, essi dicono che in tali campi c'è stata una diminuzione della razione alimentare e che approfittano della riapertura delle scuole per fare iscrivere i loro figli nelle scuole congolesi. Tuttavia, secondo le informazioni, il movimento a livello dei campi profughi in Ruanda è stabile e non vi si registra alcun tasso di diminuzione". Il cosiddetto ritorno di questi profughi crea delle frustrazioni in seno alle popolazioni di Masisi e di Rutshuru. 

Il 24 novembre, il ministro della Comunicazione e portavoce del governo, Lambert Mende, ha qualificato la situazione di anormale e ha dichiarato che: "È difficile stabilire il numero definitivo dei rifugiati congolesi in Ruanda a partire dalle sole cifre del HCR, perché riprendono solamente gli individui che vivono nei campi. Si sa che esistono profughi che sono ospitati nelle famiglie. Quelli che sono ritornati l’hanno fatto in modo più o meno anarchico. Ma, se sono dei congolesi, hanno il diritto di restare nel loro paese. Se sono congolesi, lo sapremo, perché saranno controllati, che lo vogliano o no, e se sono stranieri, saranno rimpatriati nel loro paese di origine".    

La carta del PNUD.

Una carta geografica stabilita dal PNUD descrive bene il progetto che la comunità internazionale vorrebbe realizzare per la RDCongo. Varie zone e villaggi, denominati come "zone di ritorno prioritario duraturo" o "zone di ritorno potenziale" per i rifugiati ancora residenti in Paesi vicini, non sono mai state abitate da popolazioni rwandofone, Tutsi o Hutu. In altre zone dette di ritorno, nessuno è mai partito per il Ruanda o l'Uganda come rifugiato . Così dunque, non si tratta di un ritorno di rifugiati, ma di un'aggressione vera e propria, perché non si torna che dove si era vissuto prima.  
La mappa del PNUD mostra anche che alcune zone dette di ritorno prioritario o potenziale coincidono con villaggi vittime di incendi, il che conferma la tesi secondo la quale gli incendi dei villaggi preparano l'occupazione ruandese: gli incendi servono per far fuggire le popolazioni congolesi dalle loro terre in vista della loro occupazione da parte dei ruandesi. Nella mappa del PNUD appare anche il movente economico: vi sono infatti citate come zone di ritorno prioritario proprio quelle ricche in petrolio (valle del Semuliki), coltan, oro, diamante, cassiterite (Vuyinga-Manguredjipa).     

La reazione dei deputati nazionali del Nord-Kivu.

Il 26 novembre, i deputati nazionali del Nord-Kivu in una dichiarazione politica relativa all'immigrazione clandestina e massiccia di cui la provincia è vittima a partire dal Ruanda, scrivono:
«Noi, Deputati del Nord Kivu,
- Allertati  per le migrazioni clandestine e massicce di popolazioni del Ruanda verso il Kivu (RDCongo), varcando i posti di frontiera di Kibumba, Bunagana e Ishasha; 
- Indignati nell'apprendere che, ai posti di frontiera, questa popolazione, di cui una grande parte si sposta con bestiame e armi da guerra, non è sottoposta ad alcun controllo;  
- Stupiti dalla dichiarazione del Governo della RDCongo e da quella dell'Alto Commissariato per i Rifugiati che affermano di ignorare l'esatta provenienza, l'identità e gli obiettivi reali di queste persone calcolate a parecchie decine di migliaia, di cui la maggior parte arriva sul territorio congolese in modo assolutamente disordinato, ignorando addirittura la zona esatta della loro destinazione; 
- Convinti che questo rientro incontrollato manifesta uno scivolamento di popolazioni ruandesi per l'occupazione della provincia del Nord Kivu, in cui un buon numero di autoctoni è stato disperso proprio dalle operazioni militari in corso e dagli incendi dei villaggi, creando in tal modo spazi vuoti; 
- Determinati a sbarrare la strada ad ogni azione che minacci l'integrità territoriale della RDCongo;  
1. denunciamo e condanniamo questo ennesimo tentativo di balcanizzazione del paese; 
2. condanniamo il Governo della RDCongo, la cui mancanza di iniziativa in questo affare sembra loro sospetta; 
3. invitiamo il Governo della RDCongo ad arrestare questi flussi migratori incontrollati, disarmare e identificare gli immigrati che si trovano già all'interno del paese e, se necessario, rimandarli nel loro paese di origine; 
4. confermiamo, per un ritorno sereno dei rifugiati congolesi ancora residenti all'estero, il nostro appoggio alla Risoluzione ad hoc della Conferenza sulla Pace, la Sicurezza e lo Sviluppo tenutasi a Goma nel gennaio 2008 che condiziona il ritorno dei profughi all'istituzione di una commissione tripartita (RDCongo - Rwanda - HCR) che integri, per la parte congolese, anche i veri capi tradizionali».   

Considerazioni.

Se, secondo la commissione nazionale dei rifugiati per il Nord-Kivu, "il movimento a livello dei campi dei rifugiati in Ruanda è stabile", ciò significa che i rifugiati congolesi che vi sono installati non hanno lasciato il loro campo. Da dove provengono allora i profughi chi stanno arrivando nel Kivu? 
Davanti a questa situazione, nei territori di Masisi e di Rutshuru si nota già un ritorno alla tensione. Le popolazioni locali che sono rimaste sul posto nonostante lo stato di guerra che imperversava in questa parte della provincia, sono sorprese da questo arrivo massiccio che avrà gravi conseguenze sociali se la situazione non verrà ben gestita. Ci si potrà aspettare nell'immediato il nascere di nuovi conflitti fondiari, se i nuovi arrivati non riusciranno a giustificare la loro appartenenza a tale o tal altro villaggio. Ora, i conflitti fondiari sono sempre serviti di pretesto nel Kivu per scatenare nuovi conflitti armati.  
Un altro timore riguarda gli "sfollati interni" che tentano di ritornare progressivamente nel loro villaggio di origine. Che accadrà domani se constateranno che la loro terra è occupata da altre persone? Certo ci saranno scontri armati e morti.  
Col passare dei giorni, su questo problema cominciano a circolare ipotesi, particolarmente quella dello "spopolamento e del ripopolamento" di una certa parte delle province del Kivu. Perché avere scelto solamente dei villaggi che, finora, erano sotto il controllo del CNDP? La contraddizione ha raggiunto il suo culmine: mentre le popolazioni congolesi sono sfollate nei campi profughi, i loro villaggi vengono ripopolati da altre popolazioni. Spetta al governo congolese agire con diligenza e responsabilità prima che sia tardi. Il Kivu ha bisogno di pace.     


LA SOCIETÀ CIVILE

Il 4 novembre, riuniti in assemblea, i sacerdoti diocesani e religiosi della Diocesi di Butembo-Beni (Nord Kivu) hanno analizzato la situazione socio-politica e la questione dell’insicurezza, concludendo la riunione con un messaggio finale, in cui si denuncia la triste realtà di un'insicurezza crescente sia in ambiente rurale che urbano. 
In ambiente rurale, si segnalano casi frequenti di case incendiate, donne violentate, uomini sequestrati con la forza per trasportare il bottino dei saccheggi o presi in ostaggio, giovani nascosti nella foresta, persone uccise, cadaveri non sepolti, migliaia di sfollati, tra cui donne, bambini e anziani. Le conseguenze sono nefaste: scuole abbandonate, bambini e giovani non scolarizzati, strutture sanitarie e per lo sviluppo completamente saccheggiate…    
In ambiente urbano, si nota la persistenza dell'insicurezza notturna: uccisioni, persone scomparse, furti a mano armata, furti di telefonini, denaro e altri oggetti di valore da parte di uomini armati in uniforme militare.  
Nelle testimonianze dei superstiti, si accusano le FDLR, i Maï Maï PARECO e militari del CNDP recentemente integrati nelle FARDC.  
Tutto porta a credere all'esistenza di una volontà deliberata di seminare panico e desolazione, affinché la popolazione abbandoni la sua terra e viva in campi profughi. Si è tentati di credere che ciò che sta avvenendo nelle Province del Nord e del Sud-Kivu non sia effetto accidentale del caso, ma la realizzazione di un piano ben preciso. Di fronte ad esso, si è presi nella morsa di un dilemma. Consigliare alla popolazione di abbandonare i villaggi dell'interno e di raggrupparsi nelle grandi agglomerazioni per una loro maggior sicurezza sarebbe lasciare libero corso all'occupante. D'altra parte, il popolo ha già fatto la sua scelta: "Preferiamo restare a casa nostra". In questo caso, bisognerà aspettarsi massacri generalizzati. Questa situazione succintamente descritta interpella tutti i Cittadini congolesi, chiamati a mettersi in piedi per costruire un paese dove regnino verità, giustizia, riconciliazione e pace.   




“Andiamo! Andiamo! Ai piedi dell’Africa catturiamo l’apartheid”  (Georges Ombinda)

 

NEWS

rdc

Newsletter

clicca qui

Login

Se vuoi saperne di più dei progetti e, nel caso, entrare a far parte degli Amici di Mweso, registrati!